I.

Venivano via cantando una di quelle antiche rime d’amore, che create Dio lo sa da che anima e in che momento di felice poesia, rimangono tradizionali in un dato paese, come tra gli uccelli lo strido caratteristico della specie. Erano una quindicina di giovanotti; dietro il villaggio, attraverso la campagna, riuscivano sullo stradale e a passo militare si tenevano a manritta verso il rettilineo che mette al palazzo dei conti di Brazzacco. La notte placida come suole nel maggio, e lucente pel lume della luna, lasciava discernere gli oggetti come se fosse stato di giorno. Una stella spuntava allora al disopra del viale: l’avresti presa per Sirio, tanto scintillava serena e vivacissima tra le cime dei carpini, ma forse era il Cane maggiore che seguiva da lungi Orione già alto pei cieli. Giunti all’acquicella, alcuni s’assisero sotto le acacie, altri si sparsero pei campi a raccogliere fiori e foglie emblematiche.

C’è nel paese una vecchia usanza. Ogni sabato di maggio s’uniscono così in brigate e girano la notte d’uno in altro villaggio cantando i loro strambotti, e dinanzi alla dimora delle giovani da marito, depongono, spargono od intrecciano in vario modo rami, erbe e ghirlande che da tempo immemorabile hanno un significato generalmente conosciuto. Cotesta costumanza, che con voce friulana dicono Sçhiarnete, riesce talvolta un omaggio, e l’ambiscono ed è il desiderato dei premi; più spesso però la lode va frammista a qualche biasimo terribile, sicchè non v’è ragazza che in quelle notti del maggio ardisca abbandonarsi tranquillamente al riposo. Stanno all’erta e appena allontanati i giovani, escono tacite a spiare ogni cosa, e se tra i fiori possano rinvenire il serpe temuto, cautamente lo sbrigano. Talvolta gli amanti e i fratelli son essi che fanno la guardia, ma i cori dei cantanti passano e ripassano, ed è tanta la loro longanime accortezza, che all’alba le fanciulle si trovano quasi sempre giudicate.

Sul passo della Manganizza già tornavano intanto alcuni colle nuove provviste. Erano mazzi di papaveri, rami di tremerella, spiche di segala, bacche di ligustri, fiordalisi, coronille, pervinche, viole del pensiero, una quantità di fiori campestri e d’erbe d’ogni fatta, perfino l’ortica e l’abborrita cuscuta devastatrice dei prati. Le mettevano con ordine in alcuni panieri, e i tre o quattro che parevano i caporioni dell’impresa andavano discutendo fra loro i meriti delle ragazze del vicino villaggio.

— Ecco qua una bella frasca di pioppo per la Tinuccia, diceva l’un d’essi.

— E anche queste spiche di segala, ch’ell’è superba come un lucifero.

— La segala, amico caro, fà di tenerla per la figliuola di mastro Antonio, la quale non ha in testa che fumi, e sciala la domenica a uso dama, mentre non sa filarsi neanche la camicia.

— Ehi! oseresti farti protettore della Tina? chiedeva in tono corrucciato un ultimo disceso allora dall’argine del torrentello, dov’era stato a tagliare un gambo d’irsuti cardi. Io, vedi, porto proprio per lei questi bei fiori colore di porpora che guai a chi li tocca!

 

— Che diaccine vai tu bestemmiando di proteggere la Tina? se l’ho con colei forse più che tutti voialtri dopo il brutto tiro ch’ella ha giuocato a quella pover’anima dell’Armellino. Vorrei foderarle la porta, la finestra e l’albero che le sta di contro di ortiche, di triboli e d’ogni mala erbaccia che Dio s’abbia creato nella sua collera. Ma volete fare le cose senza senso? chi di voi può negare ch’ella non sia bella?…

— Bella e modesta come la Madonna annunziata, ma cattiva….

— Intelligente, laboriosa, con un fare tutto melato che la t’incanta….

— Ha ragione Giacomino, le spine e l’assenzio non le vanno, ma non ha cuore; mettiamogli il cardo.

— Aspettate, quest’è una ghirlanda di tremerella….

— Va bene, la tremerella volta le foglie al minimo soffio. Or bianco e or verde, or dell’Armellino e ora di Giorgio.

— Ma è proprio vero, si faceva a chiedere un altro, ch’ella ha piantato l’Armellino per isposare Giorgio il nipote dell’oste di Oleis, se non isbaglio?

— La storia è oramai vecchia. Dove sei stato che pare che tu venga dalle nuvole?

— Affè me l’han detto l’altra sera appena tornato in paese, ma credevo che fosse una chiacchiera; perchè, vi ricordate, l’anno scorso quanti bei fiori tutti d’accordo le abbiamo recato sulla porta?

— Fu un vero trionfo. Chi era che le combinava così bene l’anno scorso?

— Ve’ lì Nardo e il Rosso e Giacomo….

— Perdono, interruppe quest’ultimo, Giacomino non c’entrava.

— Ah no, no! Tu eri a Manzinello a custodire l’amorosa…. e davano in uno scroscio di risa. L’altro continuava:

— Sulla sua porta l’anno scorso si appendeva una ghirlanda di gelsomini, poi un mazzolino di mammole con un magnifico garofano nel mezzo, che diceva bella e modesta ad un tempo, a lei la salvia, la cannella, la luisa; a lei una rosa di maggio che avevamo in primo ben rimonda dalle spine, perchè per giudizio di tutti ell’era la meglio ragazza dei dintorni e non si poteva trovare dove attaccarle un biasimo.

— E l’Armellino, oh come era lieto di quella nostra sentenza!

— Ti ricordi, quando fra le foglioline di timo che avevamo sparse sulla soglia per la minuzzata s’accorse di qualche spiluzzico di reseda che quel briccone del Rosso ci aveva gittato per entro a dinotare l’amore allora segreto, ma di cui egli nella sua malizia aveva già qualche barlume?

— E ci guardava con tanto d’occhi per sapere come fosse venuta fuori; e invece di negare, nella sua ingenuità spiattellava ogni cosa.

— Povero Armellino, e adesso soldato!

— Come soldato? Egli era meco nella nota!

— Soldato ti dico…. Va cambio per disperazione! E nel proferire questa parola Giacomino si alzò indispettito e piantò con impeto la ronca nel tronco d’un’acacia.

In questo mezzo avevano terminato di disporre ogni cosa, e i panieri erano già pieni di mazzolini e di ghirlande. Alcuni avvicinati rivedevano il lavoro e andavano notando:

— Questo per la Peppa, l’altro per l’Annina; quando uno osservò:

— E per la Menicuccia che cosa le avete apparecchiato?

— Chi è questa Menicuccia?

— Sta in fondo alla villa, una piccola sui quindici, piuttosto bellina, che alla sagra di Madonna di Strada faceva l’occhiolino al terzo e al quarto…

— Adesso ci vengo: porta per solito una pezzuola scarlatta,…. non sa dire una parola con garbo, in ricambio ride e sorride…. Ma vorresti metterla fra le ragazze da marito?

— O bella! è lei che ci si mette.

— Per la Menicuccia, gridava Giacomino, una rosa inodora e un mazzo di trucioli!

— Bravo! ben trovato! I trucioli esprimono al vivo il desiderio dell’armadio nuziale, che la poverina già comincia a sentirsi nel cuore.

— Su dunque, prendete i cesti, intonate le canzoni, e apriamo la marcia per Soleschiano.

— A Soleschiano! gridavano in coro.

— Adagio un momento, si faceva a dire il Rosso interrompendo quella foga; non mi pare ben pensato. Vorrei farvi osservare….

— Fermi tutti! e si ascolti il dottore della compagnia.

— Ecco, continuava il Rosso, a Soleschiano devono già averci sentiti; e poi a quest’ora avranno avuto notizia dei fatti di Manzinello. Noi abbiamo qui certi mazzolini che forse laggiù non troveranno troppo di buon odore. Se Giorgio, se il Moro, che so io? se i fratelli della Menicuccia fossero ad aspettarci…. È vero che noi abbiamo tutti la ronca, ma se ci toccasse di dover darla a gambe, e perdere i cesti, e spandere senza costrutto per la villa i nostri fiori e le nostre ghirlande che ci costano tanta fatica!…

— Siamo in quindici, pauroso!

— Osservo che laggiù potrebbero essere più di quindici,  replicava il Rosso, e non amerei dimani alla messa grande comparire con qualche battufola sul mostaccio.

— Or bene, spícciati, e fuori il tuo consiglio.

— Infatti, io consiglierei, proseguiva colui che pareva l’Ulisse della brigata, che s’andasse pure a Soleschiano e cantando anche se vi aggrada a gola aperta, ma che non si regalassero che i fiori e le erbe inconcludenti, tenendo ben guardate nei nostri panieri quelle che potessero spandere qualche effluvio un po’ ingrato….

— Oh questo poi no! interruppe Giacomino. Vada per le altre, ma alla Tina, siamo tanti vili se perdoniamo….

— E chi ti dice di perdonare? Da Soleschiano noi passeremo sempre cantando a San Lorenzo. Sul pozzo pianteremo un bel maggio che voglia dire qualche cosa in comune a tutte le ragazze del villaggio; e voi altri là spicciatevi subito a comporlo; poi come se fosse finito sciogliamo la compagnia, e per gli orti e per la campagna quatti quatti torniamo tutti a Soleschiano.

— Subito all’esecuzione! disse Nardo, e secondo una mia idea ecco qui questo bel ramo di oppio che può servirci benissimo per San Lorenzo.

— L’oppio vuol dire lagrime; ma se non ti spieghi meglio!…

— Nei giorni di mercato a Palma, quando si passa mattutini pei villaggi che stanno lungo la via, non è una specie di consolazione il trovare intorno al pozzo già tutte alzate e leste ad attignere le ragazze del paese che ti salutano per nome, che ti offrono da bere, che ti fanno un risolino, o ti dicono una bella parola, mentre ripigli lena per le fatiche del viaggio? — Ridevano, e taluno osservava che a Claujano questo caro conforto del povero viandante non manca per certo: gli è una gloria; sempre folla a quel benedetto pozzo, e garbate e graziose le ragazze.

— Ma a San Lorenzo, ripigliava Nardo, chi di voi ne ha incontrato una sola? Gli è un pozzo deserto e silenzioso come un sepolcro; tutto al più qualche vecchia, o qualche omaccio. Or bene, se attacchiamo dei mazzolini di papavero alle frondi di questa pianta permalosa che appena si tocca piange ad ogni stagione, vorrà dire che la pigrizia delle belle di San Lorenzo fa piangere noialtri poveri diavoli di giovinotti.

— Viva il ghiribizzo di Nardo! — E si misero ad adornare di papaveri l’oppio, intonarono una villotta, e via alla volta di Soleschiano.

Nel villaggio erano aspettati. Alcune ombre si vedevano correr via velocissime rasente i muri, qualche porta gettava per un momento uno sprazzo di luce, poi la si udiva rinserrare di nuovo con cautela, scorgevasi dalle finestre semichiuse qui e colà trapassare qualche lumicino; dall’una parte un leve bisbiglio di voci, dall’altra un fruscio di piedi, o qualche rumore improvviso; una sola casa, quella della Tina pareva affatto abbandonata e sepolta nel silenzio. Fecero le viste di non si addare, e passarono per la villa in marcia ordinata gittando ogni qual tratto una manata di erbe odorose di petali di rosa, di corimbi d’acacia. Sul piazzale dirimpetto al palazzo si fermarono a comporre alcuni canti, mentre tre o quattro deponevano dinanzi a taluna delle case qualche fiore o qualche frasca innocente. Indi ripigliata la marcia si diressero verso il villaggio di San Lorenzo.

Non avevano appena oltrepassata l’osteria, che Soleschiano come rianimato tornava al movimento e alla vita. Si spalancavano gli usci, udivi a chiamarsi per nome, ad interrogarsi; alcuni curiosi si facevano ad esaminare le foglie e le erbe sparse per la via, e avresti notato più d’una vocina gentile che dall’alto di qualche finestra scendeva ad intromettersi al cicalare della piazza. Durò il tramestio finchè arrivarono le notizie di San Lorenzo. Allora quietati, ognuno si ritirava in santa pace alla propria dimora, e pochi minuti dopo si avrebbe potuto giurare che tutto il villaggio dormiva. Una creatura peraltro faceva eccezione, la Tina. Affatto sola, ritirata nella sua cameretta ella aveva passato alcune ore di mortale angoscia. Aveva messo il fanale fuori della porta, e seduta sovra una cassa colle mani incrociate in grembo e colla testa bassa come chi si sente colpevole, continuava a star lì immota senza osare porsi a letto. La finestra aperta lasciava entrare il lume della luna che scherzava sul pavimento dipingendo in mille bizzarre forme le mobili foglie del gelso gigantesco piantato dinanzi alla casa. Era un pezzo ch’ella pensava tremando al giugnere di quella notte, ma non si sarebbe mai immaginata di doverla affrontare così sola; Giorgio le aveva fatto tante promesse, e Giorgio non era venuto! Nel villaggio, dopochè aveva lasciato l’Armellino, ella non aveva amici. Le stesse compagne d’infanzia da qualche tempo la sfuggivano, ed ella sentiva troppo bene nel cuore com’era diventata per tutti un oggetto di disapprovazione e di disprezzo. Povera Tina! così dolce di modi, così bella e serena, come mai l’era fallito l’amore? Pensando al suo passato, le pareva impossibile che l’avessero dimenticata, ma non ardiva accertarsene col farsi alla finestra. Aveva sentito i canti dei giovanotti andar via allontanandosi nella direzione di San Lorenzo, poi l’agitarsi del villaggio di Soleschiano e i passi e il rumore di chi andava su e giù per la via, e una voce che diceva: — Netta anche la porta della Tina! —

II.

Il silenzio della notte era tornato, l’aria non le portava più se non il leve mormorio della Manganizza e i canti degli usignuoli nel viale; nondimeno non poteva persuadersi che fosse finita. Una volta le parve di sentire come avvicinarsi un passo guardingo, e fatta di ghiaccio senza neanche alitare stava in orecchi: l’ombra delle foglie del gelso ch’ella vedeva a’ suoi piedi nel chiaro della luna s’agitò un istante in modo assai strano. Appendevano una qualche frasca a quell’arbore, od era stato un improvviso buffo di vento? Ma non appena aveva potuto quietare il battito del cuore per queste subite e forse vane paure, che udì assai distinto alcune pedate che venivano da diverse parti; poi un bisbiglio di voci sommesse e un fruscio fra il fogliame del vicino viale, e tacere ad un tratto il canto degli usignuoli, indi cangiarsi in quel fischio lamentevole che mandano le femmine quando si vedono gente dappresso e tremano sul nido impaurite pei loro piccini. Non era più dubbio, tornavano; e di lì a pochi minuti, se l’angoscia glielo avesse permesso, ella avrebbe potuto raccogliere buona parte di questo dialogo, che s’intavolava proprio sotto alla sua finestra.

— Non sono, ti dico!

— Ma questa mattina li ho veduti io co’ miei occhi: erano due bei giranei, la casselletta col garofano che le ha regalato quella bestia dell’Armellino, e un’altra tutta folta di basilico.

— Oh bella! Si sarà sentita sulla coscienza il peccato e per prevenirne almeno in parte la punizione, li avrà tirati in camera.

— La finestra è aperta; mi darebbe l’animo di scalarla e andarglieli a tòrre magari di sotto al letto. Ma vuoi scommettere ch’ella s’è cavata dai freschi coll’andarsene a dormire fuori di casa, ed ha portato via tutti i suoi fiori immaginandosi già che questa notte noi glieli avremmo devastati?

— È facile: altrimenti quel bravaccio di Giorgio si sarebbe lasciato vedere, credendo d’imporci con quei suoi baffi colore di sorcio; ma i fiori non può averli portati con sè, e neanche nella camera, adesso che ci penso, non devono essere; avrebbe chiuso le impòste; li avrà nascosti in qualche campo.

— E allora come si fa a trovarli fuori?

— Aspetta; parmi d’aver veduto qui dappresso un seminato di canapa. Io ho buon naso; intanto che vengono gli altri, andiamo a cercarli. — E si allontanavano. Quando furono vicini al campo indicato, il Rosso cavò fuori il suo moccichino, lo distese per terra e razzolando colle mani lo riempiva di sabbia e di minuti sassolini.

— Che diaccine vai ora facendo? chiese l’altro meravigliato.

— Ti dico ch’i’ ho buon naso e che il basilico ha buon odore. — Poi si mise a girare per la canapa, e come se l’avesse incensata gittava per tutti i versi manate di sabbia, indi annusava col muso all’aria a guisa di bracco. Nardo rideva, e fermo sul ciglio del fosso stava guardando a quelle tante parabole di sassolini che illuminati dalla luna parevano goccioline di acqua o di argento liquefatto cadenti ad innaffiare quel luccicante quadrato di verde.

— Ci siamo! gridò il Rosso, il basilico risponde, — e veniva fuori trionfante con in braccio la cassetta. — Eh! ho trovato anche gli altri, sono lì dappresso. Sapevo bene che il basilico chiacchierone avrebbe fatto la spia! — Infatti quella povera inconsapevole pianticella percossa dai sassolini aveva mandato un così acuto getto di profumi che valse subito a tradirla e a discoprire i compagni. Si misero a trasportarli sull’interrato che circonda il Rovere dirimpetto all’osteria. Erano tutti intenti a questa faccenda, quand’eccoti dal villaggio un repentino urlare di voci adirate, un dágli, un accorr’uomo, un parapiglia da non dirsi. Nardo lascia andare la cassetta e spaurito si mette anch’egli a gridare. Il Rosso non vuol altro, salta il fosso e via a gambe su pel viale. Nel frattempo ch’essi erano andati a cercare le casselle della Tina, gli altri avevano quasi terminato d’infiorare a lor modo il villaggio già affatto immerso nel sonno, e fatti franchi dall’esito dell’impresa fino allora felice, giugnevano in piena sicurezza a quell’ultima casa. Contenti di poter finalmente sfogare il rancore che tutti d’accordo portavano alla sfortunata fanciulla, senza più oltre aspettare i due che mancavano, s’erano già posti all’opera. Avevano vuotato i cesti e andavano sciorinando sul terreno le loro frasche e i fiori d’ogni sorte. Un povero figliuolo a cui pareva spirito il mostrarsi più degli altri accanito, con gioia maligna, come se avesse sperato farsi udire da lei, enumerava ad alta voce il tristo significato di quelle tante erbacce. Quando giù dal moro, come un fulmine salta l’Armellino, e datogli due sonori scappellotti, gli ordina di rimetter tosto nei cesti tutto quell’arsenale di porcheria, e di sgomberare sull’istante. Voleva far resistenza, ma un altro più potente scappellotto lo persuase, e chinatosi per terra rapidamente obbediva. Gli altri sbigottiti da quell’improvvisa ed inaspettata comparsa, parte s’erano dati alla fuga, parte gridavano arrabbiati, ma non osavano affrontarlo, perchè egli aveva cavato la ronca, e così fattamente tremava e gli uscivano dagli occhi tali scintille di concentrato furore da far temere chi sa qual tremenda esplosione. A qualche passo di distanza s’erano peraltro aggruppati diversi, e bestemmiavano minacciosi e s’aizzavano l’un l’altro per farsi alla zuffa e vendicare l’insulto. Giacomino stupefatto, che di tutta quella scena non aveva potuto capir nulla, se non l’inopinata presenza dell’amico, quando potè un poco raccapezzarsi gli si fece dappresso e chiese con voce calma fissandolo arditamente:

— Che ti abbiamo fatto noialtri per maltrattarci in cotesta maniera?

— E a voialtri che cosa importa della Tina, che venite qui a rompermi l’anima, a crescere dolore sovra dolore? Via tutti per Dio, se no vi caccio a coltellate!

— Ma non sai tu che siamo in quindici, e che potremo bene tenerti fronte, se non avessimo pietà d’un povero pazzo?

— Sì!… sclamò egli improvvisamente mutando tenore. Sì! pazzo! l’hai detta. Ma tu una volta, Giacomino, mi volevi bene…. Và, persuadi quei monelli ad andarsene: che mi lascino in pace! Ad essi la Tina non ha fatto nulla. Son io il tradito…. E poi che importa, s’ella non può più amarmi? Quante ore felici non ho passate io qui!… Adesso, in questo mondo sono di troppo…. fra pochi giorni vado via per sempre. Non offendete questa povera creatura che mi è stata tanto cara…. Oh Giacomino! Ti prego per la nostra amicizia, per amore della mia memoria, fà che anch’essi la rispettino! — E si gettò a piangere sul petto dell’amico, che intenerito lo strinse fra le braccia.

Nel dimani, nella villa di Soleschiano, erano due persone che piuttosto che comparire alla messa si sarebbero seppellite sotterra; la Tina, e il povero diavolo a cui erano toccate le busse. Risolvettero peraltro entrambi di affrontare ad ogni costo quel rossore, ma la ragione che ve li persuase era affatto diversa, e vi si accinse ognuno alla propria maniera. Il giovanotto aveva pensato che nel suo caso era assolutamente necessario di farsi vedere proprio lì nella sua chiesa; e farsi vedere in modo tale che bastasse a smentire qualunque voce corsa della disgraziata avventura. Nella sua testa, credette che a tal uopo tornasse bene vestirsi dei migliori abiti, mostrarsi allegrissimo, ed egli ch’era stato sempre la miglior anima del paese, in quel giorno fece il bulo, e passeggiava sulla piazza in mezzo alla gente con un fazzoletto scarlatto ad armacollo, due altri nelle saccocce di cui a bello studio gli riuscivano fuori le cocche, e per la prima volta in sua vita con la pipa in bocca. — In quanto alla fanciulla, era domenica, e mancare al precetto, non le passava neanche per la mente. Ma per isfuggire allo sguardo di tanti curiosi, corse in chiesa appena l’alba, e chiusa nel suo ampio fazzoletto s’inginocchiò in un cantuccio, e stette là immota finchè, finita la messa, tutti furono usciti. Da quell’epoca in poi, questa fu per lei un’abitudine costante. Era diventata solitaria e taciturna, quasi sempre ritirata a casa pareva che sfuggisse ogni umano consorzio. Nei giorni di lavoro in campagna usciva cogli altri, ma non prendeva parte nè ai loro canti nè alla loro allegria. In famiglia, mansueta e dolce, come sempre, obbediva; del resto di rado avresti sentito la sua voce; pareva che nemmanco ascoltasse i discorsi degli altri, tanto stava continuamente fisa ne’ suoi pensieri. Sua unica gioia era potersi appartare, e tutte le ore disoccupate le consumava in qualche angolo remoto col viso fra le mani, e spesso una lagrima furtiva le solcava le guance ogni giorno più pallide. Ma non era per questo meno bella. Anzi tutti i suoi lineamenti avevano acquistato una non so quale ineffabile vaghezza, che non potevi a lungo contemplare, senza sentirti la commozione nel cuore. Non più eretta la persona come nella superbia della prima giovinezza, ma a guisa della dilicata campanula dei convolvoli, o della cineraria che sull’esile gambo piega così graziosa la sua corolla gentile, anch’ella quasi sempre teneva bassa la testa. Dalle labbra mobilissime involontariamente talvolta le traspariva un impercettibile sorriso di voluttuoso affetto che passava come lampo, o trasformavasi nell’amara espressione d’un inconsolabile dolore. Oh chi l’avesse potuta osservare, quando internata nella solitudine del giardino dei Conti riusciva sul margine della Manganizza tra le pioppe e le querce secolari che ivi la fiancheggiano, e abbandonata a sè stessa si sedeva senza sospetto a contemplare il corso dell’acquicella! I più reconditi pensieri le si dipingevano allora quasi senza velo sulla candida fronte; tutta l’anima le correva alla faccia, e i suoi grandi occhi neri nei quali da qualche tempo s’era accesa una fiamma passionata pareva che vedessero gioie ineffabili in ogni onda che passava; ma fuggivano tutte, ed ella sorgeva pallida, lagrimosa, ed atteggiata di una così cupa disperazione che l’avresti presa per la Niobe dei Greci. Che era mai che così la rapiva in estasi per poi gittarla in cotesti desolati pensieri? Che era questa forza arcana che metteva adesso tanta vita in quelle gracili membra, e mentre visibilmente deperivano le irradiava di tanta grazia, di tanta quasi divina bellezza? Era la scintilla venuta finalmente ad animare la statua di Pigmalione: era l’amore. Questa capricciosa passione ch’ella non aveva conosciuto, nè quando promise la sua fede all’Armellino, nè poscia quando si legava con Giorgio, ora che li aveva perduti entrambi, la sentiva in tutta la sua potenza. Cresciuta negli anni, ma ancora col cuore inesperto, accettò l’amore del primo, perchè anch’ella gli voleva bene, ma come a un dolce amico d’infanzia, come a un fratello. Erano pari di condizione, le loro famiglie si amavano, il giovane metteva tanta cura nel compiacerla, ed ella si sentiva così riconoscente che credette davvero che cotesto fosse l’amore; e poi nella sua vanità di fanciulla, le pareva così bello essere corteggiata, avere di già il damo, che non le era neanco passato per la mente di riflettere alla gravità dell’impegno che si era assunta con quella promessa. Venne Giorgio: l’aveva per caso incontrata nell’uscire di chiesa, e preso dalla sua modesta bellezza, si fermò a parlare di lei con una donna del villaggio, i cui racconti finirono d’innamorarlo. Giorgio agiato di famiglia e superbo di poter vestire i dì di festa a uso signorile e di tener qualche tallero in saccoccia, era uno di quegli uomini che credono sempre di onorare e felicitare la fanciulla a cui offrono il tesoro della loro mano e del loro nome. Non si fece dunque nessuno scrupolo di soppiantare un povero diavolo che non aveva se non le braccia, e col mezzo stesso di quella donna mandò in regalo alla Tina un mazzolino di fiori. Erano veramente belli, e la fanciulla senza pensare alle conseguenze, invece di rifiutarli se li mise nella cintura e comparve con essi alla sagra di Madonna di Strada. Da quel momento il giovane si credette autorizzato ad entrare la sua casa. L’Armellino nella sua dilicatezza frenava le gelosie, col cuore infranto piangeva in secreto, ma lamentarsi con lei non voleva, o non degnava: tal volta anche forzavasi di far buon viso a quei vanitoso la cui sciapita conversazione non sapeva comprendere com’ella trovasse aggradevole; ma stanco del tremendo martirio finì col ritirarsi. Quando seppe che la fanciulla, lungi dall’aver compreso il suo generoso contegno, si credette sciolta da ogni promessa, e senza cercar spiegazioni di sorte, quasi per tòrsi all’umiliazione di un abbandono aveva dato la sua fede all’altro, si sentì la morte nel cuore e risolse di lasciar per sempre un paese dove per lui non v’erano che memorie dolorose. Ma perchè la sua famiglia restava così priva di due braccia robuste, credette di compensarla col darsi cambio, e portare nelle mani della desolata sua madre il prezzo della sua povera vita venduta. Mancavano pochi giorni all’adempimento di questo irrevocabile sacrifizio, quando sotto le finestre della Tina avvenne la scena che abbiamo descritta. La fanciulla che non aveva amato Giorgio più dell’Armellino, comprese allora il cuore del giovane, che con tanta leggerezza ella aveva potuto tradire. Lo vide bello nell’impeto dell’ira; più bello nella commozione quando piangeva fra le braccia dell’amico. Sentì come sarebbe stato orgoglio portare il suo nome, rammemorò tutto il bene che sin da fanciulli si avevano sempre voluto, e quando non v’era più speranza, amò con tutta la potenza di cui era capace. Tutti nemici, tutti l’avevano abbandonata; ironie e disprezzo in ogni parola che udiva, ed egli era venuto a difenderla; prima di partire per sempre era venuto a circondarla del generoso suo amore, a lasciarle quest’ultimo addio, questo perdono tanto immeritato!… Lo vedeva sempre dinanzi agli occhi, udiva il suono di quella voce altera e tonante, poi in un subito così amorosa; meditava con un rimorso infinito le dolci parole, ch’egli le aveva tante volte ripetuto e da lei così mal ricambiate…. Per una di quelle parole adesso avrebbe dato il sangue, l’anima — e non era più tempo! Pensava alla vita misera che per sua colpa egli andava ad intraprendere…. Oh invece era l’amore, ch’essi dovevano insieme dividere! Era la sua povera madre desolata ch’ella avrebbe amato come propria e assistita e confortata negli ultimi anni! Ed ahi! ella forse la malediva…. — Questi pensieri lungi dall’attenuarsi diventavano ogni giorno più vivi. Ci sono delle memorie che il tempo cancella, ma ve ne hanno anche delle altre che a guisa di cifre incise nella corteccia d’un giovane arboscello, crescono e si dilatano colla pianta e il tempo non fa che renderle più profonde. Giorgio più non compariva. Nell’importanza che dava alla sua persona aveva creduto che a difendere la porta della Tina in quei terribili sabati del maggio avesse dovuto bastare l’essersi egli dichiarato l’amante. Ma poichè la cosa era ita altrimenti, ed egli dopo i vanti menati aveva finito collo starsene a casa lontano da ogni rumore, adesso poi non osava affrontare le beffe dei giovinotti del villaggio, e nella sua viltà fece le viste che la fama di lei così dilaniata fosse un ostacolo all’assenso dello zio oste di Oleis, ch’egli poi non voleva a nessun patto disgustare; e in capo ad alcune settimane mandò a dire alla Tina com’ella poteva riguardarsi in piena libertà. La fanciulla sorrise amaramente, ma non ne fu sorpresa: era già un pezzo ch’ella aveva imparato a valutare quel cuore.

 

III.

Avvennero intanto gli scompigli del quarantotto. Le lettere dell’Armellino mancavano. In paese dicevasi ch’ei potesse esser passato in Isvizzera, ma era una congettura: di preciso non sapevasi nulla, e la madre che non aveva mai potuto rassegnarsi, adesso con tante notizie di tumulti e di guerra che da ogni parte circolavano, si faceva sempre più sconsolata, e finì coll’ammalare. Al crepacuore e alle lagrime angosciose era successa una spossatezza mortale: ogni giorno più estenuata pareva che avesse cessato di soffrire; era una quiete lenta e placida, ma evidentemente foriera dell’ultimo sonno. Ridotta a non poter più uscire dal letto, in quelle lunghe ore mentre appariva assopita, pensava agli anni trascorsi, alle persone che le stavano d’intorno e che in breve doveva abbandonare; al suo povero figlio lontano, ai cari che l’avevano preceduta e che sperava rivedere nel seno di Dio: le risovvenne d’una creatura a cui ella per lungo tempo aveva portato un odio profondo, come causa del passo sconsigliato che aveva fatto il suo misero figliuolo, e prima di morire desiderò di riconciliarsi. Andarono per la fanciulla. Era un pezzo che non si vedevano, ed entrambe si commossero nel ravvisarsi tanto diverse. La fanciulla pallida, tremante venne piena di pianti ad inginocchiarsi a canto al letto; la malata stese le braccia ischeletrite, e stringendola con affetto sul suo cuore mormorò queste parole: — O Tina, che dovevi essere la mia figlia, perdonami il tanto male che ti ho voluto! — Rimasero qualche tempo così abbracciate e poi parlarono a lungo dell’infelice lontano. Pareva che per una intuizione sovrumana la vecchia leggesse a fondo il cuore mutato della fanciulla. Forse che l’anima presso ad uscire dalla terrena compage si faccia in quei supremi istanti alle sue visioni più libera e come divina. Un dì mentre la giovane, che non aveva più voluto partirsi da quella stanza, le andava con amorosa sollecitudine riscaldando del suo alito una mano che le si era aggranchiata, — Dimani, disse, questa mano sarà sotterra! — E poi tornando al solito argomento dei loro discorsi soggiunse rassegnata: — Non lo rivedrò! Pregavo sempre il Signore che prima di morire volesse farmi questa grazia, ma non gli è piaciuto: forse la concederà a te…. Oh sì, poverina!… Quando sarò lassù pregherò per te, e lo rivedrai…. Era un buon figliuolo e Dio gli darà fortuna. Non mi ha recato mai se non un solo dolore, ma io gliel’ho perdonato. Gli dirai, Tina, che sono partita da questo mondo senza rancore di sorte, e che gli ho perdonato tutto, anche quel danaro infame prezzo della sua povera vita. — Una volta aprì gli occhi e guardava verso la porta, consolata come se avesse veduto entrare qualche cara persona; indi usciva ad intervalli in queste sconnesse parole: — Era menzogna sai. Povera Tina! se anzi ti vuol tutto il suo bene…. Sono già quattro giorni che fa qui le tue veci. Ecco, mi sostiene fra le sue braccia, mi assiste e mi serve come se fossi una bambina…. Perchè non mi avete obbedita? Sareste maritati da un pezzo e io non morrei…. Oh! è brutto morire senza aver veduto una vostra creatura…. E la Tina è sola; non ha figliuoli, ma il Signore le ha dato allo stesso il cuore d’una madre. — Infatti la povera giovane era tutta intenta a procurarle sollievo. Ora le accomodava i guanciali, ora si sedeva in modo che potesse riposare sul suo petto; e adesso accorata da quel vaneggiamento lagrimava sommessa, e colla mano delicatamente ravviandole i capelli pareva che si studiasse a forza di carezze di tornarla in sè stessa. Quel po’ di esaltazione febbrile andò via cessando, ma cresceva la difficoltà del respiro ed era caduta in una specie di sopore letale, sicchè aspettavano che di momento in momento passasse. Avevano accesa la candela benedetta, il Sacerdote recitava le preghiere dei moribondi, quando tutto ad un tratto si risvegliò, sforzandosi di sorgere a sedere; volle che le aprissero la finestrella e chiedeva dove fosse la posizione della Svizzera. Il sole era già sparito dietro i picchi delle azzurre montagne, un ultimo riflesso di luce imporporava ancora il nitido orizzonte; stette un pezzo colla faccia rivolta a quel punto e guardava intenta, ma l’anima s’era già ritirata dagli occhi che apparivano offuscati e come coperti dal velo della morte: scosse mestamente la testa, poi disse alla Tina: — Inginocchiati, figlia mia. Egli lontano e tu qui! ma io vi benedico tutti due! — E la sua mano tremante fece un segno di croce verso la finestra e cadde a posarsi fredda come un ghiaccio sul capo della fanciulla. Udirono un ultimo soffio — era l’anima, era l’alito di Dio che tornava in quel momento al suo creatore. Allora si sollevò un gran pianto e uscivano dalla stanza desolati. Sola la Tina era rimasta. Immobile al suo posto lì presso al cadavere orava e piangeva in silenzio. Poi quando venne l’ora di trasportarla nella bara, pregò che nessuna mano straniera la toccasse, ed ella stessa le compose le vesti e il bruno fazzoletto e la candela benedetta e il rosario fra le mani. Le collocò il capo sovra un nitido guanciale, sollevandola con dilicato riguardo come se fosse stata viva, ed era infinito l’affetto e la riverenza con cui ella compieva tutti questi pietosi uffizi. A canto a quel letto aveva passato alcuni giorni d’indicibile agitazione e di angoscia tremenda, aveva tanto patito, versate tante lacrime; eppure nel tornarsene a casa dal cimitero si sentiva nel cuore una pace e una dolcezza da gran tempo ignorate. Le pareva che quell’anima santa pregasse ora per lei, riandava commossa le parole di perdono e la benedizione ricevuta; e come se il dolore avesse avuto potenza di rigenerarla, il pensiero del giovane lontano le veniva adesso quieto e quasi senza rimorso. — Una sera che tornava a casa dai campi trovò sulla sua porta il sacerdote che aveva assistito la madre dell’Armellino. Il vecchio venerando quando la vide si tolse gli occhiali mettendo in saccoccia il breviario che aveva recitato lungo la via, e chiese di favellarle. Qualche tempo innanzi un buon prete di Cividale suo intimo amico gli aveva scritto raccomandandogli d’informarsi se in que’ dintorni si fosse trovata una giovane disposta ad accettar servigio presso le monache del Monastero così detto maggiore di quella città. Siccome le contadine di rado si adattano ad abbandonare i loro campi ed è poi difficilissimo che si sentano vocazione per la chiusura, così egli non si era dato nessuna premura di eseguire cotesta commissione e non aveva neanche risposto in proposito. Ma nell’occasione di quella malata avendo avuto agio di osservare la singolare pietà della Tina ed essendosi informato della vita solitaria e ritirata che menava, veniva adesso appositamente per fargliene proposta. A lei che non aveva mai potuto cavarsi dal cuore l’immagine dell’Armellino, e che al suo amore senza speranza e all’amaro rimorso che la consumava non aveva mai trovato altro lenimento che i pensieri della religione, parve bello adesso potersi ritirare a piangere nel santuario del Signore. Rispose dunque adesivamente, e senza pórci tempo in mezzo si risolvette a lasciar la famiglia e il paese nativo. Il sacerdote le diede una lettera di raccomandazione, e alcuni giorni dopo col suo fardello in testa ella partiva mattutina alla volta di Cividale. Teneva la via più corta, cioè i viottoli che a traverso i prati e le colline mettono sulla sponda del Nadisone presso il villaggio di Premariaco. Era sulla fine d’autunno, una di quelle giornate nuvolose in cui si cominciano a sentire i primi buffi del vento iemale. Dagli alberi ingialliti si staccava ogni tratto qualche foglia che veniva a rotolare dinanzi a’ suoi passi; camminava spedita e deliberata nella presa risoluzione, ma i suoi pensieri involontariamente armonizzavano colle malinconie della natura. Quando fu sull’alto delle colline rivolse un ultimo sguardo al paese che lasciava. Le gioie dell’infanzia, le sollecitudini e l’affetto della famiglia, le memorie dell’amore stavano là. Si sentì al cuore come uno schianto, e pianse alcuni minuti la sua povera vita tradita. A guisa di tappeto vagamente intarsiato le si spiegava dinanzi un ampio tratto di pianura, il basso Friuli fino al mare; ma i suoi occhi non vedevano che un punto, il villaggio nativo, e lì dappresso quasi impercettibile la bianca chiesetta del cimitero, dove le pareva di tristamente abbandonare le sante ossa della pia donna che morendo l’aveva chiamata col dolce nome di figlia e che adesso dinanzi al Signore doveva pur pregare per lei…. Riprese la via, ma era accorata, e a misura che s’avvicinava alla meta, l’animo repugnante le correva al passato. Giunse a Cividale che non erano ancora suonate le dieci. Si recò subito all’abitazione del sacerdote a cui l’avevano indirizzata. Con tutta l’energia di cui era capace, procurava di ricomporsi e di cancellare ogni traccia dei mesti pensieri che suo malgrado l’avevano conturbata; ma quando entrò nel parlatorio e vide le fitte inferriate di quella tenebrosa finestra a cui poco stante s’affacciava la figura austera e l’abito strano d’una vecchia conversa, ella che non aveva nessuna idea di quel che fosse un monastero, le parve di riscontrare qualche cosa che grandemente s’avvicinava alla trista dimora dei delinquenti, e si sentì ghiacciare il sangue. Venne la Badessa. Era una donna sui sessanta, allegra, rubizza, di modi franchi e cordiali, che salutò con enfasi l’amico sacerdote che l’accompagnava, e appena ebbe udito il motivo della loro venuta fece spalancare la porta e l’accolse con cortesia mostrandosi a prima vista compiaciuta del buon aspetto della giovane. Suonò ella stessa una campana con certi rintocchi convenuti, e capitata l’anziana delle converse, gliela consegnava subito perchè le facesse vedere il monastero e conoscere le diverse persone che vi soggiornavano, ed ella tornò in parlatorio dal sacerdote che stava aspettandola. C’era là entro un numeroso popolo feminile diviso in monache, converse, giovani inservienti, ed educande. L’edifizio, antica rovina longobarda a diverse epoche restaurata, posto sulla estrema sponda del Nadisone che ivi trascorre inabissato tra pittoreschi dirupi, ha un aspetto singolare che desta ad un tempo meraviglia e ribrezzo. In qualche sito il terreno su cui ponta, ha evidentemente franato; ne fanno fede i massi precipitati nel profondo e le radici penzolanti tra i virgulti che vestono in parte la scoscesa ed altissima ripa; e c’è un muro del tempietto che dicono di Piltrude principessa, tutto a crepacci, avendo al disotto ceduto le fondamenta. Ei si presenta all’occhio in una retta perpendicolare fino alle ghiaie dall’alveo, tanto trovasi adesso rasente al precipizio. Parte di un acquedotto che si suppone opera romana attraversa le viscere del convento e sotto a’ suoi piedi getta nel torrente una cascata perenne. Il sotterraneo dove passa è ridotto ad uso di magnifico lavatoio di cui le monache si possono valere a loro agio anche nei giorni di piova. Hanno lì sopra un picciolo giardinetto posato sullo sporto del dirupo come innaccessibile nido di aquila; vi si discende per una sola porticella praticata nel fianco del fabbricato che ivi lascia libero quell’angolo di fertile terreno. La vista che vi si gode dal parapetto è una delle più incantevoli. Domina gran parte dell’alveo fino al ponte gigantesco tra i cui archi ineguali sorride una scena di vago paesaggio. Quella linea che con mirabile ardimento dell’arte fu ivi gittata a congiungere le due parti della città, nei dì di mercato è formicolante di gente che diresti quasi sospesa nell’aria. A basso, vicino all’acqua verdastra, sorge un molino ed altri opifici che nella loro distanza ti paiono casine da fanciulli. Di contra stanno i fantastici dirupi della sponda opposta e gli edifizi a fisonomia antica e ruderi bizzarri coperti di edera, e un po’ più lungi, posato nel verde di un ameno praticello, l’elegante caseggiato che fu un tempo il monistero di Santa Chiara e poscia collegio militare. Se guardi dall’una parte, è il serpeggiare del torrente che viene dalle alpi, è la vallata nevosa che s’apre tra i picchi del San Lorenzo e quel solitario di Monte maggiore, è la cima consacrata alla Vergine a cui concorrono continue processioni di devoti, e poi da levante a mezzogiorno il digradare di monticelli e di colline fino alla fertile pianura; e l’orizzonte si chiude colle più lievi colline e colla più dilatata pianura che sfuma nella lontananza dal lato di ponente.

IV.

Cotesta poesia della natura che s’apriva così ricca dinanzi agli occhi di quel romanzesco monistero, la vita affatto nuova, gli usi per lei singolari e l’attendere alle mansioni che le avevano affidate, assorbirono per qualche tempo tutto l’animo della Tina di modo che trovavasi pienamente contenta della presa risoluzione. Le lagrime e i turbamenti passati le apparivano adesso come un sogno, nè se ne voleva più ricordare, se non per purificarsi e farne espiazione a forza di lavoro e di preghiera. Anche le monache avevano pigliato ad amarla. Il suo aspetto attraente, la dolcezza e la serenità de’ suoi modi, la sua non comune intelligenza le conciliavano ogni anima. Passò così diversi mesi, e se allora le avessero offerto di cingere anch’essa il velo e proferire gl’irrevocabili voti, facilmente l’avrebbe considerato come un favore, e si sarebbe da sè stessa incatenata per sempre su quello scoglio inaccessibile e diviso da ogni umano consorzio. Ma quando venne la primavera cominciò a sentirsi come un secreto desiderio della terra nativa. Lo reprimeva ella con tutta la sua forza, ma spesso così insensibilmente gli entrava nel sangue che già n’era dominata tutta quanta prima che la sua volontà avesse potuto neanche avvedersene. Sullo scorcio dell’inverno, quando i rigori del freddo avevano cominciato alquanto a mitigarsi, le era stato affidato un novello incarico ch’ella accettò tutta contenta come quello che meglio d’ogni altro, per la pratica che ne aveva, le dava agio di dimostrare la propria abilità. Si trattava di preparare la terra del giardinetto sul torrente. La coltivazione dei fiori era una delle mansioni della sagrestana suor Maria Eletta, il solo individuo di quel recinto che la Tina non aveva ancora mai potuto vedere. Di una salute dilicatissima, passava molta parte dell’anno ritirata nella sua cella, e il freddo come il caldo eccessivo talmente l’offendevano che ne rimaneva malata; le compagne per altro gliene avevano più volte parlato e sempre con tale venerazione da fargliene desiderare la conoscenza, ma eccetto la conversa che l’assisteva, senza un ordine espresso della Badessa, nessuna avrebbe ardito varcare la soglia di quella camera. Suor Maria Eletta amava la solitudine, e, a meno che non fosse all’estremo sofferente, impiegava le sue ore in ogni sorte di leggiadri lavori, tra cui tenevano il primato i fiori artificiali. Un mazzolino ch’ella aveva creato per le feste di Natale parve alla Tina tale portento da non potersi capacitare che fosse opera umana. I fiori più minuti come la luisa, la vainiglia, diverse specie di verbene erano perfettamente imitati, la mammola difficilissima somigliava così vera da invitarti ad odorarla, ma due rose sovrattutto erano veramente incomparabili. L’una appena sbocciata pareva che avesse nel grembo le gocciole della rugiada, l’altra appassita, coi petali scolorati pronti a sparpagliarsi al minimo soffio, guardava la terra con tanta malinconia, ed era così leggiadra nel suo dilicato pallore da farti pensare sospirando al fuggevole sorriso degli anni giovanili. Siffatte meraviglie, che ogni qual tratto uscivano da quella cella misteriosa, crescevano ognor più la grande curiosità della Tina. Quando un giorno la Badessa le disse che per i lavori del giardinetto bisognava dipendere dalle istruzioni di suor Maria Eletta, ed ella stessa la condusse a riceverle nella camera della malata. Strada facendo le raccomandò di non parlare a voce alta, perchè, soggiungeva: — Quell’anima benedetta non se ne lagna, ma è evidente che soffre. — La Badessa aveva per suor Maria Eletta i più dilicati riguardi. Per lei faceva eccezione alle austere leggi del monistero, la dispensava dal comparire in coro, dal refettorio comune, da parecchie obbedienze della regola; e non solo quando trovavasi sofferente, ma tutto l’anno la sua vita era affatto libera e poteva occuparsi come meglio le aggradiva, nè v’era tra le consorelle chi di ciò avesse mosso il menomo lamento; pareva anzi che tutte la tenessero per una persona affatto eccezionale e privilegiata. Entrarono nella stanza; le impòste socchiuse e colle cortine abbassate lasciavano penetrare appena tanta luce da discernere gli oggetti. La malata stava seduta sul suo letto, ma peraltro vestita, e lo scapolare si distendeva sulla rimboccatura delle candide e finissime lenzuola; teneva la testa china e come intenta al lavorio delle sue piccole mani, che così quasi all’oscuro rapidamente frastagliavano alcuni fogli di carta verde; il velo venuto innanzi le adombrava la faccia di modo che la Tina non potè pienamente raffigurarla.

— Eletta mia, le disse la Badessa procurando di attenuare il suo grosso metallo di voce, ti conduco la ragazza, fà d’intenderti con essa, la troverai pronta ad eseguire tutti i tuoi ordini.

— Oh vi ringrazio, buona Madre, proferì Maria Eletta con un tono così dolce che pareva un’armonia; e tu, giovanetta, siediti qui. — E quando la Badessa si fu ritirata, e la Tina tutta rispettosa ebbe preso il posto che le aveva indicato, continuò ancora più dolcemente:

— Mi han detto che vieni dal contado e devi saperne di fiori. Anch’io, giovinetta, ho vissuto parecchi anni in campagna e amavo la buona gente che lavora la terra. Oh! è bella la vita all’aperto, nell’aria libera e tra il verde di tante piante. Dopo questa consecrata al Signore, è la più bella! — Poi dopo varie interrogazioni ed alcuni precetti risguardanti il giardinetto, le ingiunse di tornare ogni giorno a trovarla; e quando prendeva congedo,

— Ricordati, disse, che noi dobbiamo volerci bene; l’amore dei fiori e il passato in qualche parte uniforme, ora che stiamo entrambe nella casa di Dio e siamo diventate sorelle, ci devono legare insieme d’amicizia perenne.

Così la Tina ebbe la chiave del giardinetto, e divideva quasi tutto il suo tempo tra la cura dei fiori e le amabili lezioni della monaca malata. Ed erano queste due cose che ne facevano nascere mille altre per cui ogni giorno più sentivasi involontariamente strascinata alle antiche memorie. Tutte le volte ch’ella andava dalla Sagrestana i loro discorsi finivano sempre col rammemorare la vita dei campi. Era un eterno ritornello che usciva naturalmente dall’argomento dei fiori. Suor Maria Eletta si lasciava andare così volentieri a far menzione ora delle colline di Butrio, ora dei prati di Soleschiano, ora della magnifica vista che si gode sul Torre venendo da Percoto, che la Tina in quella camera si vedeva continuamente dinanzi agli occhi le cognite scene del suo amato paese nativo. Pareva che, in altr’epoca, la monacella avesse assai bene conosciuto quei luoghi e che ne serbasse cara la memoria. Talvolta interrogava se dinanzi alla chiesetta di Madonna di Strada erano tuttavia così rigogliosi i due secolari cipressi ch’ella si ricordava d’avervi un tempo ammirati, se nella seconda domenica di maggio costumavano ancora di ballare sul prato all’ombra dei pioppi che fanno argine al torrente, e cento altre domande affatto frivole in apparenza, ma a cui la fanciulla commossa rispondeva col cuore pieno di lagrime. Nell’orticello ella vi entrava sempre colla ferma intenzione di lavorare indefessa, ma finiva spesso coll’appoggiarsi al parapetto e rimaner lì molte ore assorta a contemplare nell’abisso le onde continuamente succedentisi che si rompevano spumeggiando nei massi, passavano via sotto gli archi del ponte e correvano verso un paese, dove il suo pensiero le aveva digià precedute. Che se anche resisteva alla prima tentazione di porsi in quel posto, sorgevano in seguito mille altre che involontariamente ve l’attiravano. Era un delicato profumo di biancospino che ascendeva dal sottoposto torrente a farla desiosa di scoprire dove fosse. Erano le lavandaie che cantavano in coro sbattendo i loro panni; le vedeva in lontananza, non poteva afferrare le parole, ma la cadenza le suonava nell’anima ricordandole le patrie canzoni. L’uccellino che le passava sul capo, le farfallette carolanti intorno alle sterpaglie della sponda opposta, le miriadi di moscerini che vedeva alzarsi in colonna lungo l’alveo, spandersi come ondate di fumo, disparire nel verde, lo stesso sonito fragoroso delle acque, la stessa aria primaverile impregnata di mille fragranze che le metteva nelle ossa un nonsocchè di molle e di voluttuoso, tutto aveva una voce che le risvegliava il desiderio de’ suoi anni trascorsi. Allora coll’innamorata fantasia ricostruiva a suo modo la felicità che aveva perduta, e in mezzo al paradiso di quel sogno sorgeva a sorriderle una immagine che da lungo tempo ella si sentiva indelebilmente scolpita nel cuore, ma sfumava come lampo, e un rimorso cocente la riempiva di pianti. Così s’era dileguata la pace ch’ella aveva sperato rinvenire in quella pia solitudine, e gli atti languidi, il pallore delle labbra, la malinconia sempre crescente dello sguardo indicavano come anche la salute stava già per dileguare. Se ne accorse suor Maria Eletta, e un giorno fisandola con grande attenzione le posò una mano sul cuore e le disse:

— Tu hai male qui! — Poi accoltala tra le braccia ]la baciò con accorata tenerezza come se si fosse sentita le viscere di una madre. La povera fanciulla diede in singhiozzi e nascondeva il viso fatto di porpora.

— Se tu mi guardi, soggiunse la monaca, ti accorgerai facilmente che il dolore ha lasciato più d’un’orma su questa faccia estenuata…. forse le lagrime che tu poverina versi in questo momento le avrò versate anch’io. Aprimi il tuo cuore, ti consolerò! pregheremo insieme! — e colla mano scarna l’andava dolcemente accarezzando. La desolata che da gran tempo sentiva il bisogno d’un poco d’affetto, ruppe il silenzio e nell’amplesso dell’amicizia così versava senza mistero il suo tristo secreto.

— Potessi pregare! Ma che volete ch’io faccia in chiesa, se dinanzi agli altari, se nelle devote immagini, se perfino…. o Dio! Dio! non oso dirlo: perfino nell’ostia sacrosanta io non vedo che lui?…

— Misera creatura! Ma chi mai poteva mandarti in un santuario di vergini? Or non sai tu — e continuava in tono sommesso, come paurosa che qualche orecchio indiscreto potesse ascoltare — or non sai tu, ch’esse sono tutte pure come gli angeli del Signore, e che non potrebbero intenderti giammai, nè sentire pietà de’ tuoi mali? I loro cuori sono troppo nel cielo perchè li tocchi dolore di questa nostra povera carne umana. — E stette un pezzo meditando, mentre dalla faccia inspirata le balenava il pensiero di proteggere la infelice, e, quai che si fossero i raggiri che l’avevano tratta là entro, infrangere le sue catene e ridonarla all’amante. Ma quando la Tina le narrò con tutta ingenuità la sua pietosa istoria, e vide com’ella amava senza speranza,

— Povera sorella mia! le disse, fors’è provvidenza che tu sia venuta in questo luogo di pace. Il tempo ti guarirà; intanto piangi con me: ho anch’io passato lunghi anni di dolore; eppure il Signore mi ha consolata.

E tutte le volte che veniva nella sua camera, con una dolcezza rassegnata e serena le parlava della brevità della vita, delle illusioni misere della giovinezza, del buono Iddio che conta le nostre lagrime e premia il sacrifizio, delle ineffabili consolazioni di chi fa un poco di bene in questo mondo, del paradiso dove finalmente rivedremo i nostri cari e dove il nostro cuore non sarà più nè ingannato nè frainteso. La primavera quasi a mezzo inoltrata e il bel tempo stabilito non lasciavano più temere dei rigori della passata stagione, e suor Maria Eletta anche in quell’anno disponevasi ad uscire dalla sua cella e per alcuni giorni partecipare alla vita delle sue consorelle. Tosto che se ne sparse la notizia, tutto il convento fu in festa. Le monache e le converse vennero ad aspettarla a’ piedi della scala, la Badessa le dava braccio, e quasi processionalmente la condussero in coro. Una letizia diffusa su tutti i volti palesava come ell’era universalmente amata, e in quel giorno recitavano l’ufficio con tale un’enfasi di devozione che pareva che ognuna nell’interno ringraziasse il Signore di sentire ancora una volta in unione alle loro quella voce così pura nella sua malinconia, così soave ed armoniosa che dava come una novella inspirazione ai cantici e alle laudi degli antichi profeti. L’altare era adorno di fiori per la maggior parte usciti dalle sue mani: i dilicati trapunti e i veli delle tovaglie erano suo lavoro. Ritta nella sua cattedra, colle mani incrociate sullo scapolare, teneva gli occhi abbassati sul breviario, ma dalla sua pallida faccia traspariva un’indicibile commozione per questa così amorosa accoglienza. Nell’uscire, si fermò nell’atrio dove dormono le ossa delle antiche madri del monistero. Orava tacita, contemplando le iscrizioni logore dal tanto passarvi sopra. Ce n’è una di quelle pietre di marmo bianco senza parole, ma vi corre intorno un fregio. Sono crani ed ossa tra cui passano leggiadre foglie d’acanto e serpeggiano convolute in graziosi arabeschi, e la rosa leggera esce dagli occhi della morte, quasichè lo scultore avesse voluto epilogare su quel sepolcro la fugacità delle nostre povere gioie, e quella speranza divina che la fede fa rampollare dal grembo istesso della distruzione. Alla Badessa che l’aveva raggiunta e che in quel punto le offeriva l’acqua benedetta: — Ecco, disse, un bel sito. Vorrei che mi ci mettessero qui! — e si segnava sorridendo mestamente. Lungo i portici le vennero incontro diverse ragazzine. Erano giubbilanti del rivederla, e dopo aver baciato la mano alla Badessa, si fecero a salutarla colla vivacità propria dei loro anni. Ella chiese il permesso che tutte le educande venissero in quel giorno a passare la ricreazione del dopo pranzo in sua compagnia nell’orticello sul torrente. Quelle fanciullette allegrissime corsero via saltando a portarne la lieta notizia e a convocare le compagne. In refettorio la Badessa dispensò dal silenzio come nei dì solenni, e sul finire del pranzo suor Maria Eletta fece recare una cesta in cui c’erano diversi lavorucci ch’ella aveva compiti per ognuna delle consorelle durante il tempo che le sue sofferenze l’avevano tenuta confinata nella sua cella. Anche alle fanciulle nell’orticello dispensò dei regalucci. Erano santini col margine a trafori, portafogli graziosamente ricamati, lavori di perline, rosarietti, cestelle; e per le piccine giocarelli di palle, sonagli ed altre galanterie: nessuna fu dimenticata, nè delle converse, nè delle serve; ed offriva questi piccioli ricordi in maniera così umile, che pareva che fosse un chiedere scusa dei tanti giorni in cui la sua poca salute l’aveva costretta a vivere segregata da tutte, ma nei quali pure aveva pensato ad ognuna di esse. Dimostrossi poi così soddisfatta dei vari lavori che la Tina aveva eseguiti nell’orticello, che questa non potè difendersi dal sentirne in cuore una dolce compiacenza. Le fanciulle aiutarono a portar fuori i vasi che nell’inverno erano stati a riparo in una stanza interna, e la Tina e una conversa li collocavano con bell’ordine sul parapetto e sovra alcune panche disposte a gradini lungo il muro. Que’ spiritelli delle ragazzine, benchè fosse l’ora dei loro chiassi, attente a’ cenni di Maria Eletta eseguivano ogni cosa senza confusione e si guardavano bene dal calpestare le aiuole. Era per esse una festa l’obbedirla, e nel convento correva il proverbio che il comparire della monaca malata faceva ogni anno più buone e più assennate le educande. Eppure non s’ingeriva giammai nelle cose di scuola, ned era il caso che dalle sue labbra uscissero ammonizioni, o consigli di sorte. Il prestigio stava in una parola: l’amavano. Per solito, dal momento in cui, superati i rigori del freddo, le diventava possibile uscire dalla sua camera, fino agli eccessivi calori della canicola, ella godeva di una perfetta salute. In pochi giorni s’andava così per grado rinforzando, che non l’avresti creduta la stessa persona. Allora, nelle vigilie di solennità, era capace di durare tutto il giorno in piedi ad adornare la chiesa come richiedeva il suo ufficio di sagrestana, e quand’anche fosse sórta qualche improvvisa stravaganza di tempo, l’osava affrontare senza paura per cogliere a suo modo i fiori del giardinetto; anzi quando dopo un dirotto di pioggia e l’imperversare della bufera avveniva una qualche straordinaria piena del Nadisone, ella chiedeva subito licenza alla Badessa d’andarla a vedere, e lo star lì molte ore a contemplare quel magnifico spettacolo della natura, era uno de’ suoi gusti prediletti. E un altro favore ella otteneva ogni anno dalla Badessa; ed era di passare una giornata tutta intera sull’alto del campanile. Vi ascendeva affatto sola la mattina assai prima che albeggiasse. Protetta dalle griglie che circondano ]il sito delle campane, poteva invisibile dominare la città e tutto all’intorno un orizzonte assai vasto, che trasformavasi in vari aspetti a seconda delle diverse ore del giorno e degl’infiniti accidenti di luce che andavano dispiegandosi dal mare lontano alle prossime alpi. Quando scendeva, per consueto il sole era già tramontato. Le monache tenevano opinione che quella fosse per lei una giornata straordinariamente santa e che passasse colassù il suo tempo assorta in devote orazioni. Certo, per molti giorni consecutivi avresti notato nella sua faccia pensierosa l’orma d’una singolare esaltazione. La fisonomia di suor Maria Eletta, benchè improntata d’un’amabile soavità, era una di quelle che il tempo non ha forza di tramutare. Si faceva d’anno in anno più pallida e più sparuta, ma que’ lineamenti che s’andavano come assottigliando, nella loro fina espressione lasciavano meglio trasparire l’anima, e gli occhi inspirati d’una luce serena mandavano lampi sempre più vivi, quasichè attingessero dall’avvenire la consolazione di qualche cara speranza. — Ella e la Tina trovavansi un dì affatto sole nell’orticello; avevano terminato d’annaffiare le piante, ed appoggiate al muricciuolo scambiavano tra loro ogni qual tratto qualche parola il cui tono affettuoso ti chiariva subito la reciproca amicizia che oramai le teneva legate. Era sul finire di maggio, nitida e quieta l’atmosfera, e il sole vicino al suo tramonto spandeva come un sorriso d’amore su quella magnifica scena. Suor Maria Eletta aveva gli occhi al di là del ponte, sull’ultima linea di lievi colline i cui dorsi gentili van dolcemente serpeggiando dinanzi alla pianura che confina col mare. Il velo di luce, che s’andava a mano a mano ritirando dal creato e aveva digià lasciate fredde le montagne a mancina, accarezzava ancora quel tratto di lontano paese. Così tranquillo e nitente nella purezza dell’aere, così delicatamente illuminato dalle rose dell’occaso, era pur bello! Ma quali memorie andava egli richiamando dinanzi all’anima della santa monacella? Certo il lieve sorriso della sua faccia piena di pace ti diceva, che se anche erano di lagrime, non avevano però la forza di turbarla, e che ella guardava al passato a guisa dei beati, che nell’alto delle loro sedi più non possono essere tocchi dalle vanità di questo nostro mondo.

 

V.

Una volta suor Maria Eletta disse alla Tina:

— Vedi in quella riga di collinette che l’ultimo raggio del sole fa adesso così verdi? Ivi io ho passato molti de’ miei anni…. — La fanciulla da un pezzo guardava anch’ella a quel punto, ma con desiderio accorato, ma col rammarico di una ricordanza indelebile; aveva la faccia bagnata di pianto e preoccupata dai propri pensieri rispose fra i singulti:

— Oh paese mio benedetto, dove potrei adesso essere felice!… e io sciagurata non ho saputo intendere il suo cuore, e in cambio del tanto bene che mi voleva l’ho fatto fuggire disperato; sono stata la morte della sua povera madre!…

— Non cruciarti così, non piangere, Tina, le diceva Maria Eletta, che solamente allora s’accorse a che tristi meditazioni s’era in quel frattempo lasciata andare la poveretta, e dolente di non averlo preveduto cercava adesso di quietarla col santo pensiero della rassegnazione.

— Certo fu grande sventura la tua! Ma, giacchè non v’è più speranza e nessun bene di questo mondo potrebbe mai consolarti, a che desiderare i luoghi testimoni di tanto dolore? Non è meglio che tu sia qui con me? Ti amo io, come una figlia, come una dolce sorella!  perchè mi vorresti abbandonare? Se si trattasse della tua felicità, direi: il Signore me la toglie, ma le dà un compagno, una famiglia, un dovere da adempiere: questi occhi ch’ella doveva chiudere, si spegneranno senza rivederla, ma ella si ricorderà allo stesso della povera monacella; pregherà per me anche colaggiù; insegnerà il mio nome e la mia istoria a’ suoi figli: perchè, Tina, io voglio narrarti la mia istoria; e sarai contenta: ma se tutto è finito e non vi sono che lagrime, oh, allora piangiamo insieme! — Poi guardandola colla tenerezza d’una madre:

— Povera colombella, le diceva, venuta a rifugio su questo creto inaccessibile, all’ombra del santuario del Signore, tu rimpiangi adesso il mondo lasciato, perchè, quando ti colse la procella, non ne avevi ancora veduto che il suo lato bello. Chi sa quanti crudeli disinganni ti aspettavano! fra quegli uomini colaggiù dove vorresti ritornare ci sono delle prepotenze, delle falsità, che a te inesperta non passano neanche per la mente. Vedi qui sotto come le onde si accavallano, si urtano, si infrangono nei massi: giugneranno tutte sotto quei due archi là, e arriveranno un giorno libere al mare; ma noi intanto siamo fuori, e ringraziamone il buono Iddio. Ti ho detto che voglio narrarti la mia povera vita, e vedrai che ci sono lacrime più amare delle tue. Ho peraltro perdonato e guardo adesso senza cordoglio a’ miei anni giovanili e ai sogni che allora mi sorridevano, lieta che la volontà del Signore mi abbia invece chiamata in cotesta solitudine. — E per vari giorni consecutivi all’ora istessa esse venivano insieme nell’orticello, e, dopo la cura dei fiori, così la monaca si faceva a narrare i suoi casi passati:

— Avevo dieciotto anni, quando conobbi un giovane, la cui memoria rimastami pura come quella di un angelo, è anche adesso una delle mie più care consolazioni. Orfana fin da bambina, i miei genitori mi avevano lasciata unica erede di un ricco patrimonio. Nella famiglia della zia che mi aveva raccolta, io godevo d’illimitata libertà. Suo marito, buon uomo, di cui mi ricordo sempre con tenerezza, pretendeva che l’educazione dovesse farsi da sè, e non per via di comandi, o di leggi, alle quali dappertutto si sogliono più o meno assoggettare i fanciulli. Se desideravo, m’insegnavano; del resto, purchè non disturbassi, io era lasciata affatto padrona di me stessa, nè mai m’accorsi d’essere sorvegliata, o che si volesse farmi pensare o sentire alla loro foggia. Bene o male che fosse, almeno la mia fanciullezza non fu abbeverata di lagrime, e quegli anni, che la natura destina ad ogni creatura umana così belli, io non li ebbi contrariati giammai dal prepotente volere degli altri. Passavo con loro una parte dell’anno in città, e l’altra in un casino ch’essi tenevano su quei colli là vicino al tuo paese. Agiati, ospitali, la loro famiglia era grandemente frequentata. Questo ho dovuto dirti per farti capire in che maniera io avessi potuto strignere una così intima amicizia col giovane che ti ho accennato. Perchè, Tina, quel giovane non credeva come noi, non pregava nelle nostre chiese; era un ebreo. Avevo fatto la sua conoscenza per puro accidente. Ecco come avvenne.

Credo che fosse di carnovale. I collegiali davano una rappresentazione, così come hai veduto qui le nostre educande. Mi ci trovavo in compagnia di molte signore, madri e sorelle dei giovanetti. La sala angusta non permetteva comodo spazio a tutti gl’intervenuti, sicchè sul dinanzi sedevamo noi donne, e gli uomini e gli ultimi arrivati dietro in piedi. Sento alle mie spalle un accalcarsi di gente. Era il giovane che entrava con a mano due fanciulli, ma non poteva aprire il varco e le creaturine rimanevano quasi soffocate dalla folla. Due dame che l’avevano adocchiato, e forse sapevano chi fosse, fecero le viste di non si accorgere, e colle loro pellicce sciorinate sulle sedie finirono di otturare il solo spiraglio per cui i poveri piccini procuravano di contemplare anch’essi un tantino dello spettacolo. M’ingegnai d’accennare che avanzassero, e a forza di strignermi sull’altro lato riescii a farli passare sul dinanzi; e il più piccolo, ch’era una bella bambina ricciuta e bionda come un angioletto, me la presi sulle ginocchia.

Sul momento della partenza, nel ripigliarsi la sorellina, non so che complimento ei mi facesse; certo non doveva aver nulla di particolare, ma io sento ancora nel cuore il tono timido e la dolce emozione di quella voce. Dappoi egli trovò modo di venire a farci visita. La zia lo accolse gentilmente; pure in sulle prime, forse a causa della diversità di fede, traspariva in lei un non so che di contegnoso che a me faceva male e che mi credevo come in debito di compensare; ma il marito, a norma dei larghi principii che ti ho detto, riconobbe allo stesso le rare qualità del giovane, e lo trattava con tanta benevolenza che presto ei divenne uno dei nostri più intimi amici. Non puoi credere come quell’anima era bella e quanto bene mi fece la sua conoscenza! Fino a quell’epoca io ero vissuta affatto spensierata e senza prefiggermi nessuno scopo; cominciai a riflettere ed amai l’occupazione e cercavo più che potevo di arricchirmi di utili cognizioni; e un’altra sorgente di gioie purissime ed ineffabili mi aprì la sua benedetta amicizia. Mi sono sempre stati cari i fiori, e allora io n’ero veramente appassionata. Un giardiniere, che veniva qualche volta in famiglia, mi aveva promesso una piantina di non so che giranio. La nostra casa era situata in uno de’ più bei borghi della città; dietro aveva un cortile interno, in fondo al quale c’erano le scuderie e un’uscita che metteva sur un vicolo popolato da povera gente; sicchè dall’una parte edifizi signorili, larga la via, moto continuo, aspetto di opulenza; dall’altra sudiciume, casucce infelici, miseria. Eravamo intesi che la mattina prima di andare al giardino dove lo aspettavano a giornata, ei mi avrebbe portato il vasetto per cotesto ingresso che gli accorciava la via. Nella mia infantile impazienza mi alzai coll’alba, e attraversato il cortile, sul portone che dava nel vicolo, mi misi ad aspettare ansiosa la cara pianticella. Passa il giovanetto. Così mattutino, per quella remota contrada…. non potevo persuadermi; ma egli mi aveva riconosciuta, e un po’ esitante, un po’ arrossito, pur si ferma a salutarmi, e mi narra d’una famiglia infelice che abitava pochi passi lontano. Erano quattro fanciulletti orfani e due vecchie, una delle quali cieca; tutti senza pane. Entriamo insieme nel miserabile tugurio. La cieca stava seduta in un angolo vicino al fuoco, sentì il suo passo e, riconosciutolo, stendeva le mani come per tentare dove fosse: egli le si assise dappresso colla tenerezza di un figliuolo. Aveva trovato da collocare il ragazzino maggiore e veniva a portargliene la notizia. Di sopra si sentirono le voci dei due piccoli che l’altra donna stava vestendo. Scesero le scale, oh Dio mio come sparuti! li seguiva una fanciulletta coi piedini nudi…. Io, vissuta sempre negli agi, non avevo giammai sospettato una scena di tanta miseria, e mi si strinse il cuore per infinita pietà. Egli comprese, e come se gli fossi stata sorella, mi affidò l’incarico di cucire alcune camice e i vestitini per quelle povere creature. Oh! di che gratitudine non mi sentii io allora legare a quell’anima benedetta! Serbammo fra noi due il segreto, e io lavoravo nella solitudine della mia camera con una gioia che in mia vita non avevo provato la più soave. Quando veniva la sera, erano questi i nostri colloqui, e ci mettevamo un così vivo interesse, come se fossero stati d’amore. Quel giovanetto, Tina, era buono,  e faceva il bene quasi per istinto; era onesto, pieno di rettitudine, benefico per natura così come uno è gentile. Dolevami ch’egli non avesse la nostra fede, ma mi pareva sventura e non colpa, ed anzi la compassione per questa sua immeritata disgrazia me lo faceva ogni giorno più caro. Pativo di ogni parola che potesse toccare cotesto argomento ad offender lui anche lontanamente, e cominciai allora a riflettere su molte umane ingiustizie. Pregavo Iddio, e tuttora lo prego che infonda invece la sua carità nei nostri cuori, e ci faccia miti e mansueti e tutti fratelli.

Erano già passati alcuni anni di questa nostra intima amicizia, nè giammai c’era uscita una sola parola, o un menomo atto che indicasse amore, e ci amavamo, è certo, con tutta la potenza delle anime nostre. Un giorno e’ mi fece una strana dimanda: — Poniamo, diceva, ch’io fossi un vostro pari e nato nella vostra fede, se chiedessi la vostra mano…? — Sospettai: potrebbe forse la passione indurlo ad un cangiamento per cui non istanno le sue convinzioni? felicità suprema unire la mia alla sua vita; ma sua madre che ne sarebbe desolata! Io strappare un figliuolo dal seno della madre! Se non è per comando di una verità profondamente sentita, cotesto è delitto. E fatto uno sforzo supremo, con patente menzogna risposi: Non l’accetterei!… Miseri! avevamo entrambi raggiunto un’ora d’irrevocabile dolore e dissipati per sempre i nostri dolci pensieri. Egli lasciò accartocciarsi il disegno rappresentante due sposi all’altare che stavamo insieme guardando e che aveva dato occasione a quella fatale inchiesta, e io sentii cadermi sulle mani alcune sue lagrime di fuoco. Non ardii sollevare il viso e stetti lungo tempo immobile.

Quando finalmente mi scossi, egli era partito, senza darmi un addio, senza proferire una sola parola. — E non ci siamo mai più riveduti! Seppi peraltro più tardi che stabilitosi fuori di paese, s’era ammogliato. Tutto l’amaro del sacrifizio mi piombò allora sul cuore. Fino a quel punto non so che filo di sognata speranza m’era andato sostenendo la vita. Mi pareva che doveva tornare, che avrei potuto spiegargli ogni cosa, mostrargli a nudo l’anima mia, dirgli quanto l’amavo: che se non ci era concesso d’esser felici, avremmo almeno pianto insieme e ci saremmo l’un l’altro consolati col santo pensiero d’un immutabile affetto. Ma quella notizia fu un colpo di fulmine che non avevo saputo prevedere, e dinanzi alla quale mi trovai affatto annichilita. Oh le lagrime ch’io versava in quelle lunghe notti insonni tormentate dall’infinito desiderio di rivederlo e dalla certezza di averlo irreparabilmente perduto! Ma a che narrarti gli spasimi di un cruccio che tu, poverina, devi pur troppo conoscere? È stata la somiglianza dei nostri casi, Tina, che mi ha aperto l’adito al tuo cuore, e adesso m’inspira tutta questa confidenza. Sì, sorella mia, anch’io come te ho amato e ho pianto; ma, più debole di te, mi lasciai talmente sopraffare dalla mia sventura che caddi malata. Un languore invincibile mi consumava, ogni giorno più stanca e più pallida io era oramai vicina a non potermi più alzare dal letto. I miei buoni parenti sgomentati mi trasportarono in campagna, e la loro tenerezza mi circondò di affetto, di tanta delicata pietà che finalmente valsero a riavermi. Là su quelle colline cominciò per me un’esistenza affatto nuova. Mi piacevo della solitudine dei siti e uscivo spesso a diporto pel verde dei declivi all’aria pura ed aperta, sotto l’occhio del sole. Qualche volta mi sedevo al margine d’un fonte salutare, e quelle acque mi ricreavano. Salivo d’una in altra pendice, lieta di contemplare da vicino il cipresso che me l’aveva indicata, o se m’internavo dalla parte dei boschetti, erano le dolci note degli usignuoli ch’io mi fermavo lungamente ad ascoltare. Io andava così placidamente bevendo la pace serena della bella natura che mi stava d’intorno e a poco a poco me la sentii come trasfusa nel cuore, che finalmente quietato, mi si aprì di nuovo alla vita. Fu in quel torno di tempo che un mutamento domestico nella famiglia de’ miei buoni parenti venne a colmarli di gioia. Un nipote ch’essi grandemente amavano e al quale avevano destinato l’eredità dei loro beni, compiuti gli studi e tornato da un lungo viaggio stava per contrarre un matrimonio di loro pieno assentimento. Gli sposi dovevano stabilirsi in casa quasi figli, e lo zio si occupava nel sopraintendere ai diversi lavori che aveva ordinati all’uopo di apparecchiare l’appartamento nuziale. Queste faccende, e le molte visite di costume per tale occasione li obbligarono a tornarsene alla città. In quanto a me, non ignoravano che mi sarebbe stato di peso, e mi lasciarono in piena libertà nell’allegro casinetto delle colline. Oramai riacquistata la primiera salute e fatta amicizia con diverse giovanette, facevo con esse frequenti escursioni nei dintorni. Ho percorso tutti quei luoghi e ne serbo assai cara la memoria. Ecco perchè, quando sei venuta qua entro, provavo tanto piacere a discorrere teco del tuo paese nativo. Nel tuo villaggio ci sono stata parecchie volte, e vedo il viale dei Conti, il Palazzo, la Manganizza, come se tuttora mi fossero dinanzi agli occhi. Amavo la buona gente che lavora la terra, e a poco a poco dimenticati della mia condizione anch’essi mi amavano e mi ammettevano senza riguardi nella loro intrinsichezza. Confusa con essi ho pregato nelle loro chiese, prendevo parte ai conviti nuziali, ai battesimi, alle danze della sagra, mi sedevo come una sorella al capezzale degli ammalati, colla candela benedetta fra le mani intervenivo alle devote processioni, e su quel monte che ci sta dirimpetto più d’una volta sono stata in pellegrinaggio a visitare in loro compagnia la Madonna benedetta. Quando gli sposi vennero a passare l’autunno sulle colline mi trattarono col più cordiale affetto. In quella famiglia regnava un mirabile accordo: rispettosi e devoti i giovani, condiscendenti i vecchi, e tutti lieti e benevolenti, e a me poi s’usavano i più dilicati riguardi e tante attenzioni che pareva che si fossero come uniti per compensarmi delle lagrime passate. Partecipavo col cuore aperto alla contentezza de’ miei buoni zii, alle giovanili speranze e alla gioia dei cugini, alla crescente prosperità della famiglia. Sì, una memoria veniva talvolta anche allora, come ombra, a funestarmi; ma io pregavo rassegnata e in pace; e ogni sera potevo offrire al Signore qualche poco di bene operato nella giornata; e se anche nel mio secreto piangevo perduta per colpa di quello sfortunato amore la famiglia che mi era stata forse destinata, mi consolavo nella speranza di quella degli amati cugini. Lieta della solitudine dei campi ch’io stessa mi avevo eletto e che mi era dato godere senza contrasto, spaziavo libera nell’aria e nel verde come uccelletto respirando la poesia del creato, e nessuno faceva male interpretazioni e il mio nome rispettavano. Avevo dimenticato la città e le sue costumanze per istrignermi sempre più alla povera gente che mi compensava col suo amore disinteressato e colla sua stima. Chiudere in pace i miei giorni in quella solitudine ignorata, sotto gli occhi di Dio, facendo quel più di bene che mi era possibile, amando con sincerità e purità di affetto tutte le creature che mi circondavano e ricevendo in contraccambio il loro amore, quest’era il mio fine, questa la speranza e la gioia della vita che mi avevo prefissa.

 

VI.

— Ebbene, Tina! continuò suor Maria Eletta, un uomo che io non avevo cercato, che certamente non potevo avere offeso, venne su’ miei passi, turbò la calma che con tanta fatica avevo riacquistata, distrusse i miei sogni e mi precipitò di nuovo nelle lagrime. Oh, cadere colaggiù tra i vortici di quell’onda perigliosa e, dopo avere lungamente lottato colla morte, a forza di lena affannata riuscire alla riva, e invece d’una mano amica trovare chi ti risospinga nel gorgo!… Lungi, lungi l’uomo! Ci sono dei cuori freddi ed impermeabili che come se fossero di marmo stanno immobilmente attaccati al loro dovere. Per essi non ci sono gioie dell’affetto, ma neanche i pericoli: passano incolumi fra le lusinghe della vita e nulla può infrangerli. Ma i nostri, Tina?… Io ho messa la mano sul tuo e so come batte…. Oh! poichè non han potuto battere a bene la prima volta, credi, per noi deboli creature non resta altro asilo che la solitudine assoluta e il santuario del Signore. — L’uomo, che ti dicevo, era un dottore di legge, antica conoscenza del cugino, che teneva allora fra le sue mani molti affari della famiglia. Nel tornarmene a casa dalla consueta passeggiata del mattino, lo trovai con la mia buona zia che discorreva di non so che pio istituto. Era venuto a passare alcuni giorni in campagna con noi, e mostravasi così rapito della pittoresca bellezza di quelle nostre colline, che si conciliò subito la mia simpatia. Aggiugni che, benchè avesse di molto viaggiato e conosciuto il mondo, a differenza in cotesto di tanti altri suoi colleghi, dalle sue labbra non usciva giammai una parola men che riverente per tutto ciò che accennasse a credenza od a culto religioso; anzi nelle pratiche nostre più minute pareva semplice e devoto come la più umile femminetta. Colla zia s’intratteneva sovente delle cose della fede, e l’accompagnava alla chiesa e assisteva con essa alla Messa con una pietà così singolare che al solo vederlo ti sentivi commossa. Cólto d’altronde e nei modi estremamente politi di una scioltezza così elegante e così nello stesso tempo riservata e modesta, la sua conversazione era come un’armonia che dolcemente attraeva. In casa tutti l’amavano, non eccettuato lo zio che discorreva assai volentieri con lui, perchè ei sapeva finamente rilevare ciò che v’era di vero in quelle sue opinioni in apparenza strane e quasi sempre eccentriche. In quanto a me, un po’ alla volta era diventato il compagno ordinario delle mie escursioni, e come se le nostre anime sentissero all’unisono, i miei gusti erano sempre anche i suoi. Appassionato per i fiori, quasi inavvertitamente portava all’occhiello del vestito quelli che io prediligeva. Che se talvolta mi fermavo a contemplare estatica qualche bel punto di vista o qualche magnifica scena della natura, nel ripigliare il passo trovavo che anch’egli l’aveva notata, tanto apparivano nella sua faccia i segni di una viva commozione. Di certe leggere attenzioni ch’egli mi andava usando così alla lontana, e con una delicatezza quasi impercettibile, io mi ero accorta, ma siccome tutti sapevano che da gran tempo avevo rinunziato a qualunque idea di matrimonio, le accettavo sempre nel loro più semplice significato, persuasa che conscio della mia risoluzione ei non potesse nutrire secondi fini. Non valsi peraltro a scansare ch’egli non mi parlasse finalmente all’aperta. Invece di rivolgersi a me, avrebbe potuto chiedere la mia mano ai parenti e suscitarmi, particolarmente per parte della zia, una di quelle affettuose persecuzioni, dalle quali altre volte non avevo potuto cavarmi che a forza d’infinite amarezze. Gli fui quindi riconoscente, e nell’impeto di quella subitanea commozione stavo già per rivelargli l’anima mia, ma un’invincibile ripugnanza mi trattenne. Mi avrebbe egli rettamente intesa, o non più tosto sospettata e calunniato l’angelo ch’io tuttora adoravo con tutta la devozione di un primo amore? Risposi che non potevo accettare, che la mia sorte era già irrevocabilmente fissata, che s’ingannava nel creder puro il mio cuore; e tornata alle antiche memorie piansi per alcun’istanti inconsolabile. Il mio rifiuto non valse ad allontanarlo; solo pareva che il suo affetto per me si fosse cangiato in una candida e quasi fraterna amicizia.

Egli s’andava intanto destramente insinuando nella mia anima, ch’io infelice gli abbandonavo quasi a compenso del negato amore. Ed a cotesto contribuì non poco il conoscere entrambi un pio sacerdote, che a quell’epoca la voce pubblica venerava come un santo. Egli era stato al mio letto, quand’io mi trovavo in fin di morte, e la sua parola di pace in quei terribili momenti di disperata angoscia aveva lenito le mie lagrime e messomi nel cuore il desiderio di rassegnarmi. Ora quell’uomo del Signore amava il giovane con viscere di padre e sapeva della nostra amicizia, e col mezzo di lui, che andava spesso a visitarlo nel suo romito oratorio, si può dire che teneva entrambe le nostre anime nelle sue mani. Era col suo assentimento che aveva stretto il patto fra noi di avvertirci scambievolmente dei nostri difetti e di renderci l’un l’altro migliori, e il modo franco e nello stesso tempo pieno di dolcezza con cui egli l’adempiva, mi era gioia sincera ed accresceva la mia fiducia nella sua amicizia. Una sola cosa mi rammaricava, ed era ch’egli sempre credeva maggiore del vero quel po’ di bene ch’io andava facendo. Una volta còlti dalla pioggia entrammo a riparo in un casale dove da più anni giaceva malata una povera figliuola ch’io conoscevo. Mentr’egli trattenevasi in cucina colla famiglia, salii alla sua camera. Io la visitavo talora; ma i miei conforti a quel letto di dolore consistevano più che altro in parole, essendo assai tenui i soccorsi ch’io era venuta di tratto in tratto arrecandole. Nel tornarcene a casa egli mostravasi così commosso, e mi parlava con tanto entusiasmo delle molte beneficenze che mi permettevano di spargere tra i poverelli le mie non comuni ricchezze, ch’io mi sentii veramente umiliata. La sera, quando fui sola nella mia camera, pensavo a cotesto con una amarezza indicibile.

Qualunque somma io avessi chiesta al nostro agente, credo certo che non mi sarebbe stata negata; ma in realtà era assai poco quello che per solito io dimandava. Sotto l’incubo di tali riflessioni provai per la prima volta come un secreto dolore che la mia posizione non mi lasciasse affatto libera e senza sorveglianza di sorte nell’amministrare e disporre de’ miei beni. Mi entrò nell’anima un rimorso cocente del bene che non avevo fatto. Dio mi aveva dato un ricco patrimonio e non mi era mai caduto in mente di rifletterci; tanti infelici languivano, e per una timidezza che allora mi parve colpa io trascuravo di alleggerire la loro miseria. Mi piovevano sul cuore le lagrime dei poveretti che avevo vedute, e risolsi di riparare a cotesta mia crudele negligenza. Infatti, alla prima notizia che mi pervenne di non so che tremenda sciagura, vinta ogni ripugnanza chiesi ed ottenni una grossa somma di danaro, e poichè quella catastrofe era esagerata e io mi trovavo fra le mani un vistoso residuo, a scansare nel caso di qualche altra occasione l’impiccio e il rossore di una nuova domanda, lo depositai col mezzo del mio amico su d’un monte di pietà, e si convenne che il frutto del capitale fosse infrattanto impiegato a soccorrere i poveri. Correva già quasi un anno di questa nostra relazione, quando m’accorsi che il mondo cominciava a far male interpretazioni; e anche in famiglia alla cordiale amicizia di prima subentrava adesso una tal quale freddezza che mi fece sospettare della loro disapprovazione. Colla mia spensieratezza io mi era dunque attirata sul capo dei ben severi giudizj? Non per me, ma per le care persone che mi amavano, ma per lui stesso me ne dolse. Compresi che bisognava smettere e aspettavo che la cosa venisse dalla sua delicatezza; invece, come se fosse stato affatto cieco, le sue visite diventavano sempre più frequenti: feci forza a me stessa, e un dì ch’eravamo soli gli entrai di cotesto.

Egli tornò allora al suo antico progetto come quello che poteva riparare ogni cosa, e mi persuase a rimettermi alla decisione del santo uomo che già conosceva il mio cuore. Era il punto dove si voleva tirarmi, ed io misera ci venni strascinata dalla lunga insistenza e dalla prepotente volontà di quest’uomo, così come il povero fiore ch’io getto adesso nel torrente, voglia o non voglia, fra poch’istanti passerà sotto l’arco del ponte. Perchè sapevo bene qual sarebbe stata la parola del ministro di Dio che avevo promesso di consultare! Da molto tempo egli soleva considerare come un gran bene per me l’amore del giovane, e dolcemente mi consigliava a non resistere più oltre alla Provvidenza che mi offeriva nella santità del Sacramento una guida sicura agli affetti inesperti ed un amico che mi avrebbe protetta e salvata dalle memorie del mio passato che talvolta venivano così crudelmente a turbarmi. Avevo dunque risolto. Fidata nelle speranze di un incerto avvenire, donavo con quella parola il mio cuore, le dolci abitudini della famiglia e dei luoghi in cui vivevo, la libertà illimitata della mia vita e le mie più intime convinzioni. Come un albero che ha di già attecchito e che si vuole trapiantare troppo tardi, mi avevo lasciato a poco a poco scalzare tutte le radici e aspettavo peritante di andarmene nell’ignoto terreno. Ma ahimè! l’albero infelice che con tanto studio s’erano ingegnati di cavare dal suolo nativo non era stato che per lasciarlo da parte.

— Da parecchie settimane nulla io sapevo di lui. In famiglia sempre più freddi, e io bisognava di effondere l’anima travagliata da troppo gravi pensieri. Ardisco e gli scrivo. Viene una lettera studiata che schiva tutti i punti toccati dalla mia. Era malato, da più giorni guardava il letto, doveva nel dimani farsi salassare. Peraltro era cosa passeggera, e chiudeva col promettere fra giorni una visita. Dormii poche ore inquiete e sognavo di vederlo, ma era pallido e la sua mano agghiacciata come quella di un cadavere; strinse un momento la mia, poi l’abbandonava in un subito e mi volgeva le spalle, senza che valessero a richiamarlo nè le mie preghiere nè le mie lagrime. Appena giorno volli portarmi alla città, addussi non so che pretesto, ma era per sapere di lui. — Seppi più di quanto voleva. Invece del letto e del salasso era uscito per una gita ad un villaggio vicino, dove trovavasi una giovinetta, la cui mano da gran tempo egli sollecitava, appunto così come faceva con me. Gran parte della sua giovinezza egli l’aveva spesa in quelle che il mondo chiama fortune d’amore, e conosceva molto bene l’arte d’impadronirsi d’un povero cuore di donna. Quando le lagrime di taluna delle vittime gli suscitavano qualche impiccio, egli cambiava paese. Ora pareva che volesse trar profitto di questa sua scienza per iscegliersi a suo modo una sposa. Avevamo avuto la disgrazia di fissare in due la sua attuale attenzione, e a guisa di perito mercatante, dopo aver ben pesati i vantaggi di entrambe, era per lei ch’egli s’aveva finalmente deciso. Se tu sapessi il male che mi fece questa scoperta! Misera cosa il cuore umano, e ogni passo della giovinezza seminato di mille idoli fallaci che fanno insidia alla nostra frale virtù. Avrei potuto perdonargli l’incostanza; i traviamenti stessi della passione: sì! anche tradita avrei avuto lagrime per compiangerlo; ma venire a turbare la pace altrui per mero progetto, ma assumere cotesta maschera d’ipocrito affetto per niente altro che per un miserabile interesse personale!… Quando guardo alla gente che passa colaggiù su quella via lontana, o alle tante teste che vanno e vengono per la riga del ponte, e penso che fra esse può trovarsi un uomo simile, benedico quest’asilo inviolabile, dove non giugne il loro alito avvelenato. Tornai a casa coll’anima infranta. Appena smontata dalla carrozza mi dicono che lo zio mi chiamava nel suo gabinetto. Salgo le scale in fretta e lo trovo seduto dinanzi alla scrivania sulla quale stavano aperti diversi libri di conti. Il buon uomo aveva l’aspetto commosso. Si tolse gli occhiali, stette un pezzo guardandomi senza proferire sillaba, mi fece sedere a sè dappresso, mi prese la mano e dopo averla lungamente accarezzata fra le sue, scosse la testa, e,

— Non è possibile, disse, si sono ingannati, questa poverina ci vuol bene! Non è vero, figliuola mia, che tu mi ami? e ami anche la zia, anche i cugini? — A sì impensate parole un impeto di pianto mi strinse le fauci, e per tutta risposta mi portai alle labbra la benedetta sua mano paterna.

— Oh lo sapevo bene! perchè il povero vecchio non ti ha mai contristata. Ma è un affare dilicato; tocca l’onore, figliuola, ed essi pensano colla loro testa, nè io voglio farli pensare a mio modo, no! liberi tutti e liberi anch’essi. Fortuna che cotesto è un fatto che già doveva avvenire in breve allo stesso! Ecco qui il resoconto della facoltà che ti hanno lasciato i tuoi genitori. Queste cedole e questo danaro sono roba tua. La tua casa l’ho fatta ammobiliare di nuovo: troverai un appartamento che spero sarà di tuo gusto, così pure l’equipaggio e la servitù che ti aspetta. Ci ho messo la stessa premura che per i cugini, perchè già anche voi altri due io vi considero come figliuoli; ed è un buon giovane e ti farà felice, e saremo sempre amici, forse meglio così divisi che se si avesse trattato di far tutta una famiglia.

Dio! Dio mio! queste parole mi laceravano fuor di misura. Che avevo io fatto per meritarmele? Dunque adesso ch’io era abbandonata e sola a questo mondo, anch’essi mi scacciavano dalla loro casa? Che m’importava delle mie ricchezze, se non avevo più un’anima che mi amasse? Caddi a’ suoi piedi e stendeva le mani tremanti ad implorare pietà. Oh! egli che aveva raccolto l’orfana, non doveva ributtarla così nel momento della sventura…. Ma il buon vecchio non m’intendeva. Partiva sempre dalla persuasione che il mio matrimonio fosse già cosa stabilita.

— No, figliuola, tu non mi hai offeso, tu non devi chiedermi perdono di nulla. Nè su te nè su persona al mondo io non mi sono mai arrogato una simile autorità: a’ miei occhi essa è affatto odiosa, perchè tu eri libera e potevi liberamente scegliere, nè c’era bisogno di partecipazioni. In quanto ai cugini, essi si sono offesi pel denaro che facesti depositare sul Monte; ma passerà, e celebrate le nozze, quando sarai stabilita nella tua casa, vedrai che torneremo tutti in buona armonia…. — Allora compresi ch’era inutile ogni spiegazione, e che se anche fossi giunta a vincerlo dal lato del cuore, non sarebbe stato che a spese della sua pace domestica. Rimanermi in famiglia non era più dunque possibile: vi si opponeva la mia stessa dignità. Presi una penna e segnai la rinunzia ai cugini di tutti i miei stabili; poi inginocchiata a lui dinanzi, lo pregai della sua benedizione, perchè nel dimani io mi sarei chiusa per sempre in questo monistero. Fu inconsolabile; ma io nella notte ebbi agio di ben meditare la mia posizione, e il mio partito fu irrevocabilmente preso, nè più valsero a smuovermi nè le sue lagrime nè quelle della povera zia. Debole, malata e sola, come vivere in un villaggio per me affatto nuovo, in una casa dove non ero cresciuta e dove non avrei trovato nessuna creatura che potesse compiangere la mia sorte, e circondarmi di quelle cure affettuose di cui allora più che mai sentivo il bisogno? Qui conoscevo la buona Abbadessa, qui erano anime pure che nella loro santa carità avrebbero curato i mali di una misera sorella che si rifugiava fra le loro braccia: per non turbare il sereno della vergine loro vita non avrei potuto narrare la trista mia istoria, ma potevo io piangere dinanzi al Signore e pregare insieme con esse.

 

VII.

Quelle due misere nel raccontarsi reciprocamente i loro casi s’erano sentite più che mai sorelle ed amiche. La Tina teneva come un favore che l’avessero destinata a prestarsi nelle incumbenze dell’ufficio spettante a suor Maria Eletta; ed attenta ad ogni suo minimo cenno la obbediva e l’assisteva premurosa; e quando giaceva malata, vegliava al suo capezzale e ingegnavasi di usarle tutte quelle piccole attenzioni che sa pensare soltanto il cuore d’una figlia. D’altra parte la monaca s’era così affezionata alla giovane, che se la voleva sempre vicina, e non sapeva dissimulare la gioia grande che avrebbe provato, se il Signore le avesse dato l’inspirazione di assumere il velo e legarsi anch’ella indissolubilmente alla stessa vita. Persuasa che nella sua posizione questo fosse il meglio, glielo veniva dolcemente insinuando. Passarono così quattro anni all’incirca, e l’infelice affievolita dalle tante lagrime inutilmente versate oramai cominciava ad accogliere il desiderio di finalmente quietarsi in quel luogo di pace. — Era sulla fine d’aprile. Dopo alcune settimane di precoce primavera cadeva una pioggia dirotta che unita alle molte nevi disciolte nei monti ingrossava fuor di misura il torrente. L’acqua toccava i segni delle piene straordinarie. Un momento di sosta era successo, e suor Maria Eletta ne approfittò per venire al suo solito nell’orticello a contemplare quell’imponente spettacolo della natura. Aveva portato seco un suo libriccino di memorie, e posata sul parapetto vi segnava per entro alcuni suoi pensieri. Le nubi s’accavallavano minacciose, e i flutti in senso inverso gonfi e spumanti correvano rapidi a infrangersi nei massi empiendo il creato della fragorosa lor voce. Alberi sradicati, tavole e legnami passavano convoluti sotto i suoi occhi. A forza di fisare quel precipitoso fuggire della torbida fiumana le pareva che tentennassero gli edifizi della riva opposta e che si movesse perfino il ponte. In faccia alla tremenda maestà delle acque stette gran tempo assorta e come fuori di sè stessa. La sera, quando si fu ritirata nella solitudine della sua cella, dinanzi alle chiuse pupille era tuttavia il torrente che trapassava, e aveva tuttavia piene le orecchie de’ suoi soniti procellosi. Alcune gocce di piova percossero nelle invetriate. Le sovvenne che aveva dimenticato lo stipo delle sue carte e che non s’era neppure avvisata di chiudere la porta del giardinetto. Prese il lumicino e discese. La notte era buia e ad intervalli piovigginava. Nell’accostarsi al parapetto le parve in mezzo al romoreggiare del torrente di discernere un grido. Stette in orecchi, ed era una voce umana che veniva dal basso ed implorava aiuto con un accento così lacerante da cavarti il cuore. Corse dalla Badessa a narrare spaventata il caso. Pochi minuti dopo per i dormitòri del convento suonava la sveglia, e le monache coi loro lumicini in mano uscivano dalle celle a dimandare che fosse, ed ansiose s’avviavano giù per le scale alla volta dell’orticello. In un istante tutta la popolazione del recinto s’era adunata in quel sito. Le tenebre cubavano impenetrabili sull’alveo, ma le grida laggiù in quel profondo continuavano. Attaccarono uno dei loro fanali ad una cordicella e la lasciarono discendere dal parapetto. Quando fu a basso, le sue quattro zone di luce, gettate sul torrente come tanti ventagli, lasciavano scorgere per lungo tratto i flutti illuminati che passavano attraverso, ma il vento che lo faceva girandolare rendeva continuamente mobile la scena, senza che l’occhio valesse in nessun punto a poterla fisare. Come rapida visione ei rischiarò una volta il molino sottoposto, e alcune monache scoprirono ch’era in parte rovesciato e che due travi del tetto apparivano sollevate in forma di croce spaventosa. Era da quel punto che veniva la voce, e il fragore delle onde pareva ivi fremere in modo più iracondo. Dopo un istante di tenebre, il fanale tornò di nuovo a rischiarare quella rovina, e allora si vide distintamente un uomo, che salito sul tetto della fabbrica già più che mezza diroccata, si teneva miseramente abbracciato a una di quelle travi, mentre a lui d’intorno mordevano i flutti, e il muro scrollato precipitava a tonfi nella corrente. Le monacelle spaurite si misero a gridare; alcune inginocchiate pregavano, altre piangevano. Ma la Badessa, assunta tutta l’autorità del suo grado,

— Presto, disse, a cercar delle funi. Voi, Teresa Felice, andate subito a prender quella del bucato; Rosa Luigia, portate del refe. Le cordicelle della chiesa, Tina!… ]Sgombrate il parapetto: oltre a Maria Geltrude che tiene il fanale una sola si resti, tu, Maria Eletta; e guarda attenta tutti i movimenti di quell’infelice. Qua le più giovani e pronte all’opera e con coraggio! — Intanto che si eseguivano questi diversi ordini, talune bisbigliavano tra loro, e una delle anziane si appressò alla Badessa, chiedendole qual fosse la sua intenzione. — Salvarlo, se Dio ci aiuta!… — Avverto, disse suor Maria Angela, che noi abbiamo voto di clausura, e che senza il preciso permesso del Decano della Collegiata….

— Mia cara, sono le undici, il Decano e tutti i canonici a quest’ora saranno a letto, e a meno che non voleste uscire di convento voi, non vedo come si potrebbe ottenere il suo permesso…. — E dato d’occhio ad altre due che sotto i loro veli rabbassati col viso arcigno stavano attente alla conclusione del dialogo,

— In nome di santa obbedienza, disse, voi suor Maria Cherubina e voi Crocefissa, seguite subito Maria Angela e andate in coro a pregare il Signore che metta la sua mano e mandi a bene questa nostra difficile impresa! — Si misero allora in fretta ad acconciare a più doppi le corde, poi le gettarono dal parapetto allo sciagurato che si vi aggrappò con tutta l’energia della sua disperata situazione. Le serve, le converse e le monache più giovani messe in fila l’una dopo l’altra tiravano come se si avesse trattato di attignere; Maria Eletta, pallida, tremante guardava nell’abisso; la Badessa dirigeva; una vecchia veneranda, inginocchiata sul nudo terreno, colle mani giunte pregava ad alta voce invocando la Vergine santissima e tutti i santi del cielo.

— Oh Dio! ecco, ha abbandonato la trave. Signore, salvatelo! Angeli santi, ch’ei non s’infranga nei creti! — La fune per alcuni momenti oscillava.

— È sospeso sull’abisso. Gesù misericordia!…

— Coraggio, figliuole! si tratta della vita d’un uomo…. Oh se ci fosse dato riuscire! — E le giovani robuste raddoppiavano i loro sforzi.

— Viene! È a mezzo, trapassa i virgulti…. torna isolato nello spazio. Guai adesso se le sue mani perdessero vigore!… Tenetevi forte, galantuomo! Anche un momento e poi sarete in sicuro. Raccomandatevi al Signore!… Eccolo! è in salvo! è fuori d’ogni pericolo!… — E un giovane sfigurato dall’angoscia, coi capelli irti e gocciolanti di sudore compariva al parapetto, e varcatolo con un ultimo sforzo cadeva a guisa di cadavere in mezzo alla turba femminile che gli si stipava intorno tra curiosa e lieta dell’averlo ricuperato.Tina, che, visto quel deliquio, s’era subito affrettata di correre in cerca di qualche essenza spiritosa che valesse a farlo rinvenire, tornava adesso con un fiaschetto di stravecchio, e nell’intenzione d’insinuargliene alcune gocce fra le labbra, mettevasi in ginocchio presso di lui che giaceva sull’erba colla testa posata al vaso d’un arancio, e tanto bianco che pareva di cera. La fanciulla nell’atto di guardarlo, si risovvenne in un subito, e gridava stupefatta:

— L’Armellino, buon Dio!! Sogno mio desiderato da tanti anni!… Signore pietoso che me lo rendete per miracolo…. oh! ch’ei non muoia, o Signore!… E fuori di sè stessa accoglieva sul suo seno quella povera testa abbandonata. Il giovane sentì sulla fronte il dolce tepore delle lacrime ch’ella versava, aperse gli occhi attoniti, e come se gli fosse passata dinanzi una visione celeste sorrise innamorato. Ma al ritornare della vita, la coscienza dell’antico dolore gli si risvegliò più cocente che mai, e assunta un’espressione d’infinita amarezza, respinse quell’affetto come se fosse stato una crudele ironia. Fra tante Vergini che severe in quel momento s’andavano tacitamente ritirando turbate dal contegno della fanciulla, una pietosa gli si fece dappresso, una immagine serena e gentile, l’angelo che veniva a dire la parola di Dio.

— Armellino! — e la sua voce soave aveva come dell’inspirato. — Questa poveretta ha raccolto gli ultimi sospiri della madre tua. Sul suo letto di morte tua madre ha perdonato e pregava per tutti due e ha dato la sua benedizione a tutti due. Interprete di lei che ora dal cielo vi guarda commossa, io stringo insieme le vostre mani. Figliuoli, dopo tante lagrime il Signore vi concede un’ora di gioia. Siate buoni ed operosi, e laggiù nel mondo dove dovete tornare ricordatevi della povera monacella che ancora qualche anno starà qui pregando, e poi anderà ad aspettarvi nel seno di Dio! — La Tina avvezza a venerare suor Maria Eletta come una santa accolse con piena fiducia una sì dolce speranza; ma il giovane stette silenzioso, la sua mano si ritirò mestamente e guardava contristato la terra. Per farsi un’idea di quel che passava nel suo cuore bisogna che torniamo un istante addietro e che diamo una rapida occhiata alla vita ch’egli aveva menato in questo frattempo. Era partito dal suo paese nella certezza di aver perduto per sempre l’amata fanciulla. Egli infelice, per non essere spettatore delle altrui gioie, s’era volontariamente inchiodato a una tremenda catena che lo aveva strascinato lontano in mezzo ai vortici di straordinari e crudeli avvenimenti che lo fecero troppo tardi riflettere alle conseguenze della sua disperata risoluzione. Nella Svizzera, dov’era fuggito, non potè giammai saper nulla de’ suoi cari. Fu allora ch’ei sentì tutta l’amarezza di quell’ineffabile dei dolori ch’è la patria lontana. Desiderava l’aere e la terra dei luoghi dov’era nato; desiderava i cari suoni della sua lingua, i cogniti volti delle persone tra cui aveva vissuto, la povertà e perfino i patimenti dei tempi passati. Ma a fargli più cocente il cruccio dell’esilio, due immagini gli stavano del continuo fitte nella memoria: il dolce sorriso della fanciulla perduta; e adesso avrebbe tolto di tollerare anche l’aspetto della felicità del rivale pur di rivederla! e le lagrime della sua povera madre. Ahi! ella che lo aveva allattato e cresciuto con tanto amore; ella che sempre compativa a tutti i suoi dolori, ella era sola, invecchiava ogni giorno, ed ei non poteva volare a consolarla!… Vedeva quella cara testa canuta, ne sentiva i pietosi lamenti, e nel rimorso infinito di averla abbandonata gliene chiedeva ogni momento perdono coll’anima. Per uno dei tanti capricci di quell’epoca di trambusti, quando meno se lo aspettava, egli si trovò sciolto dal malagurato impegno e libero di potersene tornare a sua voglia in paese. Non è a dirsi come s’affrettasse a varcare le alpi e come consolato rivide l’ampia pianura italiana. Tornava col cuore esultante, avido di tutti gli antichi affetti, ansioso dei luoghi e delle note persone, e non vedeva l’ora di sentir finalmente nominare il suo amato villaggio. Dopo rientrato in Friuli, a Tricesimo dovette fermarsi a riprender lena. Sperava che fosse l’ultimo riposo necessario, e seduto sulla panca dell’osteria aspettava impaziente che le forze rintegrate gli permettessero di ripigliare il cammino. C’erano lì alla stessa tavola altri viandanti, tra cui un mugnaio di Cividale ch’era stato a Magnano a provvedere una macina, con un merciaiuolo e due rivenduglioli; questi ultimi di Medeuzza venuti a comperare asparagi per poscia portare a Trieste, avevano intavolato un discorso che lo faceva stare con tanto d’orecchi. Era quistione di non so che affare e avevano più volte nominato Giorgio.

— Mi bastava la garanzia della moglie, disse il mugnaio, ma così per le dita….

— Son gente però di polso e un giorno o l’altro sarà già tutta roba del nipote, osservò il merciaiuolo che pareva aver molta pratica delle persone di cui parlavano.

— Sapete cosa sarà veramente di lui? la dote della poveraccia che s’è lasciata corbellare dalle sue millanterie, chè i suoi be’ ducati dicono che la glieli abbia dati in mano senza briciolo di carta: in quanto ai campi dello zio è un altro paio di maniche. — A queste parole il giovane capì che Giorgio non doveva avere sposato la Tina; e curioso di sapere come fosse, entrò anch’egli in dialogo con questa interrogazione proferita quasi a mezza voce, tanto lo faceva palpitare la speranza di chiarirsi di un fatto che intravedeva a seconda de’ suoi desiderj:

— Giorgio, il nipote dell’oste di Oleis s’è dunque ammogliato?

— Pare, galantuomo, che voi manchiate da molto tempo; gli ha già due bambocci!

— Ed è tuttavia uno sventato come quando era scapolo, — soggiunse l’uno dei rivenduglioli.

— Figuratevi, continuò il mugnaio, la bella società che avrei stipulata con colui! A me torna meglio, capite, un povero diavolo che abbia soltanto le braccia….

— Ma, e sua moglie? replicò l’Armellino, non doveva egli sposare una certa Valentina?…

— Valentina di dove? chiese il merciaiuolo.

— Di Soleschiano. Abitava la casuccia che ha dinanzi quel bel moro….

— Volete scommettere ch’egli intende quella siffatta? Eh! figliuolo caro, delle amorose, Giorgio ne avrà avute Dio sa il numero. Ma voi tirate fuori delle istorie rancide….

— Gli è, insisteva il giovane, che m’interesserebbe assai di sapere che sia avvenuto di quella ragazza, e poichè avete conoscenza del paese….

— Adesso mi risovvengo! interruppe il più attempato, si tratta della Monaca di Soleschiano!! e si mise a ridere. All’osteria, dove in passando si si ferma talora a bere una mezzina, ce ne hanno raccontato. Faceva all’amore con un contadino del villaggio che si è dato cambio per disperazione di trovarsi tradito.

— E la madre, aggiunse l’altro rivendugliolo, quando avvennero i trambusti del quarantotto, non sapendo più nulla del suo povero figliuolo, è morta di crepacuore: ma quella fraschetta fu punita, perchè Giorgio, venuta fuori una buona dote, se n’è lavato le mani, e l’ha piantata. Dicono poi che un bel giorno è sparita e che sia ita a farsi monaca. In che razza di monistero ve lo lascio pensare! Il certo si è che mai più se n’è sentito novella….

 

VIII.

Que’ sguaiati discorsi al cuore dell’infelice furono coltellate. A che tornare in un paese dove non avrebbe più trovato la sua povera madre? Tutto il desiderio che lo aveva fino allora infiammato gli si cangiò in ritrosia insuperabile. Meglio, pensava, non sentir più mai nominare nè la sua casa nè la sciagurata creatura che ne lo aveva cacciato, nè lei perduta per sempre, e che un amaro rimorso gli rappresentava come vittima ch’egli stesso aveva immolata. Nel dimani peraltro, benchè desolato e coll’anima piena di pianti, quasi per istinto e’ si trovò avviato verso la patria. Per la stessa strada, accompagnando il carro con la macina comperata, veniva anche il mugnaio di Cividale. Fu di tal maniera che gli si offrì l’occasione di accettare servigio in quel molino. Così senza ch’ei lo sapesse, anzi quasi suo malgrado, il caso lo avvicinò alla fanciulla, come se l’amore dei loro cuori fosse stato una potente calamita la cui forza attraente non avevano potuto distruggere nè il tempo nè le tante sventure. Senza metterci tempo in mezzo, in luogo di tornare a casa, in compagnia del mugnaio egli era venuto in quella stessa sera a Cividale, ed aveva cominciato subito a disimpegnare le diverse faccende del suo nuovo mestiere. Lavorava indefesso procurando così di attutire le dolorose memorie del passato. A giorni peraltro esse tornavano, e allora il pensiero gli vagava lontano a figurargli la perduta fanciulla in mezzo allo strepito e alla folla di qualcuna delle tante città che aveva veduto. Non immaginava ch’ella potesse pregar nella solitudine in cima al dirupo che gli stava sospeso sul capo! Passarono così alcuni anni, nei quali, mercè la sua molta attività ed alcuni fortunati eventi ch’ei seppe volgere a proprio vantaggio, gli riuscì di stabilmente associarsi al proprietario dell’edifizio, di modo che la sua sorte poteva dirsi dal lato materiale onestamente fissata; quando avvenne la sciagura che abbiamo descritta. Avvezzo nelle piene del torrente a trovarsi nel molino, subito che l’acqua minacciava il pian terreno, era suo costume trasportare sui granai le farine e quanto credevano potesse andar soggetto a guasti; poi a misura che la fiumana s’alzava salivano a’ piani superiori, e passata la burrasca tornavano tutti come prima al lavoro. Ma questa volta un macigno staccatosi dall’alto e venuto a percuotere nella cantonata dell’edifizio aveva aperto una breccia che produsse il disastro. I compagni s’erano tutti salvati a tempo; egli solo rimasto ultimo trovossi prigioniero delle acque; e se l’inopinato soccorso venutogli dal convento valse a scamparlo da una morte che oramai pareva indubitata, colla distruzione del molino perdeva ogni sua fortuna e tornava nella misera condizione di prima, cioè colle sole braccia, tanto più che gli scarsi mezzi del mugnaio con cui era entrato in società non avrebbero permesso la rifabbrica. Erano questi pensieri che gli facevano guerra, quando il meraviglioso ritrovo della fanciulla e quella per lui insperata manifestazione d’amore unita alle dolci parole di suor Maria Eletta tornarono a suscitargli nell’anima in tutta la sua forza il sogno di felicità de’ suoi giovani anni.

La Tina nella beatitudine del rivederlo si lasciava andare a tanta ingenua espansione che il giovane alla perfine le aprì con confidenza tutte queste sue angustie; la monaca in mezzo ai due faceva carezze alla fanciulla e la guardava commossa come se si avesse trattato di affetto tutto suo, poi col fare mansueto e coi miti propositi si studiava di richiamare la speranza nell’animo travagliato di lui e di appianargli le tante difficoltà ch’egli andava mettendo innanzi; ma più spesso, sollevati gli occhi al cielo, ascoltava meditabonda i loro discorsi e pareva che aspettasse di lassù una inspirazione che valesse al vero bene di quelle due povere creature ch’ella già amava con viscere di madre. Ma nel mentre queste tre anime amorose s’andavano così tra loro confortando, nell’interno del convento succedeva una tutt’altra scena ed inspirata da ben diversi sentimenti. Le monache, che la Badessa aveva mandate in coro, dopo un’assai breve orazione fatta per obbedienza, posato uno dei loro lumicini sul sarcofago della principessa longobarda, si riunirono tutte tre sullo stesso banco e davano sfogo all’esuberanza del loro zelo con una miriade d’osservazioni intorno al caso accaduto. Ed avevano un non so che di sinistro quelle teste velate che confabulavano sotto voce lì in quell’angolo nell’ombra fantastica progettata dagli emblemi della morte, mentre al di fuori fremeva iracondo il Nadisone. Appena poi s’accorsero che cominciavano ad uscire dall’orticello, corsero curiose incontro per sapere della fine. Se avevano già prima ardito censurare la condotta della Badessa, ora che udirono narrare dello scandolo della Tina non ebbero più ritegno. Vi fu chi propose di convocare sull’istante il capitolo e obbligar la Badessa a render conto dell’infranta clausura. Suonarono infatti la campana, e le più autorevoli andate ad assidersi sui loro scanni aspettavano accigliate. Quella campana suonata così nel cuor della notte, finì di mettere in iscompiglio il convento. Dalle celle, dove alcune si erano ritirate, dall’orticello, dove altre erano rimaste, lungo i porticati, giù pei dormitòri, tutte accorsero obbedienti al segno convenuto, e nell’incontrarsi s’interrogavano a guisa di formiche quando s’ammusano. Così indettate, al comparire della Badessa una delle anziane a nome delle consorelle fece la mozione. La buona vecchia rispose poche precise parole: doversi ringraziare il Signore che loro aveva concesso di salvare la vita a quell’infelice: se rotta la clausura, ella sola come Badessa trovarsi responsabile: in quanto alla Tina, non aveva voti di sorte; peraltro avrebb’ella pensato a custodirla: andava intanto ad aprir la porta al giovane. — E senz’altri rispetti sciolse il capitolo, lieta in suo cuore che l’imbroglio fosse avvenuto a guerra finita. Ma nel mentre con passo concitato attraversava la corte per recarsi dal giovane e vedere se fosse in istato di finalmente andarsene, in fra sè stessa non poteva astenersi dal riflettere: Che faccenda vuol essere cotesta? Pare che la Eletta sia affatto cieca! E quest’altre poi vogliono vedere più di me che sono la Badessa. Eh! saprò metterci riparo senza dei loro capitoli. Pettegole! a mezzanotte convocare il capitolo… Pur troppo ci vedo anch’io; non l’hanno tutto il torto, perchè il contegno di quella ragazza è stato uno sproposito… Saranno conoscenti, saranno amici…. ma se anche fosse un fratello c’era proprio da scandolezzarsi. Modi riprovevoli, sentimenti profani; mondana fin nelle midolla…. e volevano farmi credere che desiderasse il velo? Bella vocazione! Basta, dimani parlerò col confessore, e se sarà correggibile…. Intanto sbrighiamoci del giovane e mandiamolo pe’ fatti suoi. Questo giovane è proprio stato una tentazione del demonio…. Peraltro sono così contenta d’averlo salvato che tornerei sempre a fare lo stesso, oh sì! dovessero dimettermi di Badessa issofatto! Caspita, si trattava della vita d’un uomo! — Ma quando fu sulla porta della cucina, dove suor Maria Eletta aveva fatto entrare l’Armellino, e la Tina ad asciugargli le vesti fradice gli aveva acceso un buon fuoco, e li vide ch’erano tutti tre in dolci confabulazioni, e la monaca gestiva animata come se avesse esposto qualche progetto a cui i giovani prestavano la massima attenzione, e ora commossi fino alle lagrime ringraziavano, ora raggianti di gioia assumevano un’espressione di felicità ch’ella non aveva immaginato, se non sulla faccia dei beati che stanno in paradiso, sentì che tutti i suoi severi propositi le si sfumavano e veniva col cuore e colle braccia aperte — a mettersi anch’ella in compagnia. Suor Maria Eletta le corse incontro.

— Abbiamo combinato tutto, le disse; il molino si rifabbricherà, egli sposerà la Tina, lavoreranno insieme, in pochi anni potranno restituire ai poveri il capitale…. Oh Madre mia, come è buono il Signore! Un tale orribile disastro! e’ c’era il dito della sua provvidenza che voleva ravvicinare queste creature! Poverini! e pensare ch’essi si amavano con tutta l’anima e nol sapevano….  ma ora ogni cosa è chiarita, nè ci sono più malintesi. — La Badessa fece una carezza alla Tina quasi per rappattumarsi dell’averla in cor suo così facilmente condannata, e guardando sottecchi il mugnaio mormorò a mezza voce:

— Ma colle monache come faremo? Si sono formalizzate, capite?

— Le non sapevano ch’era il suo fidanzato, rispose Maria Eletta. Ora, voi potete far aprire la porta e il giovane va via subito.

— Oh sì, galantuomo! Cotesto è il meglio. Perchè, alla fin dei conti siamo in convento, e certi contatti… Dio lo sa, se sono lieta d’aver potuto salvarvi! ma se questa fraschetta non vi rivedeva si sarebbe fatta monaca, e invece, ecco, in un attimo volta bandiera e addio che ci siamo visti! A rubarla al Signore ha bastato il vostro alito, giovinotto! —

— Ma ella sarà una buona cristiana allo stesso, e crescerà la sua prole nel santo timore di Dio. Oh, il mondo ha bisogno di brave donne, e nei giorni che rimarrà ancora qui con noi, vogliamo istruirci, pregare e prepararci a cotesto, non è vero, Tina?

— Ahi! sospirò la Badessa, preveggo persecuzioni, e come difenderla?

— La darete a me, la custodirò nella mia camera. È convenuto, Madre mia, la non può uscire, finchè il giovane non abbia fatto fare le gride e allestito ogni cosa per le nozze. Allora viene a levarla….

— Meglio, figliuolo, che mandiate una qualche buona comare del vostro villaggio, e noi intanto le prepareremo un po’ di mobile.

— Io ti darò le carte, continuò Maria Eletta, e anderete insieme a Pordenone dalla persona che ti dicevo e che troverai indicata.

— Siamo dunque intesi, conchiuse la Badessa. E guardò con compiacenza l’affettuoso addio che i due giovani si davano; indi rimessa nella gravità del suo grado, stese loro la mano ch’essi baciarono colla più viva riconoscenza. Partito il mugnaio si ritirarono nelle loro celle, e la buona vecchia prima di coricarsi s’inginocchiò a’ piedi del Crocifisso, e lo ringraziò della misericordia che le aveva usata, e pregò per la felicità di quelle due creature, e, così come aveva detto Maria Eletta, che fossero cristiani e che vivessero insieme nel santo timore di Dio.

 

IX.

L’Armellino nel dimani tornava al suo villaggio nativo, tornava dopo parecchi anni d’assenza e col cuore agitato da mille diversi sentimenti. Era una bella mattina affatto limpida, e nell’aria una certa fragranza, una specie di alito ravvivante che annunziava la presenza della già dispiegata primavera. I contadini ne avevano approfittato, e i campi si vedevano per ogni dove popolati di gente che lavorava. Oltrepassate le colline, attraversava la prateria che dicono Manzana, e i suoi occhi da un pezzo si fissavano sui buoi d’un aratro che andava e veniva aprendo i solchi della terra che sta per confine al di là dell’acquicella. Quando fu tanto vicino da distinguere le persone, il giovane che guidava gli animali si fermò a guardarlo con grande attenzione. Si ravvisarono entrambi nel punto istesso e si corsero incontro con la gioia di due fratelli che si rivedono dopo lunga lontananza.

— Viva Armellino per Dio! Gli è l’Armellino che ritorna! gridava l’uno gettando all’aria il cappello e precipitandosi fra le braccia dell’altro, che tutto commosso so lo strinse al cuore coll’identica amicizia di quella notte che si erano salutati per l’ultima volta sotto le finestre della Tina. Gli altri si fecero anch’essi avanti e gli si strinsero intorno avidi delle sue novelle, e poichè era l’ora della colazione, lasciarono che i buoi riposassero, e si misero a chiaccherare delle tante cose passate. Seppe allora come la sua famiglia aveva in quel frattempo cambiato domicilio e trovavasi sur una colonia al di là del Nadisone. Questa inaspettata notizia lo turbò; non aveva mezzi di sorte, nè vedeva sul momento come avrebbe potuto ripiegare. Se ne accorse Giacomino, e a tòrlo d’impaccio, con quella franca e cordiale amicizia ch’è propria dei poveretti, gli propose subito, perfin che avesse ultimate le sue faccende, di far casa insieme.

— Lassù dai tuoi, disse, saresti troppo lontano; correre su e giù non ti torna, sarebbe un continuo perditempo; ti offro la mia cameretta invece, e tu così puoi aiutarci nei lavori della stagione. Guarda mio padre come ne gongola al solo pensiero! — Diceva la verità perchè il buon vecchio gli si era appressato, e a convalidare la proposta del figliuolo, aveva cavato la scatola e tutto allegro gliene offriva una presa. In quella capitò sul campo a portar la colazione madonna Lucia. Non aveva appena deposto dalle spalle l’arconcello, che lo riconobbe, e subito nuovi evviva e mille benvenuto, che pareva proprio che il rivederlo fosse per tutti una festa domestica. Dovette assidersi con essi sul margine erboso dell’acquicella; e si disponevano a far colazione, quando madonna Lucia scoperchiando il cesto per cavarne la polenta e la frittata che aveva loro apparecchiato, cambiò fisonomia e colle mani nei capelli — Ah poveretta me! — disse, e rimase lì stecchita che pareva una statua.

— Che c’è? chiese il padre di Giacomino, che non capiva questo subitaneo costernarsi della moglie.

— Non vedete? Non si può far colazione!

— Sarebbe bella, perdinci! Dopo quattro buone ore che si lavora e dopo quel tantino di gambata che ha fatto questo poveretto. Non si può far colazione?… Perchè mo di grazia?

— Ah mio Dio! Perchè è venerdì, e io me l’ho dimenticato, e la frittata l’è di grasso; l’ho fatta proprio coi ciccioli! — Ammutolirono tutti, che la sentenza di madonna Lucia coll’appetito di quell’ora non garbava gran fatto. Ma il buon cappellone, dopo averci alquanto pensato sopra, in atto brusco pigliò il piatto della vivanda contrastata e si accinse con eroica pazienza ad estrarne uno per uno i ciccioli, e consegnandoli alla moglie,

— To’, disse, porta a casa. — Indi sicuro del suo operato come un dottore di teologia che abbia deciso un caso di coscienza, imbandì la colazione che si misero tutti a mangiare, tornati al buon umore e ai discorsi di prima. — Per l’Armellino quell’incontro e quell’accoglienza furono una vera fortuna. Accettata la proferta e collocatosi nella casa di Giacomino lì a Soleschiano nel villaggio istesso della fanciulla, non solo trovavasi più a portata per le sue faccende, ma essi si prestavano per lui come se fosse stato un fratello, e la loro compagnia e la loro amicizia tolsero ch’ei si lasciasse sopraffare dalle tristi reminiscenze che certamente gli si sarebbero risvegliate in tutta la loro forza nel seno della propria famiglia, dove più non doveva rivedere la sua povera madre. Fu Giacomino che gli procurò una picciola somma ad imprestito necessaria pe’ suoi presenti bisogni, e senza della quale sarebbe stato impicciatissimo; perchè quando andò a trovare i suoi, e s’accorse delle loro strettezze, capì che non avrebbe avuto coraggio neppur di accennare a quel po’ di miseria che gli veniva come sua parte. Donna Lucia poi, ch’era parente della matrigna della Tina e ben accetta al fratello e alla cognata di lei, si accinse a parlar loro del ritorno della fanciulla, e colla sua valida mediazione seppe far dimenticare l’offesa della brusca partenza e disporli a riceverla di nuovo in casa perfin che fossero conchiuse le nozze. Stabilita così ogni cosa, in capo ad alcune settimane, il giovane potè recarsi di nuovo a Cividale, onde intendersi col mugnaio suo antico socio per la rifabbrica del molino, e levare dal monistero l’amata fanciulla. Suor Maria Eletta le aveva dato una lettera, la cui soprascritta indicava una persona che doveva trovarsi a Pordenone. Bisognava dunque recarsi colà. Dopo molto progettare partirono in quattro, i due fidanzati, Giacomino e una sorella di lui. Oltrechè donna Lucia aveva consigliato di cogliere quest’occasione per la compera degli anelli, dell’abito nuziale e di altri indispensabili oggetti, c’era che questo viaggetto in sì cara compagnia e alla vigilia della sua felicità, per la fanciulla che aveva vissuto tanto tempo nel dolore e nella reclusione, diveniva adesso un piacere dei più squisiti. Nel suo secreto la pungeva anche un vivo desiderio di vedere co’ propri occhi il misterioso personaggio che aveva avuto tanta influenza sulla sorte della sua benefattrice. E quando seduta colla giovane amica sul di dietro della carretta che Giacomino si godeva a far volare tra il polverio degl’interminabili rettilinei della strada postale, ella assaporava in silenzio la voluttà d’esser finalmente in un vasto spazio e di attraversarlo a guisa di freccia, nell’estasi delle soavi emozioni che le faceva provare la presenza del giovine amato, le si mesceva del continuo con tutti i suoi particolari la trista istoria che le aveva raccontato la povera monacella. Le lagrime di lei, ch’ella rammemorava con pia amicizia, le erano come un freno per non abbandonarsi a tutta la foga della propria felicità; come una religiosa malinconia dell’anima che le faceva più quieto e più pensato l’amore. A Pordenone seppero che la persona che cercavano era un avvocato di molto grido, ma che da parecchi anni ridottosi infermo più non usciva di casa, nè riceveva visite di sorte; il suo studio però era frequentato quasi come per lo innanzi, e gli affari procedevano appoggiati alla straordinaria reputazione della sua firma e alla solerzia di uno dei giovani che ivi facevano la pratica. Compresa la difficoltà di consegnare direttamente la lettera di suor Maria Eletta, pensarono di rivolgersi a cotesto giovane. A tal uopo, lasciati all’osteria Giacomino e la sorella, i due fidanzati s’avviarono alla dimora dell’avvocato. Era una casa d’aspetto signorile; e mentre ascendevano le scale, all’aprirsi d’una porta situata dirimpetto allo studio furono colpiti dall’allegro frastuono di molte voci che ne uscivano e dalla rapida vista d’una stanza magnificamente addobbata, entro alla quale così in passando poterono raffigurare l’agitarsi di un numeroso crocchio di gente elegante. Entrati nello studio, il giovane a cui si erano indirizzati uscì un momento e tornò colla risposta: che, trattandosi di un affare di assai vecchia data, bisognava che ritornassero, non essendo possibile così su due piedi rinvenire il documento necessario; tanto più che il dottore era in quel giorno assai sofferente, e la signora occupata nel ricevimento di alcune visite non avrebbe potuto per allora parlargliene. Nel venir via più non trovarono la guida del cameriere che li aveva introdotti. Povera gente di campagna, nuovi del sito e confusi dalle cose vedute ed udite così al rovescio di quanto immaginavano, sbagliarono l’uscita, ed imboccata un’altra porta scesero per una scala secreta che metteva in cucina. Apparecchiavano un rinfresco, e a sbrigarsi di loro alla più breve, un servo accennò che attraversassero l’appartamento a piè piano e se ne andassero per quella parte. Nella seconda stanza videro un uomo sdraiato sur un vecchio sofà. Non s’accorse che passavano, e cogli occhi fitti nella parete sembrava come assorto in una lunga e dolorosa meditazione. Aveva affatto calva la testa, una lunga barba bianca ed incólta gli scendeva sul petto lasciato nudo dallo sparato della camicia senza abbottonare, unico velame di quel misero corpo ischeletrito, se ne togli una veste da camera per lungo uso smontata di colore che teneva gittata sulle gambe. Un’indefinibile espressione di amarezza traspariva dalla faccia macilente. Tutto ad un tratto si pestò la fronte con ambe le mani, e piangeva con istrida prolungate come bambino che hanno picchiato. Mentre turbati da quel triste spettacolo s’affrettavano in punta di piedi a guadagnare l’uscita, udirono dietro a loro l’altercare dei servi che bestemmiavano l’accidente che aveva così rivelato a due estranei la miseria del loro sciagurato padrone. Tornati all’osteria, non osarono dir verbo su quanto avevano veduto. La Tina era pallida, contraffatta, e il cuore le batteva in un modo così sinistro, come se le si fosse guastato il sangue. Ricusò di più rimetter piede in quella casa; ed ella, che nella sua femminile curiosità aveva tanto desiderato di conoscere davvicino quella persona, ora avrebbe voluto poterla dimenticare in eterno; ma invece non v’era cosa che valesse a cavargliela dal pensiero e vi faceva intorno incessanti congetture. Qual mai poteva essere la strana malattia che tormentava quell’uomo? Egli, che nella sua gioventù s’era fatto gioco delle lagrime degli altri, perchè piangeva adesso con un accento così toccante, così desolato? Sentiva forse gli affetti che aveva derisi? Quali immagini gli si dispiegavano su quella parete dove guardava così intento? Forse i volti pallidi, lagrimosi delle misere che aveva tradite? Una ce n’era che ad onta di tutti i dolori ch’egli le aveva versato nell’anima, pregava in pace e rassegnata. Ora, ch’ei si trovava nelle mani di gente senza cuore, desiderava forse la commiserazione di quella pia? — L’Armellino intanto a forza d’insistere per una risposta, era venuto a capo di farsi consegnare le carte appartenenti a suor Maria Eletta, e riscossa la somma anticamente depositata sul Monte di pietà, senza più oltre curarsi di un mistero che non lo riguardava, si dispose coi compagni a tornarsene a casa. Era il primo sabato di maggio, e quando, dopo aver corso tutta la notte, al rompere dell’alba entravano nel villaggio di Soleschiano, s’accorsero delle vie sparse di fiori. Smontati da Giacomino, i due giovani alquanto trepidanti accompagnarono a casa la Tina. Dall’oriente che incominciava a rischiarare spirava una leggera brezzolina che faceva gentilmente tremolare le foglie del moro, e colla sua pura freschezza ravvivava gli spiriti intorpiditi dal protratto vegliare e dalla stanchezza del viaggio. Veniva loro alle nari come un sentore di rose, a misura che si avvicinavano sempre più acuto. Dai rami dell’arbore ne pendevano diverse ghirlande, e una ve n’era intrecciata di erica e di ulivo mentre la terra lì dinanzi appariva seminata di foglioline d’isopo. Si ricordarono che nei pellegrinaggi che si fanno alla Madonna del Monte, i divoti quando discendono sogliono mettersi sul cappello o nella cintura mazzolini di erica fiorita che cresce ivi in grande abbondanza e che chiamano i fiori del perdono.

— Pace e perdono! — sclamò Giacomino. La Tina commossa staccò dalla corona che le aveva offerto un ramicello d’olivo e una ciocca di quei fiori, e li porse al suo fidanzato. L’Armellino li portò alle labbra, e per un impeto subitaneo gli si rinnovarono tutte le gioie dell’antico amore. Si contemplarono un istante desiosi. La luce incerta dell’albeggiare li faceva pallidi. La fanciulla sollecita entrò in casa; egli stringendo la mano all’amico si staccò da quella porta senza poter proferire una parola.

Pochi giorni dopo inginocchiati dinanzi all’altare, coll’anima purificata dalla preghiera e dalla penitenza, ricevevano insieme il mistico pane; e il bene che si avevano sempre voluto diventava Sacramento.

 

FINE.