SCENE FEUDALI
PARTE PRIMA.
Sei giorni se n’andò mattina e sera
Per balze e per pendici orride e strane.
Dove non via, dove sentier non era,
Dove nè segno di vestigia umane.
Ariosto.
La campana del solitario villaggio di Arola dava i primi segni dell’Avemaria, ed il rimbombo di quei tocchi radi e prolungati spandevasi come una patetica voce per la ristretta valle a cui quel villaggio dà nome. Il cielo che da un lato erasi fatto d’azzurro bruno mostravasi verso occidente del colore dell’oro; su tutte le cime d’intorno e pei rialzi dei valloncelli vedevasi il fogliame imporporato, e l’ultima luce trapassando pel varco de’ monti scendeva ben anco al fondo della valle ove faceva apparire d’argento quei tratti di corrente del limpido Plino che le rupi e le piante non celavano sotto la nereggiante loro ombra.
Scendevano dal ripido sentiero che dall’erta metteva ai casolari le contadinelle, mandando innanzi chi le capre, chi un branco di pecore. Calavano drappelli di donne portando altre le gerla ed altre elevati fardelli sul capo; veniva di quando in quando un vecchio montanaro spingendo il somiero che mutava a fatica i passi sotto il pesante carico delle legna o del fieno. Alcuni di questi entravano negli abituri di Arola, varj passavan oltre, e procedendo verso inferiori disperse capanne valicavano il torrente sopra un ponticello là dove parte dell’acqua, artatamente divertita in altro canale, correva poco lungi a far girare le ruote d’un mulino.
Era già deserta interamente quella via e null’altro rumore udivasi, fuorchè quello che ad intervalli faceva la brezza vespertina tra le frondi, quando alla sommità del sentiero apparve un Pellegrino. Lo indicavano per tale il cappello a larghe falde circolari, la veste oscura che tutto l’avvolgeva colla sovrapposta dalmatica sparsa di conchiglie e il lungo bordone che portava. Camminava spedito, ma al vedere il gruppo di casolari e l’acuto campanile colla chiesuola formanti il paesetto d’Arola, di subito s’arrestò e poscia abbandonando il viottolo calò lungo la balza e si condusse al ponticello, lo passò, indi fermossi di nuovo ad esaminare il luogo onde prendere più certa direzione.
Cominciava già più vasta a regnare l’oscurità, chè avanzavasi la sera e meno rade scintillavano le stelle. Volgendo il Pellegrino gli sguardi per entro la selva di cui toccava il limitare, scorse fra mezzo ai tronchi degli alberi splendere un lume che sembrava trapellare da finestra o porta di non lontana abitazione. Si mise pel bosco, il quale constando di grossi castani poco stipati, offriva non disagevole passaggio e s’avviò verso la casa d’onde partiva quel chiarore. Era dessa il mulino. Dal lato della selva questo rustico edificio andava cinto da un muricciuolo di pietre che sorgeva a trenta passi di distanza dal caseggiato e inchiudeva un picciol orto, al quale faceva parete verso il canale una siepe di bianco-spino. Al centro del muricciuolo eravi praticato l’ingresso chiuso allora da rozzo cancello di legno. Là pervenuto il Pellegrino accostossi al cancello e prima di bussare, udendo dentro la casa parlare con voce molto alta, si trattenne un momento in ascolto.
Abbenchè la ruota fosse arrestata, lo scroscio che faceva l’acqua, cadendo per gli ordigni del mulino, non lasciava luogo ad udire distintamente le parole. S’accorse però che chi parlava era un uomo il quale doveva trovarsi seduto avanti ad un gran fuoco, poichè scorgevasi l’ombra della metà superiore della sua figura disegnata sull’impannata della finestra di prospetto e vedevansi le sue braccia alzarsi e distendersi con energici e rapidi moti. Al lembo della stessa impannata stava l’ombra d’un’altra mezza figura, ma questa rappresentava un bel profilo femminile che si sarebbe giudicato essere quello d’una statua, tanto era regolare ed immobile.
Dopo alcuni istanti il Pellegrino s’avvedendo essergli impossibile comprendere sillaba di quanto veniva profferito, percosse col suo bordone ripetutamente il cancello; nè sembrandogli d’essere stato inteso pronunciò sonoramente — Date ricovero ad un povero pellegrino! —
A quella voce cangiarono d’un tratto gli atteggiamenti delle due figure projette in ombra sull’impannata; quella di profilo si fece ovale e l’altra si mostrò di profilo inchinando il capo e alzando un dito. II Pellegrino ripetè la sua inchiesta e allora spalancatasi la porta uscì un uomo d’avanzata età, che dal casaccone infarinato indicavasi pel mulinaro, tenendo la lanterna in una mano e un pezzo di mazzafrusto nell’altra. S’appressò al cancello, sporse in avanti il lume onde farlo riflettere sul viso dello sconosciuto e guardatolo ben bene tutta raggrinzando la pelle intorno agli occhi ed alla bocca, con che dava alla propria fisonomia una singolare espressione di sospetto e di stizza. — Chi siete voi? — gli chiese in modo iroso.
«Vedete: sono un povero viandante che contava giungere prima di sera giù alle sponde del lago per recarmi all’Isola di San Giulio e fui sorpreso dalla notte in questa valle.
«Perchè non vi siete fermato là su ad Arola da mastro Seghezzo l’ostiere?
«Perdonatemi, non ho pratica di questi luoghi ed avrò oltrepassata la terra che m’indicate senza essermene accorto, poichè è già qualche tempo che cammino alla cieca a causa dell’oscurità che mi ha fatto perdere la traccia. Datemi di grazia ricovero per questa sola notte! Un giorno sarete ricompensato largamente della vostra ospitalità.
Il mugnajo che gli aveva sempre tenuta la lanterna appuntata al volto, l’abbassò; e mormorando fra sè alcune parole trasse dall’imposta la spranghetta di ferro onde il cancello si aprì; entrato l’estraneo, rifisse la bandella e lo precedette verso l’uscio ch’era rimasto spalancato.
Nel mezzo d’una camera modicamente spaziosa, fornita di contadinesche masserizie miste a tramoggie, stacci e sacchi, eravi un rotondo focolare sul quale ardeva molta legna la cui fiamma lambiva i margini d’ampio pajuolo; la catena che sostenevalo scendeva dalle travi coperte di nera gromma e tappezzate qua e là da qualche tela di ragno imbiancata dallo spolvero della macina. A poca distanza del focolare stava seduto un villico alto, destro, nerboruto, di ventott’anni all’apparenza e presso a lui una giovane montanina di forme assai belle e appariscenti.
«Gli ho dovuto aprire, o Gaudenzo, perchè è un povero Pellegrino che va a San Giulio ed ha smarrita la strada (così spegnendo la lanterna disse il mugnajo al villico che balzando in piedi alla venuta di quell’incognito gli fissò addosso gli occhi con sorpresa e diffidenza). Nel bujo poteva capitare in un mal passo o precipitare da qualche burrone. Mi ha chiesto per carità gli dessi alloggio questa notte, e Bernardo non rifiutò mai di ricettare nel suo mulino un viandante anche a rischio di vedere sotto il cappello da pellegrino la testa d’un eretico o d’un bandito.
Lo Straniero a tali detti fece un moto sdegnoso, ma il Mugnaio nel quale l’amaro di quelle espressioni non era suggerito dall’indole sua naturalmente umana e fidata ma da un giro momentaneo di acri idee, di cui il lettore conoscerà fra poco l’origine, quasi pentito d’avere offeso quell’ospite nell’atto stesso che lo accoglieva, soggiunse con viso accaparante in tuono gajo: — «Venite qui, qui presso al fuoco, buon galantuomo, sedete. L’aria della sera è frescolina ed umida, il calore vi ristorerà.
Il Pellegrino senza profferir parola appoggiò alla parete il suo bordone e avanzata una panchetta di legno si sedette in prossimità del focolare. Gaudenzo stando in piedi continuava ad esaminarlo attentamente. Ma l’incognito non alzando mai lo sguardo egli alfine gli domandò:
«Da qual parte venite o Pellegrino?
«Da Val d’Antrona.
«Sempre per le montagne?
«Sempre.
«La strada che avete scelta è la più lunga e disastrosa: venendo pel piano dell’Ossola ad Omegna sul lago l’accorciavate della metà.
«Il piano e mal sicuro poichè vi sono a campo le masnade dei Ponteschi , e d’altronde dovetti risalir l’Anza per toccare Calasca.
«Vi recate a San Giulio per isciogliere un voto o per ottenere favori dalla Corte del Vescovo?
«Per un voto» — rispose esitando, ma con qualche asprezza lo Straniero.
«Non foste a Varallo?
«No.
«E dalle parti della Sesia?
«No» — ripetè il Pellegrino con manifesto dispetto, indicando quanto già fosse infastidito da quell’insistente interrogare.
Gaudenzo tornò a misurarlo coll’occhio da capo a piedi, poi mirando in volto Bernardo e la sua figlia fece un atto come di chi dicesse: costui non dev’essere quel che pare. Si riassise quindi sullo sgabello che occupava da prima e voltosi di nuovo alla figlia del Mugnajo, il quale s’era posto intanto a versar la farina nell’acqua del pajuolo che bolliva. — «Torna a sederti qui o Maria (disse battendo col palmo della mano la seggiola ove essa si pose mesta e taciturna), e dimmi tu se quelle che ti ho raccontate non le sono cose da far uscire dai gangheri qualsiasi cristiano? Quel… quasi sarei per dirlo… quel nostro conte Jago da Biandrate vuol ora introdurre nel paese anche di queste belle usanze! Non s’accontenta il signor feudatario di farci pagare doppia gabella pel sale, d’avere imposto il balzello d’un soldo d’argento per ogni ruota di carro e d’obbligare noi poveri vassalli a lavorare per lui un giorno ogni settimana, quando la buona memoria del conte Bonifacio suo padre non c’imponeva altro carico che quello della decima del mosto e delle legna, egli vorrebbe adesso che tutti quelli che contraggono matrimonio si sottoponessero a questa nuova qualità di tributo.
Maria mandò un profondo sospiro e abbassò gli occhi al suolo; Bernardo, che inginocchiatosi sulla pietra del focolare, andava col matterello tramestando la polenta: — «Ah il conte Bonifazio, esclamò, non avrebbe mai fatte azioni di questa sorta! Gran brav’uomo ch’egli era! veniva soventi a cacciare in questa valle e qualche volta ho prestato ajuto io stesso al suo scudiero a condurre a mano i cavalli nei passi più scabrosi.
«Sapete poi (proseguì Gaudenzo) chi mi ha significato il comando del Conte?… fu Tibaldo il suo falconiero, quella faccia da giudeo col naso più adunco che il becco degli uccellacci con cui preda le allodole e le pernici. M’incontrai seco lui a Quarona nell’atto ch’esso usciva dalla bottega di Zancone il fabbro, ove va soventi a far acconciare le lasse de’ suoi grifagni. Ne portava uno infatti sul braccio a cui andava lisciando le penne. Oh perchè non gli è saltato agli occhi e non glieli ha cavati entrambi nell’istante che s’avvide di me!
«Ebbene che ti disse il Falconiero?» — chiese con impazienza Bernardo.
«Gaudenzo di Civiasco, mi gridò egli subito che mi scôrse, appunto con te ho bisogno di parlare — E avvicinatosi a me con un sorriso infernale sul ceffo disse: — Corre voce pel paese che tu ti sposi e prendi in donna la mulinara di Val d’Arola, la figlia di Bernardo, è ciò vero? — Verissimo, risposi io; mia madre invecchia e voglio darle la consolazione prima che chiuda gli occhi di tenere un mio bambolo sulle ginocchia — Ottimamente, soggiunse il ribaldo. Il Conte nostro padrone m’ha imposto d’avvertirti che vuole che le nozze siano celebrate a Monrigone nel suo castello. — Perchè nel suo castello? (dissi io stupito) non ho forse una chiesa nella mia terra? — Non vi sono repliche: esclamò Tibaldo. Così vuole il conte Jago e tu devi ubbidire. Se tu ignori i suoi diritti li sa ben esso. Altri feudatarj già da molti anni gli esercitano e se egli ne ha trascurato l’uso sin’ora intende adesso di farli pienamente valere, nè spetta a te, vassallo mascalzone, lo scrutinare i diritti del tuo signore. — Che diritti può mai vantare il Conte sopra di me (l’interruppi io con rabbia) oltre quelli di togliermi come fa, quasi tutta la roba e costringermi a lavorare per lui quasi fosse un suo bue od un cavallo? — Che diritti?… Che diritti? — ripetè furibondo, l’iniquo Falconiero, e pronunciò certe parole da stregone che spiegò poi nel modo che vi ho già narrato. All’udire una tale scelleraggine mi si drizzarono i capelli sulla testa, mi si oscurò la vista e sono stato filo filo di passarlo col mio spuntone da una parte all’altra egli e il suo farsetto di cammuccà crimisino.
«Era senza il giaco e ti parlava così? Oh anch’essi, grazie al cielo, non possono star sempre vestiti di ferro! (pronunciò fra i denti il Mugnajo).
«Ah Signore Iddio (disse Maria con timidità ed angoscia), chi sa che disgrazia sarebbe accaduta se gli mettevate le mani addosso; forse io non v’avrei veduto mai più!
«Gran fortuna (continuò il giovine), che il mio santo Protettore mi trattenne in quel momento la mano e m’inspirò il salutare pensiero di vendere la mia casuccia ed i miei terreni e venire ad abitare con mia madre in qualche luogo di questa Riviera d’Orta sotto il dominio del vostro Vescovo, dove Maria non avrà a temere le zanne di quella bestia feroce del Conte.
«Che anime perverse! (esclamò Bernardo alzandosi in piedi). Ecco cosa hanno fruttato le massime di Fra Dolcino e de’ suoi iniqui gazzari, vera peste di questi paesi! Coi grani dell’eresia non si può macinare altra farina.
«Il conte Jago (profferì Gaudenzo con fuoco) è un gazzaro se ve n’è mai stato un altro al mondo. Dirlo a me? non ho io stesso veduto Fra Dolcino e la sua Monaca Margherita entrare più volte nella Rocca del Conte a Monrigone? e quando l’Eretico stava colle sue turbe nel piano di Parete-Calva sulla cima di Valnera chi è che mandava colassù le biade e il vino affinchè quei maladetti lupi non morissero arrabbiati di fame? È chiaro adunque come il sole che il Conte era tinto della loro pece sino ai capelli. Ma pure, che volete? I Valsesiani che strinsero anni sono la lega contro i Biandrati ed ora la fecero contro gli eretici, obbligandoli a snidare dalle loro montagne, rispettano il conte Jago. Anche a Zebello egli mandò i suoi arcieri a soccorrere Fra Dolcino, e se il Vescovo di Vercelli non fosse venuto a capo quest’inverno di serrarlo con quasi tutti i suoi nella rete, metterei una mano nel fuoco che esso stesso il Conte andava quivi in persona a combattere per lui.
«Così San Giulio l’avesse concesso che tu, o Gaudenzo, non saresti costretto per unirti alla mia Maria d’abbandonare la tua casa ed i tuoi campi, giacchè egli avrebbe fatta la fine che farà tra poco l’Eretico, cominciando a provare nelle fiamme di questo mondo come abbrucino quelle dell’inferno in cui vorrei soffiare io stesso per farlo ardere eternamente in pena de’ suoi enormi peccati.
A tale fiera imprecazione pronunciata con tutto accanimento da Bernardo in odio al Conte fecero eco col cuore e le parole i due promessi. E questa smisurata e violente brama di vendetta, di che s’accesero simultaneamente, non era indizio in essi d’animo selvaggio e crudele, ma bensì intimo sfogo d’un oppresso sentimento di giustizia sancito in certo modo dalle circostanze e dalle idee religiose dei tempi. Si consideri infatti lo stato delle persone del popolo e specialmente di quelle che abitavano aperte campagne, in quei secoli nei quali ad ogni pazzo e criminoso capriccio di chi comandava, si dava il nome di diritto cui era necessità sottostare. Non gli averi, non la libertà, non l’onore erano sacri. Dalla turrita rocca il Feudatario faceva bandire a suon di tromba i suoi voleri e guai a chi avesse osato resistere! erano strazii e morte. La forza prepotente, brutale imperava nel mondo pressochè da assoluta signora. Innanzi ad uomini coperti di ferro e vigorosi adopratori di spade, mazze e lancie la plebe inerme star non poteva che pavida e inoffensiva lasciandosi miseramente conculcare. In tanta abbiezione ritraevano gli infelici valido conforto dalla speranza che i loro patimenti venivano tenuti a calcolo in una vita migliore e che terribili castighi attendevano gli oppressori inumani, pei quali l’Eterno Giudice impugnava più severo e tremendo il vindice flagello.
Il Pellegrino appoggiato il capo ad una mano e tutto raccolto in se stesso, sembrava non prestare punto d’attenzione ai parlari di quella gente; ma quando il Mulinaro profferì gli ultimi veementi suoi detti si scosse, s’agitò e il pallore che coprivagli le guancie si fece più intenso. Nello stesso mentre Bernardo che esalata la bile, riprendeva placidamente le sue faccende, volse gli occhi a lui e disse: — «Pur troppo, eh Pellegrino! vi sono degli uomini cattivi i quali pare proprio che ci godano nel tormentare gli altri. Di questi tali non ne mancherà certo anche dalle vostre parti non è vero? Fortunati noi che per misericordia del cielo qui comanda un Vescovo sotto di cui certe birbonate non si fanno, e chi prende moglie può condursela a casa… senza che prima… ma lasciamola lì. Pensiamo ora a mangiare in pace questa poca grazia di Dio… Galantuomo (proseguì dopo aver guardato più attentamente lo Straniero) v’è forse saltata addosso la febbre o avete fatto penitenza tutto il giorno? siete smorto come uno a cui abbiano data la corda. Bisogna che non prolunghiate il digiuno, altrimenti perderete le forze di proseguire il viaggio. Venite qui, sedete a questo tavolo e rinvigorite lo stomaco dividendo con noi il poco frutto delle nostre fatiche.
Così parlando aveva Bernardo staccato a due mani il pajuolo dalla catena e lo aveva capovolto sul tagliere stato coperto da Maria di un ruvido ma pulito tovagliuolo.
Rialzato il recipiente vi rimase una soda e fumante polenta che ne conservava intera la forma. Il Pellegrino che provava più cocenti stimoli che quelli della fame, si mostrò sulle prime restìo, ma vinto poi dalle cordiali ripetute tute offerte, appressò e s’assise a quel desco frugale.
«Domani se vi risvegliate gagliardo e riposato (disse il Mugnajo ponendogli innanzi ampia porzione) in un’ora di cammino arrivate vate giù a Pella dove troverete delle barche quante volete per farvi mettere all’Isola. Non dimenticatevi di pregare San Giulio per il povero Bernardo, per sua figlia e per il bravo Gaudenzo ed invocatelo che tenga da noi lontane nuove tribolazioni.
«Sì buona gente (rispose il Pellegrino con voce che forzavasi a render dolce), pregherò per voi non solo a San Giulio, ma anche in Santuarii più lontani e miracolosi, e pregherò di tutto cuore ancorchè i presenti vostri mali siano lieve ombra a fronte di quelli… (e si corresse) che opprimono un gran numero de’ vostri pari.
Mentre andavano consumando la villeresca cena, Bernardo e Gaudenzo continuarono a parlare delle faccende che stavano ad entrambi tanto a petto, proponendo alternativamente varii progetti sul modo in cui meglio conveniva impiegare il ricavo che il giovine contadino avrebbe fatto de’ suoi pochi tenimenti di Civiasco, affine di prendere stabile dimora nelle terre soggette alla giurisdizione vescovile, sottraendosi al dominio del prepotente Biandrate. Dirigevano nel calore del discorso alcuna volta la parola anche allo Straniero, ma questi, sempre assorto ne’ proprii pensieri, non rispondeva che motti tronchi ed insignificanti. Dopo molti ragionamenti protratti in lungo sinchè Maria ebbe sparecchiato, Gaudenzo sorse in piedi dicendo: — «La notte s’innoltra e mia madre che sta aspettandomi potrebbe essere agitata da sinistri presentimenti se non mi mettessi subito in cammino. A passare la Colma ci vuole il suo tempo; e va e va non si è mai giunti là in cima. Una volta però che vi sia arrivato balzo giù dalla punta della Croce ai pascoli e in quattro salti sono a casa.
«Giacchè hai risoluto di partire mio figliuolo (disse Bernardo alzandosi anch’esso) sì, è meglio che non ritardi di più. L’ascesa è lunga, e mi ricordo che io pure quando aveva le gambe buone come le tue a pervenire colassù non faceva mai tanto presto quanto desiderava… Ora tu, o Maria, che hai versato l’olio nella lanterna, accendila e dagliela che egli se ne possa andare con San Giuliano che l’accompagni.
«No, no: non voglio lume (soggiunse Gaudenzo trattenendo il braccio della fanciulla in atto d’accenderlo). Un Romito con una gran barba bianca ch’è venuto da poco ad abitare vicino al nostro paese, ha detto che di notte le anime dannate se veggono un chiaro andare in volta gli corrono dietro ed i diavoli saltano giù dagli alberi a graffiare chi lo porta.
«E volete passare in mezzo ai boschi e vicino al campo dei morti solo ed all’oscuro? (esclamò Maria con amorosa temenza).
«Ho gran pratica di questi luoghi e tu lo sai, Maria; nè poi è tanto bruno di fuori (in così dire spalancò la porta). Guarda come risplendono le stelle: se spuntasse la luna non potrebbe il cielo essere più lucente, si distingue il sentiero a meraviglia — Addio, addio, state sani, doman l’altro si rivedremo ed ogni fastidio, spero, sarà finito.
Si pose quindi a spalle la scure, diede la buona notte al Pellegrino che gli augurò felice il viaggio, e prese la via. Bernardo e la figlia lo seguirono sino al cancello che fu aperto fra nuovi saluti, e un momento dopo non si udirono che le sue pedate per il bosco, il rumore delle quali fu ben presto coperto da quello dell’incessante caduta del vicino torrente.
PARTE SECONDA
Dopo il bacio di Giuda il primo è questo
De’ tradimenli umani, ma la fama
Sdegnò pietosa numerar le arcane
Orrende fila onde fu ordito un tanto
Delitto e il tacque alla futura istoria.
Romanzi-Poetici.
Non iscorse che un giorno e fu commesso un fatto esecrando. La misera Maria sorpresa all’improvviso presso il suo casolare venne portata a Monrigone e rinchiusa nelle mura del castello del Conte. Quivi vano è ogni suo grido, vano ogni pianto, poichè quelli che la circondano non hanno orecchio pei lamenti femminili.
Ma chi è mai colui che nella gotica antica galleria tutta guernita intorno di ampj oscuri quadri frammisti a corazze rugginose, ad elmi, ad azze, a daghe passeggia a lenti passi colle braccia incrocicchiate e gli occhi rivolti al suolo?… Oh tradimento!… Egli è il Pellegrino accolto sì ospitalmente nel mulino di Arola… lo stesso conte Jago Biandrate!
Mostra all’aspetto più di trent’anni: è alto, magro, con muscolatura risentita e nervosa. Ha spaziosa fronte, pallide le guancie che alquanto sceme rendono oblungo il suo viso. Nerissimi sono i suoi occhi e nera del paro la capellatura, una ciocca della quale gli sta ritta sulla fronte essendo nei rimanente fitta ma breve. Una striscia di barba ricciuta e bruna ma non lucida come i capelli gli contorna il volto passando sotto il mento bipartito. Nudo, slanciato, tendinoso gli si scorge il collo chiuso al confine dall’orlo trapunto del giustacuore color verde-bruno, spoglio in tutto d’ornamenti e che s’informa strettamente alla persona come i calzoni rossi che riveste, i quali gli scendono ristretti sino alla nocca del piede. L’unico oggetto che s’abbia sulla persona, il quale non consuona colla simplicità del vestimento è un cordone d’oro che lo cinge ai lombi nel quale porta infisso un pugnale col manico cesellato di argento in vagina d’avorio.
Benchè i suoi lineamenti rimangono quasi immoti, un certo fremito che gli erra sulle labbra, un leggiero corrugarsi della fronte ad intervalli, un tener fiso lo sguardo ora in un punto ed ora in un altro, mostra ad evidenza che la sua mente sta appuntata in immagini vive che lo scuotono dalle intime fibre.
Ad un tratto fermasi presso una finestra che guarda nel cortile rinserrato fra le alte merlate mura, al di sopra delle quali s’alza la torre del Castello. Guarda verso di questa, porge l’orecchio, ed udendo come il suono d’un gemito soffocato, che parte da quella torre, si ritrae dal davanzale con moto di dispetto.
Passava in quel mentre in fondo alla galleria il falconiero Tibaldo, confidente e Consigliero suo prediletto; ei gli fece segno colla mano d’entrare in sala, rimanendo immobile in prossimità della finestra. Quando gli fu vicino accennò col guardo la torre e disse:
«Che fa là dentro?
«Piange» — rispose con tutta indifferenza il Falconiero.
«Quel suo miagolare continuo mi annoja.
«Fateci mettere un bavaglio alla bocca e non la sentirete più.
«No. — Benchè sia una villana non voglio usarle violenza… se venisse a deformarsi colle contorsioni, il suo promesso potrebbe non volerla più, ed io non ho intenzione di rompere il loro matrimonio.
«Ah!… ah!… v’è da scommettere una moneta d’oro contro un soldo che al matrimonio non v’è più un’anima che vi pensi (disse Tibaldo con riso beffardo).
«Oh! perchè credi che non si celebreranno le nozze? lo sposo è mio vassallo, ed alla fine del conto troverà convenirgli assai meglio venire a fare gli sponsali nel mio castello, vedersi qui festeggiato e godere poscia egli ed i suoi figli della mia protezione, che condursi ad abitare sotto altro dominio vendendo i suoi averi ad ogni vil prezzo.
«Sì, mettete la pecora nella tana del lupo e poi sperate che si consoli il pastore coll’offrirgliene i resti.
«Come? non fosti tu stesso che mi dicesti che per introdurre l’uso di quel diritto già da tanti altri feudatarj praticato, era necessario adoperare per le prime volte la forza, e che poi i vassalli vi si sarebbero a poco a poco abituati, piegandovisi senza difficoltà? Tu m’hai narrato del mio contadino Gaudenzo che sposare doveva la mulinara di Arola; tu me l’hai dipinta quale bellissima fanciulla, gli imponesti tu di venire a far le nozze al castello ed allorchè giungesti a scoprire ch’egli meditava di sfuggire al mio potere, fosti tu quello che consigliasti il modo d’impedirlo. Ora che la fanciulla è qui in mia mano, e che il nostro scopo non può essere raggiunto se non viene lo sposo a ricercarla ed ottenerla da me, tu sembri dubitare della riuscita di quest’impresa!… M’avresti tu posto a repentaglio di sostenere una guerra col Vescovo Signore d’Orta e dell’Isola per avere rapita una donna del suo dominio, senza poter venire a capo di stabilire quanto ci eravamo proposto?…
«Che mai v’importa ancorchè il primo colpo andasse fallito?… ma che dico: andare fallito?… non è anzi riuscito ottimamente? Senz’ombra di pericolo, senza che a voi nè ad alcuno dei vostri alabardieri sia stata pure scalfita la pelle colla scure o colle mazze dei villani, vi siete impadronito della più bella fanciulla di tutto il dominio della Riviera e vorreste far lamento se il miserabile a cui era destinata non viene a riprendersela?… Vi ricordate quanto costò l’ultimo fatto consimile, quando faceste qui trasportare la nipote del Priore di Serravalle? dodici arcieri rimasero sul terreno, tre furono presi ed appiccati, io ebbi da un graffio scorticata una mano ed a voi uccisero il cavallo.
«Per ciò appunto aveva determinato di non mettermi mai più in cimento a causa di donne: esse alla fin fine non recano che svantaggio, non sono che di peso. Almeno si potesse ottenere alcuna buona somma pel loro riscatto; tutti fanno grande apparecchio e rumore per non lasciarsele portar via, ma una volta che siano state qua dentro non darebbero una lira per riaverle. Lo sai ch’io non voleva pensarci più: se non venivi in campo colle tue maladette parole, io non usciva certamente a questa caccia… e nel momento in cui siamo!
Rimase pensieroso alcun istante, poi riprese a bassa voce: — «Due delle mie bande più valorose sono perdute; erano cento uomini, i migliori che portassero elmo e giaco in tutte le terre che bagna la Sesia… Ma poteva io far di meno per sostenere Fra Dolcino, quell’uomo santo e incantatore che mi aveva legato a lui con tante promesse!… Se non erano le genti d’armi di Novara alla battaglia di Zebello il Vescovo Vercellese non cantava vittoria di certo! nel momento che si menano le spade ci vuol altro che gli scongiuri e le invocazioni del piviale e della mitra, abbisognano buone loriche e braccia di ferro… Or bene, i castellani Novaresi che diedero ajuto a quel di Vercelli non potrebbero impegnarsi a sostenere il Vescovo loro, se questi mi chiedesse ragione della violazione del suo dominio? Ora che mancano gli uomini e che i miei vassalli hanno ardito di manifestare qualche segno di malcontento…..
«Da quali pensieri mai vi lasciate dominare? Vivete pure nella massima tranquillità, poichè il Vescovo di Novara signore della Riviera ha troppo gravi impegni in questi momenti per volersi impacciare in simili faccende. Che mai gli deve importare d’una villana ignorata da tutto il mondo, per torsi la briga poi di sfidare un signore potente e temuto come siete voi e di cui sono sì celebri le imprese. Oh! via scacciate ogni temenza, nè abbiate alcun sospetto sopra i vassalli, che se lo desiderate vi faccio vedere a ridurli in pochi giorni umili e timorosi più che un branco di pecore. Un pajo solo di que’ mascalzoni che si prendono, e si…..
«Sono stanco ti dico di vedere i miei soldati a fare da carnefici; nè voglio più che i cameroni del mio castello siano luoghi da tormenti come le sale nel convento degli Inquisitori. Fra Dolcino insegnavami che egli è opera meritoria il dare soccorso agli infermi, e non accrescerne il numero; che il demonio si fa compagno di chi sparge inutilmente il sangue umano.
«Gran pazzo briccone ch’era Fra Dolcino! Ed egli crede alle massime di quell’eretico impostore che a forza di ciarle lo spogliò di danaro e di soldati (così pronunciava tra sè Tibaldo mentre il conte Jago s’era posto a passeggiare di nuovo per la galleria come assorto in un grave pensiero).
«Orsù voglio che questa faccenda finisca lietamente per tutti, e nel termine di pochi giorni (esclamò il Conte arrestandosi d’un tratto presso il Falconiero). Farai che Maria sia levata tosto dalla torre e condotta nelle stanze che erano di mia madre; mi recherò io poi colà a consolarla; le regalerò dei giojelli per il giorno delle sue nozze, e mi proverò a parlarle da galante cavaliero: essa non possiede il candore del latte, nè sa agire e proverbiare secondo i precetti della corte d’amore come le dame dei nostri castelli, ma ha un non so che di deciso nella sua fisonomia che mi va sommamente a genio. Quando poi sarà sposa la colmerò di nuovi doni e allora tutte le altre la invidieranno e ambiranno di godere nello stesso grado il mio favore e la mia protezione.
«Oh quanto mai vi siete cangiato! (disse Tibaldo facendo un gesto di stupore). Usare di queste dolcezze verso i vassalli egli è un volerli far diventare orgogliosi, caparbi ed intrattabili.
«Ho determinato di far così e tanto basta (pronunciò il Conte imperiosamente). Tu andrai in cerca di Gaudenzo, gli dirai che la sua Maria non gli fu tolta che per punirlo dell’aver tentato di sottrarsi a’ miei comandi ed al mio dominio, e lo persuaderai a venire fra due giorni al castello dove gli sarà resa la sposa e si celebreranno pomposamente le sue nozze.
«Io andare in cerca di Gaudenzo, di quel villano impertinente, di quel…
«Oseresti tu rifiutare d’obbedirmi? (disse il Conte prendendolo con forza per un braccio). Se fra due giorni non conduci Gaudenzo placato al castello ti faccio seppellire vivo in fondo al sotterraneo.
«Non ho mai ardito, nè ardirei esitare un istante ad eseguire la volontà vostra (rispose timidamente il vile Falconiero). Non era che per serbare più completamente il grado e il decoro… che io osservava… ma se altrimenti vi piace faccio subito porre l’arcione al mio ronzino falbo e non gli leverò il freno di bocca se non ho ritrovato e ridotto Gaudenzo al vostro volere.
Così dicendo levò il berretto salutandolo rispettosamente, s’incamminò verso la porta della galleria ove il Conte lo seguì e nell’atrio gli ripetè il comando di far condurre la fanciulla di Arola dalle rozze ed anguste stanze della torre ove gemeva, nelle camere più addobbate del castello ch’erano quelle in cui aveva dimorato la defunta contessa Isabella sua madre.
La notte che susseguì al rapimento di Maria, Bernardo il mugnajo solo e desolato passò la Colma e discese a Civiasco, narrando il crudele evento a Gaudenzo. Un furore indescrivibile invase alla prima l’animo di questi; ma poi si raffrenò; stette alcun tempo silenzioso, indi rivolto a Bernardo disse con voce di disperata risoluzione: — «Le lagrime, i lamenti, le imprecazioni sono inutili: fa d’uopo vendicarsi o morire. Datemi la mano, o padre di Maria, e promettete di accompagnarmi nell’impresa che sono per tentare.
«Oh noi miseri! (esclamò Bernardo). Che mai possiamo intraprendere contro un signore chiuso in un forte castello, e circondato da tanti uomini d’armi? Ohimè noi poniamo a sicuro pericolo la nostra vita, e forse rendiamo più crudele la sorte della mia misera figliuola!
«Non temete: vi sono molti e molti che odiano mortalmente il Biandrate. Gli uomini d’Ara, quei di Vintebio, a cui esso tolse più volte i buoi e le messi, non attendono che il momento opportuno di concorrere a sterminare il feroce loro aggressore: anche i montanari della Val grande covano contro di lui un astio mortale per le sue crudeltà, e per avere con ogni possa favorita l’eresia di Fra Dolcino.
«Ma a che mai può questo giovarci? Abbiamo noi mezzo di parlare con quelle genti, di adunarle secretamente onde il Conte non ci sorprenda e ci assalga coi suoi prima di essere in grado di opporgli resistenza? Potremo noi persuaderli a versare il loro sangue per nostra cagione? O figliuol mio, non lasciarti trascinare dalla smania di una impossibile vendetta.
«No, ripeto, non è impossibile. Io sono disposto a tutto, e gli ostacoli che voi calcolaste non sono insuperabili. Noi avremo il soccorso d’un potente ausiliario.
«Di chi?
«Di Padre Anastasio l’Eremita.
«Oh che mai dici? L’Eremita di Civiasco coopererebbe alla depressione del Conte? darebbe egli mano ad unire le genti dei dintorni per liberarle dal loro oppressore?… Ma come lo sai tu?
«Gli ho parlato più volte, e quando gli riferii la prepotente esigenza del Biandrate che io facessi le nozze con Maria al suo castello, come mi significò lo scellerato Tibaldo, quel sant’uomo, il quale benchè vecchio conserva tutta l’ardenza e il vigore della giovinezza, si scagliò contro di esso colle parole più violenti e disse che un giorno o l’altro la mano del cielo lo avrebbe colpito in un modo esemplare e tremendo.
«Se l’Eremita è con noi egli ci assolve da ogni colpa: andiamo; andiamo da lui ed io eseguirò ciecamente quanto egli saprà consigliarmi.
Arrivarono di notte al romitaggio, ch’era una casupola presso una cappelletta posta verso la metà del monte; entrarono colà mentre il vecchio solitario appoggiato a rozza tavola stava meditando sopra un ampio volume al chiarore d’una lucerna che rischiarava un teschio umano. Si gettarono i due villici a’ suoi piedi, poichè quell’uomo era per l’austera sua vita venerato qual santo, e rialzati poi da lui cortesemente, fecero il racconto delle loro sventure, e Gaudenzo annunziò energicamente i suoi arditi progetti.
Nessuno sapeva di qual patria fosse quel vecchio Eremita di nome Anastasio e tutti parimente ignoravano da qual paese egli provenisse. Comparve in quella terra e si stabilì sul monte presso Civiasco allorchè Fra Dolcino l’eresiarca aveva posta la sua sede in quelle vicinanze, favorito e sostenuto apertamente dal Biandrate.
Vedevasi di quando in quando alcun monaco straniero recarsi a visitarlo nel suo eremo, lo che accresceva la di lui riputazione, ma nulla però traspirava intorno alla vita antecedente di lui, a’ suoi rapporti ed al suo stato. Egli s’adoperava con tutta possa a far sparire dagli spiriti le tracce lasciate dalle dottrine ereticali seminate da Dolcino e da’ suoi seguaci e a ritornare in forza i sentimenti di sommissione e d’obbedienza verso il Pontefice, i Vescovi ed i Sacerdoti che gli eretici avevano tentato di distruggere. La severità de’ suoi costumi, la vita di penitenza ch’egli menava, corroborando i suoi detti, davangli sommo vantaggio sopra i suoi avversarii, la rilasciatezza ed immoralità dei quali favoriva le perverse inclinazioni dei potenti, ma era oggetto di scandalo alla maggior parte del popolo. Non tralasciava pure nei caldi sermoni che teneva alle bande villerecce ora nei prati, ora ne’ boschi ove soleva adunarle, di parlare con veemenza contro i ricchi, di minacciare ad essi la maledizione del Signore in pena dei loro gravi peccati, e soventi volte dipingendo un reprobo incallito nella colpa, si serviva di tali immagini che tutti facilmente vi riconoscevano ritratto il conte Jago.
L’Eremita udì la narrazione di Gaudenzo e di Bernardo senza punto lasciare apparire sentimento di piacere o di dolore: appena appena la sua calva e rugosa fronte si raggrinzò per un lieve moto di sdegno quando ascoltò il modo in cui era stato condotto il nero tradimento.
Allorchè essi ebbero cessato di parlare, egli rimase alcun tempo meditabondo, appoggiata una mano alla gran barba, sostenendo il capo: poscia disse ai due contadini che riedessero agli abituri senza palesare i loro progetti a persona, e ritornassero da lui il giorno seguente prima del cader del sole che avrebbe ad essi dati que’ consigli che il Cielo per le sue preghiere gli avrebbe ispirati migliori. Benedetti con sante reliquie i due villici ritornarono al casolare colla mente ingombra di mille pensieri ed agitati dal timore e dalla speranza.
Nel dì vegnente quando i raggi del sole che s’inclinava ad occidente facevano rosseggiare le vette nevose delle Alpi vicine, e penetravano obbliqui per entro gli ampii annosi boschi fra cui era tracciato sul monte l’incerto sentiero che guidava al romitaggio, Gaudenzo e Bernardo armati delle loro scuri vi salivano impazienti d’udire se la divina ispirazione nel venerando vecchio avesse a confermarli o distoglierli dalla meditata perigliosa impresa. Pervenuti nel praticello che formava piazza innanzi alla capanna del Solitario, lo viddero starsi ritto innanzi alla porta, ed appena gli ebbe mirati, venire loro incontro. Brillavano d’insolito fuoco i suoi sguardi e sembrava avere acquistata in tutta la persona straordinaria energia e robustezza.
«La vostra proposta è ben accetta dalle anime beate (esclamò con voce ferma e sonora verso i due sopraggiunti). Siete voi ancora disposti ad eseguirla con tutta intrepidezza versando anche l’ultime gocce del vostro sangue?
«Sì, vi persisterò sino all’estremo respiro» — rispose focosamente Gaudenzo.
«Se i voti del cielo non ci sono contrarii io non risparmierò la mia vita» — aggiunse moderatamente ma con risolutezza Bernardo.
«Ebbene giuratelo su questa divina immagine!» — e porse innanzi a loro il Crocifisso che gli pendeva da un lato appeso ad un cordone.
«Lo giuriamo» — pronunciarono quei due unitamente piegando un ginocchio a terra e stendendo su quel Crocifisso la mano.
«Ora che siete legati con questa inviolabile promessa, io medesimo mi unisco a voi (proseguì l’Eremita), e quantunque non abbia mano capace di adoperare le armi, pure sono certo di prestarvi un ajuto di opere e di parole non meno valide ed efficaci. — Osservate nel breve giro di un giorno quanti alleati vi trovai nell’impresa. — Olà uomini di Vintebio, di Seravalle, montanari di Valsesia, uscite, venite ad abbracciare questi due nuovi vostri fratelli.
A tale chiamata balzarono fuori dalla casupula del Solitario e dall’interno della chiesetta varii contadini in diverso costume, armati chi di balestre, chi di scuri, chi di ronche, e si schierarono sul prato intorno all’Eremita, prendendosi in mezzo e stringendo con aria e con isguardi di viva intelligenza la mano a Gaudenzo e Bernardo, sorpresi oltre modo e giojosi di quella inaspettata comparsa.
«Udiste il giuramento che questi due prestarono di sacrificare nel periglioso cimento la vita? (domandò l’Eremita con voce grave e solenne). Ho bramato che vi convinceste con tutta certezza della loro decisa volontà e della fiducia che ripongono non in me ma nella onnipotenza di Quello che tutti ci regge. Ora voi stessi se viltà e codardia non v’invase, giurate che siete egualmente pronti a perire.
TUTTI.
Lo giuriamo.
EREMITA.
Quel Dio che conquise a Zebello le bande scellerate di Dolcino, che trarre volea nel lezzo dell’eresia e nell’infernale perdizione i popoli tutti di queste belle contrade, quel Dio sarà propizio alla nostra impresa. Colpirà la sua mano sterminatrice il feroce Biandrate che versò tanto sangue innocente proteggendo a tutto vigore gli iniqui Gazzari.
TUTTI.
Morte ai Gazzari… Morte… Si stermini il Conte.
EREMITA.
Egli commise infinite rapine ed ogni sorta di nefando delitto.
UOMINI DI VINTEBIO.
È vero, è vero. A noi furono tolti gli armenti da’ suoi satelliti, che uccisero ne’ prati i pastori.
UOMINI DI SERRAVALLE.
A noi rapì le biade, ed impose esorbitanti tributi minacciando d’incendiarci la terra se non li pagavamo.
MONTANARI DI VALSESIA.
Per proteggere l’eretico fece invadere le nostre montagne dalle sue bande sacrileghe, che commisero orrendi eccessi.
GAUDENZO.
Ora vuole obbligarci ad un tributo il più vile ed inaudito: pretende usurpare i maritali diritti: a me, che non cedetti, rapì la donna. Così vuol fare in avanti con tutti i vassalli.
TUTTI.
Morte al rapitore, all’adultero, all’omicida: s’assalga il Conte; non siamo più suoi vassalli.
EREMITA.
Ma di chi sarete voi? Egli è pur d’uopo avere un signore.
MONTANARI DI VALSESIA.
Faremo i Podestà come gli abitanti dell’alta valle.
UOMINI DI SERRAVALLE.
No: i Podestà non bastano; bisogna creare un capitano del popolo.
UOMINI DI VINTEBIO.
I capitani fanno lega coi ricchi: non vogliamo il capitano. Ogni Comune comandi da sè.
BERNARDO.
Noi della Riviera d’Orta abbiamo per signore il Vescovo di Novara: i nostri privilegi e i nostri diritti furono sempre sacri e rispettati.
TUTTI.
Sì. Proclamiamo Signore il Vescovo di Novara! Sterminiamo il Biandrate e viva il Vescovo — Viva.
L’Eremita seppe far prevalere su quella moltitudine i suoi moderati ed accorti consigli. Furono orditi i piani, e stabiliti i modi di muovere il paese ad intraprendere l’assalto. Finalmente quando divenne fitta la notte e tutto fu determinato e conchiuso colle più formali promesse i collegati si separarono, ritornando ciascuno alle proprie terre.
Scendevano dal monte Bernardo e Gaudenzo con alcuni degli uomini di Vintebio, che tenevano quella strada medesima, e che Gaudenzo nella gioja anticipata della vendetta obbligare voleva a pernottare seco lui a Civiasco, giacchè il cielo s’era fatto minaccioso, rimbombava il tuono e balenava. Allorchè furono a poca distanza dal paese s’arrestarono udendo i passi d’un cavallo giù nel sentiero, e la voce d’un estraneo cui rispondeva un contadinello. Diceva l’estraneo d’essersi smarrito, siccome poco pratico della strada che guidava a Civiasco, e sulla risposta del fanciullo che Civiasco era affatto d’appresso, domandava se conoscesse il giovine Gaudenzo di quel villaggio all’abitazione del quale era diretto.
Gaudenzo riconobbe quella voce odiatissima funesta a lui; era desso il falconiero Tibaldo.
«Compagni (egli disse tosto), questo che cerca di me è il più scellerato dei satelliti del Conte, quello per consiglio del quale si commettono le maggiori iniquità. Egli stesso fu che m’intimò gli ordini del Conte, egli che mi spiegò colla più sfacciata baldanza l’orribile di lui pretesa. Se voi avete giurato, veramente col cuore in faccia al venerando Eremita, ora è il momento di cominciare le nostre vendette.
Ciò profferito, balzò rapido sulla strada e seguìto dagli armati compagni affrontò il Falconiero al bagliore dei lampi.
Nel Castello di Monrigone il conte Jago inquieto e agitato pensava intanto al modo di riparare a quel tratto di perfidia da lui commesso, le cui conseguenze dubitava poter divenire pericolose, quantunque fosse assai lontano dall’immaginarsi la tempesta terribile che s’andava sul suo capo addensando.
Quando seppe che Maria era stata condotta nelle sale della defunta Contessa sua madre, si pose a spalle un mantelletto di seta, si coprì il capo con un berretto di velluto adorno di piume e si recò colà entrando col sorriso sulle labbra. La misera fanciulla non era stata punto consolata dall’improvviso cambiamento di stanza, anzi temeva che l’essere stata trasportata in quelle camere eleganti fosse appunto per venire visitata dal Conte. Allorchè lo vide comparire coprissi con ambe le mani la faccia e si diede a piangere e singhiozzare sfrenatamente.
«Non avere alcun timore di me, no, bella fanciulla, non aver timore, ch’io non voglio nè toccarti nè farti alcun male (pronunciò con dolcezza il Conte avanzandosi a lenti passi). Sono venuto anzi per recarti buone nuove, per consolarti… Ma via cessa di piangere, asciuga le lagrime, scopriti il viso, non sono poi il drago delle sette teste! che il cielo mi fulmini s’io ho intenzione di fare cosa che ti dispiaccia.
Così dicendo s’assise di fronte a lei, ma in fondo della camera, vicino ad un tavolo su cui posava uno scrignetto d’avorio. Maria piuttosto sorpresa che rassicurata da quella inaspettata cortesia, e più dalla lontananza frapposta, frenò il pianto, ma non si scopri il volto.
«Guarda bella Maria, ti piace questa collana? (proseguì il Conte con voce melata dopo avere aperto lo scrigno e trattine varj ornamenti femminili). Ebbene te la dono se tu levi quelle mani dalla faccia: vedi che belli anelli, che ricco spillone: oh come ti staranno mai bene quel giorno che tu sposerai il tuo Gaudenzo!
Maria a tal nome diede in uno scoppio più disperato di pianto.
«E che? non lo credi forse? Tutto quello ch’è accaduto non fu che una burla, e certo non l’avrei fatta s’avessi potuto immaginarmi che ti doveva costare tanto pianto. Il tuo Gaudenzo tu lo sposerai e non più tardi di domani o dopo.
«Dov’è Gaudenzo, e mio padre dov’è? (s’arrischiò a dire fra i singhiozzi Maria).
«Gaudenzo sarà qui nel castello questa sera stessa o domani per tempo. Ho spedito ad Arola a ricercare anche tuo padre, e per il momento delle nozze si troverà qui egli pure.
«Non è meglio allora che mi lascia andare a casa mia: troverò bene la strada da me. Per carità mi lasci andare.
«Non vedi Maria che comincia a farsi oscuro, e che il tempo minaccia. Odi il tuono: fra pochi momenti cadrà una pioggia dirotta. Non potrei lasciarti esporre per la via. Domani sarai pienamente contenta: nè qui puoi dire che ti sia stato usato e che ti si usi alcun maltrattamento. Se il tuo sposo avesse ceduto di buon grado al mio desiderio di far le nozze nel castello, io non mi sarei presa la briga di qui condurti contro la tua volontà. Ma nulla tu hai perduto; le nozze si celebreranno egualmente, e mia mercè tu sarai la più ricca e la più adorna delle mie vassalle. Tutte queste gioje sono per te: io te le dono; rasserena il tuo spirito e apri il cuore all’allegrezza ed al contento.
Queste parole profferite dal Conte con accento animato e persuasivo, il moderato suo contegno, la promessa che sembrava sincerissima di riunirla allo sposo ed al padre recarono la speranza nel cuore di Maria. Alzò essa il capo, girò meno afflitto lo sguardo e sulle sue guance il pallore diede luogo ad un lievissimo colore di rosa. Eransi recati i lumi. Il Conte la rimirò con occhio di somma compiacenza, e sentendo che lo sforzo fatto contro la propria abitudine d’essere dolce ed umano, non potea protrarsi in lungo, poichè rinascevano gli stimoli delle sue cieche e furiose passioni, la salutò con un arcano sorriso e si ritirò.
Innoltravasi la notte; Tibaldo non ritornava. Il Conte attribuì il ritardo alla bufera e si coricò. L’immagine della fanciulla d’Arola gli si presentò vezzosa alla fantasia. Sognando, vedevala lieta e ridente accompagnata al suo Gaudenzo recarsi alla di lui capanna, e quella consolazione innocente e sincera di due sposi contadini, gli destò una rabbia, un’invidia profonda. Svegliossi pentito delle promesse fatte e dell’usata moderazione. Balzò dal letto, scellerati pensieri lo predominavano: s’avvolse in ampio mantello ed uscì dalla sua camera fermo in nefando proposito. Nell’attraversare la galleria lo ferì il rumore d’un insolito bisbiglio: s’accostò al balcone, ne spalancò un’imposta e trasalì all’improvviso grido d’allarme partito dal soldato che stava a guardia alla torre.
Era l’aurora, ed i primi raggi mattutini rischiaravano la sommità delle merlate mura del castello. Il Conte retrocedette a gran passi, e si scontrò in fondo alla galleria con due de’ suoi uomini d’armi che salivano le scale in tutta fretta per ascendere sulla torre onde vedere qual causa avesse dato motivo al grido della sentinella. Egli li sollecitò maggiormente e quelli in pochi istanti calarono, dicendo che dalla torre vedevasi venire verso il castello una gran turba d’uomini, nelle mani dei quali miravansi lucicare dei ferri.
Fremette il Biandrate a tale annunzio: ordinò che tutti i suoi soldati si mettessero in armi prontamente: che gli arcieri occupassero i baluardi, e venti alabardieri a cavallo in armatura pesante uscissero incontro a quella turba per arrestarla e disperderla. Vestì egli stesso la sua miglior corazza, e ripostosi l’elmo in capo si recò in persona sul vallo onde accertarsi cogli occhi propri del fatto.
Vide una numerosa banda di contadini e montanari armati avanzarsi in massa compatta verso il castello, ed altre file seguirla paralellamente per altre strade. Al mezzo della massa principale sovrastava un’asta su cui eravi infissa una testa che tutti con terrore riconobbero per quella del falconiero Tibaldo. A tal vista non rimase più alcun dubbio nel Conte sullo scopo di quel popolare armamento. Con feroce speranza, mirò i suoi alabardieri tutti aspri di ferro uscire dal castello e serrati d’appresso i cavalli, le lancie abbassate, abbandonare le briglie e galoppare contro quella massa ribelle. Al vedersi investiti nacque tra i contadini una agitazione, un subbuglio: ma s’udirono alcune voci di comando e quella massa s’acquetò, si restrinse e rimase immobile. Accostatisi i guerrieri vennero accolti da un nembo di freccie sì formidabile che metà dei cavalli caddero a terra feriti, e sebbene gli altri si slanciassero più oltre contro i contadini in pochi momenti li vide il Conte con immensa sua rabbia e dispetto volgere i destrieri e cacciati in fuga ritornare a gran corsa verso il castello. La moltitudine mandò un urlo immenso e si avanzò anch’essa più rapidamente contro i baluardi del Biandrate.
Rientrati gli alabardieri fu alzato il ponte levatojo e venne calata nell’arco interiore della porta la saracinesca o cataratta di ferro. Tutto quel giorno fu un cambio continuo accanito di dardi, di saettoni, di sassi tra gli arcieri del Conte e gli uomini della lega contadina che avevano circondata da ogni parte la fortezza. Durante la notte i capi della Lega tennero consiglio nel bosco vicino, e considerando che il castello, preso sì all’impensata, non poteva essere provveduto di vettovaglie, determinarono di starvi d’intorno e senza porre a repentaglio la vita costringere il Conte ed i suoi ad arrendersi per la fame. Gaudenzo s’oppose con violenza a tale risoluzione volendo che ad ogni costo si espugnasse il castello montando all’assalto: ma gli altri tutti rigettarono la sua proposta siccome temeraria e di troppo dubbia riuscita, onde egli dovette acquetarsi al comune parere. Fu nella stessa adunanza stabilito si spedisse il padre Anastasio Eremita al Vescovo di Novara partecipandogli la risoluzione della Lega d’averlo per Signore e feudatario in quei dominii, e pregandolo a mandar tosto alcuno de’ suoi Vicarii onde confermare e inanimire nell’impresa i combattenti.
Il conte Jago erasi intanto disposto alla più disperata difesa: non era vero che il castello fosse sprovveduto di viveri; v’avevano delle provvigioni di granaglie e carni, ch’erano restanti di quelle raccolte per fornirne i Gazzari. Benchè non ardisse tentare una sortita, essendo i nemici in troppo gran numero, viveva certo però che questi, mancanti d’ogni macchina murale, non sarebbero mai stati in grado di atterrare e superare i baluardi. Sperava d’altronde che tra quelle bande di rozzi terrieri sarebbero nati contrasti e dissidii, nè aveva perduta la fiducia che qualche feudatario vicino temente di simil fatto tra i proprii vassalli sarebbe accorso co’ suoi militi a liberarlo. Nei primi momenti della rivolta aveva in suo furore pensato ad un’atroce vendetta rendendo vittima la misera Maria, che teneva per certo essere l’innocente cagione di tanto trambusto; ma pensò convenirgli meglio tenerla in vita sino a momento più opportuno, onde caricatala di amari rimbrotti la fece rinchiudere di nuovo in più tetro carcere nella torre.
Il Vescovo di Novara ricevette maravigliando l’annunzio della sommossa dei vassalli del Biandrate e provò profondo rammarico allorchè seppe essere ciò stato particolarmente cagionato dal rapimento d’una innocente fanciulla commesso dal Conte ne’ suoi dominii della Riviera. Ma ai pensieri di vendetta, d’ambizione, d’orgoglio prevalse nell’animo di quel sapiente Mitrato l’amore del giusto, il desiderio della concordia, della pace, della cessazione dell’effusione del sangue; calcolando eziandio con veggente politica che l’accettare per sè i dominii del Biandrate quantunque momentaneamente sostenuto coll’armi dai popolari, era stolto consiglio, giacchè la famiglia Biandrate essendo stata investita dei diritti feudali dall’Imperatore, non potevasi impunemente usurpare que’ diritti per qualsiasi cagione senza involgersi in una serie infinita di perigli e di contese.
Spedì però quel Vescovo immediatamente il suo vicario Eraldo Nata al campo della Lega intorno a Monrigone, non quale apportatore della propria accettazione del dominio, ma siccome mediatore tra i vassalli ed il Conte. L’eremita Anastasio non fu veduto ritornare seco lui, nè mai più comparve sulle rive della Sesia.
Il Vicario adunati i principali della Lega manifestò loro la volontà del Vescovo e gli consigliò a riporre in sue mani la loro causa, poichè sperava coll’ajuto di Dio di condurre a buon fine le cose, facendo che cessassero perpetuamente da parte del Biandrate tutti quegli atti ch’avevano mossi gli oppressi vassalli ad imbrandire le armi contro di lui.
Il rifiuto del Vescovo di Novara d’accettare il dominio scoraggiò nell’impresa i più protervi e li costrinse ad accedere alla proposta del vicario Eraldo. Questi avuto l’assenso della Lega penetrò nel castello e dopo lungo animatissimo colloquio col conte Jago lo fece piegare a’ suoi desiderii, per cui fu stesa e proclamata la pace e giurato un reciproco perdono.
L’armata degli assedianti si sciolse. Maria venne restituita a Gaudenzo, che giubbilante e dimentico dei passati affanni l’accompagnò coi di lei padre ad Arola, nel qual luogo si celebrarono le nozze. Il Conte dalla trista esperienza istruito, usò per l’avvenire co’ suoi vassalli di modi più miti ed umani; e questi, sinchè ebbe durata la signoria in quella famiglia, si dimostrarono verso di essa rispettosi cd affezionati.