Adolfo Albertazzi

I.

Di due amici, Giulio Galardi e Alfonso Varchi, quello che, agiato di casa sua, apparentemente non aveva nulla da fare, viveva scapolo; e l’altro, direttore di una grossa azienda, commerciante, consigliere comunale e membro di commissioni e istituzioni e opere pie, l’altro, il quale aveva tanto da fare, s’ammogliò.

Ma in realtà Giulio Galardi faticava molto anche lui, da quando con un grosso patrimonio aveva ereditato da un parente materno il titolo di nobiluomo e si era introdotto nella società che suol dirsi migliore, sebbene non buona. Per le sue belle doti egli era stato ricevuto a porte aperte pur nelle case più aristocratiche; e appena si seppe che in certo palazzo era ricevuto anche a braccia aperte, diventò amabile e considerevole; ebbe il soprannome di Sìsì e fu perdonato di tutti i suoi difetti, i quali non erano nè piccoli nè pochi. Gli mancava un palmo di statura ad essere un bel giovane; era, in viso, troppo roseo e sollevando il baffo superiore ostentava un po’ troppo i nitidi denti; affrettava gl’inchini d’un attimo più del necessario; vestiva con eleganza ligia alla moda, senz’alcuna di quelle anticipazioni o di quei ritardi o di quelle sprezzature che rivelano l’artista nel lion; esasperava camminando il peso del corpo su le gambe, di guisa che, a differenza degli altri, che parevano quasi montanari, pareva un montanaro del tutto; e affermando diceva sempre:

— Sì sì.

— È simpatico Sìsì — ammettevano concordi le signore; nè mancò qualche lettrice di Bourget la quale osservasse com’egli, ne’ suoi discorsi e ne’ suoi modi, aveva qualche cosa d’insolito, d’ignoto, per cui a volte acquistava una caratteristica spirituale quasi esotica.

Che cosa fosse quella cosa sconosciuta e nuova Giulio Sìsì non l’avrebbe saputa indovinare; forse era un fondo della rettitudine paterna, che gli restava dalla prima educazione. O forse era l’abilità con cui diceva le bugie. Essendosi accorto che la bugia è l’arma delle donne d’ogni ceto, egli disarmava le signore aristocratiche con invenzioni più verosimili e opportune di quelle che usavano gli altri per vincerle od esse per resistere, e in tal modo divenne presto un corteggiatore fortunato. Ma se per lui una donna tirava l’altra come le ciliege, anche per lui una bugia tirava l’altra; onde la fatica di arrestarne il corso a tempo debito e di mescolarle convenientemente con la verità.

E però, bisognoso di riposo e voglioso di sincerità, a quando a quando Giulio visitava l’amico Varchi e si distraevano a vicenda; l’uno con i racconti sinceri, nudi e crudi, delle sue avventure e l’altro con le relazioni de’ suoi affari sempre più gravi, sempre più intricosi.

— Che c’è di nuovo lassù? — domandava Alfonso.

— Che c’è di nuovo quaggiù? — domandava Giulio. Distinguevano così il mondo in cui vivevano, compatendosi reciprocamente.

— Ma perchè porti quel colletto? — chiedeva Varchi.

— È di moda.

E Varchi chinava la testa e pensava: «Bisogna proprio essere ingenui a impiccarsi per la moda!»

— Ma perchè ti preoccupi tanto delle elezioni comunali? — chiedeva Giulio.

— Dovere di cittadino!

E Galardi chinava la testa e pensava:

«Che ingenuo!»

Nè un’amicizia tanto cordiale, disinteressata, antica e fedele potè essere interrotta allorchè Alfonso Varchi prese moglie.

 

II.

Del resto, quand’anche Alfonso Varchi fosse caduto a temer dell’amico per la sua tranquillità domestica e fosse stato preso da gelosia, si sarebbe dovuto acquietare in un confronto fra le donne accostate da Giulio nell’alta società e sua moglie: questa non era una donna per Giulio. Bella sì, ma non sentimentale, non intellettuale, non nevrotica: Giovanna era sana e savia. E Giulio Galardi, per parte sua, non si curava punto di quella signora Giovanna, che agli aneddoti e ai pettegolezzi da lui riferiti fedelmente e coscienziosamente, porgeva orecchi e occhi incerti, come a storie inverosimili, e quasi per opporre la serietà sua alla fatuità di quelle eroine, domandava al marito notizie politiche, commerciali, industriali e agricole. Lieto della felicità dell’amico, Giulio si ripeteva spesso:

— Che stupida! Alfonso non poteva essere più fortunato!

Passarono così tre anni; durante i quali nella famiglia Varchi e nello scapolo Galardi nulla avvenne, a loro credere, che adombrasse la reciproca e triplice confidenza. Frattanto Giovanna procreò l’un dopo l’altro due mirabili maschiotti; Alfonso s’ingolfò sempre più nelle faccende, non restandogli tempo oramai che d’accarezzare i bimbi dopo pranzo; e Giulio mutò quattro o cinque illusioni d’amore in delusioni, trovando le une e le altre sempre identiche. La migliore società infatti è sempre tale e quale: in tutti gli uomini, in tutte le donne — gentiluomini e gentildonne — che la compongono; in tutte le cose; in tutte le passioni; in tutti i capricci.

Sì sì! Che noia!

L’amore? noia! Il gioco? noia! I teatri? noia! I cavalli? noia! Uf!

Appunto da questo terribile male, la noia, che è la figlia di tutti i vizi, dovevano cominciare i guai di Galardi; e cominciarono appunto dal dì che all’entrare in casa Varchi gli parve di tornare in porto, non quale nocchiero dopo lunga tempesta, ma quale pescatore che non ha pescato niente. I guai cominciarono quando egli, stufo e ristufo di troppe donne «per lui», contò i suoi anni e si chiese: «Se prendessi moglie anch’io? una donna come…?»; quando sentì una fitta al cuore, mentre abbassava il capo alla dura riflessione che gli venne fatta: «Di Giovanne ce n’è una sola!» Altro che stupida! Bella sì, ma tutt’affetto per i figli, per il marito, per la casa; onesta, pacifica, tenera, economa.

A farla corta, Giulio Galardi s’innamorò senza volere (e fu veramente il suo primo amore) della signora Giovanna Varchi; ella — stupida o no, poco importa, chè di certe cose se ne accorgono anche le stupide — se n’accorse; e Alfonso Varchi non se ne accorse.

 

III.

«Tradire» nell’alta società significa per i gentiluomini «tradire un amico» e per le gentildonne «tradire con un amico»; ma per quel fondo di rettitudine che gli rimaneva, al traditore Galardi fino allora era parso di essere un riparatore di torti, un giusto vendicatore di povere donne contro mariti o infedeli o depravati o sciocchi o gelosi e senza ragione diffidenti di lui e della moglie. Invece Alfonso era leale, morigerato, intelligente, galantuomo, modello di padre di famiglia e di marito; e Giulio non aveva cuore nemmeno di provarsi ad ingannarlo.

«Sì sì! Finchè Alfonso restasse quel che era, era impossibile tradirlo!»

Vincere quindi l’insana passione sarebbe stato il meglio; e da uomo dabbene Giulio se lo propose. Impossibile! Divenne una passione irresistibile al punto ch’egli per essa avrebbe dato tutto il sangue, o metà del sangue avrebbe dato per trovar ragione a dolersi dell’amico, per accertarne qualche colpa, per scoprire difetti che spiacessero anche a Giovanna.

Ora si comprende che arrivato a meditare l’opportunità, anzi la necessità di accusare e incolpare un amico come Varchi, inconsapevolmente, si può dire, e presto, l’animo e il pensiero di Galardi dovessero volgersi a fallaci impressioni e a giudizi erronei.

Cominciò a credere che con tutte quelle faccende e fatiche e affannosi guadagni Alfonso presumesse di rinfacciare il quieto e dolce far nulla a chi aveva il diritto di godersi il frutto di fatiche e di guadagni aviti e paterni.

«Colpa mia se sono ricco?» Galardi diceva tra sè. Oh! forse suo padre non aveva lavorato tanto, e il suo prozio non l’aveva lasciato erede col titolo di nobiluomo per fargli godere il mondo? «Dovrei forse lavorare anch’io come una bestia?»

Senza occuparsi di politica, Giulio era conservatore quanto Alfonso, che si arrabbiava anche per la politica; nondimeno il primo aveva già per il secondo un rancore quasi di partito.

«Tutto mi annoia? — Giulio proseguiva a meditare. — Ma starei forse allegro in Consiglio comunale? Non sono ambizioso, io!» Per lui, Alfonso era ambizioso e intristito nelle misere gare di campanile e di municipio.

«Mi piacciono le donne? Grazie! Non piace anche a lui Giovanna?» Alfonso la teneva, quella povera donna, in un assoluto dominio; con tale egoismo che anche l’animo di lei si avviliva nell’avidità della ricchezza; e il sentimento di lei restava confinato al domicilio. Giovanna infatti nulla sapeva di arte; non comprendeva la musica tedesca; non leggeva un poeta! (Ah che di poeti ne leggeva pochi anche lui, Galardi!).

Ma non solo: Alfonso Varchi si alleverebbe egoisti gli stessi figlioli; senza entusiasmi per idealità superiori alla vita comune; senza intendimenti dei maggiori problemi che turbano la società moderna.

Da che si comprende come Giulio era già innamorato in modo da leggere, per distrarsi, i giornali socialisti; e fu miracolo se la malinconia non lo condusse a inscriversi al partito.

E come non si vive solo per sè e per i quattrini, così non si dovrebbe abusare nemmeno in conversazione dell’economia politica e privata. Dàlli e dàlli, una sera in cui Giulio desinava dai Varchi, riflettendo sul fritto abbruciato e l’arrosto mal cotto chè dove regna la felicità coniugale è infelice sin la cucina, Alfonso s’abbandonò a un interminabile sproloquio intorno a giuochi di borsa, di rendita bassa, di dazi, d’importazioni e d’esportazioni…. Dàlli e dàlli, avvenne che la signora, alle frutta, non potè rattenere uno sbadiglio e non volgersi a Giulio con uno sguardo e un sorriso che significavano: «Gran brav’omo mio marito! ma che seccatura!»

Quattro anni, da quando lei stessa interrogava, interessata e preoccupata, intorno alle imprese commerciali dello sposo, non erano dunque trascorsi indarno?

Giulio Galardi prese animo.

— Lascia parlare a me — interruppe. E si diede a raccontare un fatto, a suo dire, della cronaca mondana: una storia la quale egli rese pietosissima addossando tanta volgarità e brutalità a un marito e tanta bontà e gentilezza a una moglie, che in questa pareva scusabile qualunque pazzia.

— Bene; chi lo crederebbe? — Giulio esclamò vedendo commossa la signora Giovanna. — La marchesa, la vittima, sul punto di cedere a un gentiluomo perfetto che l’ama da anni e che essa ama, si pente, respinge l’amante, si rinchiude in casa e confessa tutto al marito!

Alfonso fece:

— Meno male!

— No; malissimo, dico io — ribattè Galardi. — E lei, signora Giovanna?

Giovanna chiese:

— Il marito ha poi mutato carattere?

— Che! Peggio di prima!

— Allora la marchesa poteva aspettarsi a confessarsi a un prete.

— Ma prima del peccato o dopo? — Galardi incalzò.

— Oh! Prima.

Dopo! Dopo! Giulio lesse negli occhi di Giovanna: — «Se non ci fosse Alfonso, direi dopo.»

…. Finalmente — e senza spendere una goccia di sangue, ma solo con un po’ di fantasia — Giulio potè convincersi che Alfonso assomigliava al marito di sua invenzione e che Giovanna teneva per sciocca, in certi casi, la virtù coniugale.

 

IV.

Che due lunghi mesi appresso la signora Varchi consigliasse Giulio Galardi ad ammogliarsi, non è meraviglia. Quando una donna savia s’approssima al pericolo, sempre esorta l’uomo pericoloso a prender moglie; onde, a scelta, una prova della bontà o della malignità dell’indole femminile. Perchè, una delle due; o Giovanna desiderava legittimo in un’altra l’amore di Giulio che era proibito a lei, o voleva togliere a donne più fragili di quanto lei si credeva il piacere d’essere conquistate da Galardi e, anche, togliere a questo il piacere di conquistarle.

Ma come Giulio, triste, scuoteva il capo, per convincerlo Giovanna dovè dichiarare:

— Lei ha tutte le qualità che rendono felice una donna. — E queste parole, purtroppo, logicamente traevano in perdizione chi le pronunciava.

Alla vigilia della quale perdizione, mentre Giulio scongiurava Giovanna di recarsi il domani a vedere il suo elegante appartamento di scapolo e gli oggetti d’arte che vi aveva raccolti, ed ella ricusava sorridendo, eppoi, fidandosi alle promesse e ai giuramenti di lui, rispondeva sì, con le lagrime agli occhi; mentre ciò avveniva, a un tratto, Giulio e Giovanna impallidirono: i passi di Alfonso nella stanza attigua!

Lei e lui mormorarono:

— Sì sì: nulla di male….

— Questa non è che una visita di dovere…

— Come mai è venuto a casa prima del solito?…

— Se la cameriera gli ha detto che ci siete vi vorrà a desinare.

— Ah no! Non ci resto, oggi!

Alla vigilia di quel giorno, egli non tollererebbe discorsi di rendita «in rialzo» e «in ribasso»; di «esportazioni» e «importazioni».

E Giulio se n’andò per sfuggire all’amico, che già odiava; infilò rapido, all’ingresso, il soprabito, prese il cappello, e via.

Via per la strada con l’intensa, confusa gioia che precede una gioia attesa imminente. Non gli sembrava vero: «Giovanna, dimani, da me!» «Gio-van-na!» L’onesta, tranquilla, seria, casalinga Giovanna!

Alla maniera di tutti i conquistatori, Galardi magnificava a sè stesso l’impresa compiuta; e come altri, un tempo, rientrando in patria, avrebbe enumerati i tesori d’una terra di conquista, egli, sempre più uscendo di sè, enumerava a sè stesso i tesori della donna così diversa dalle altre.

Ma se, diversa com’era dalle altre, Giovanna si contenesse, secondo i patti, in una semplice visita di amicizia? se, pur non intendendosene punto, si limitasse a lodare i ninnoli artistici del salotto?…

— Oh, sì sì: la vedremo! — esclamò, battendo il piede sul lastrico, certo, senza timore, l’eroe.

E allora non vide più nulla; perchè il cappello, al movimento imperioso, gli calò fin sugli occhi.

Rabbrividì al sospetto; si scoperse; guardò in un attimo davanti, dietro, dentro quel cappello…. Più scuro; più largo…. Il cappello di Alfonso! Che errore! che orrore!

E che fare? Correre subilo a casa Varchi!… Già vi s’incamminava. Ma gli toccherebbe affrontare l’amico, ridere dell’equivoco; rimaner là a desinare. Quel giorno? No! Impossibile ch’egli mangiasse, quel giorno, il pane a tradimento!

Tornò indietro, sempre con in testa l’impressione che avrebbe provata girando con iscarpe non sue e troppo larghe; s’arrestò, guardò l’orologio….

Quand’ecco, dall’altro lato della strada, frettoloso e intento a leggere una carta (con in testa, sulle quarantatrè, il cappello non suo) passare…. Alfonso! Incontrarlo e dirgli: — A te, dammi il mio —, sarebbe stato il modo più semplice per restituire il mal tolto e riavere il proprio; era anzi un fortunato incontro. Eppure Giulio Galardi non si mosse; guatò; nè potè muoversi fino a che l’amico non disparve.

Perchè Alfonso non gli era venuto incontro lui? Leggeva. Un documento, forse, che portava prima del desinare a qualche avvocato o in qualche ufficio. Dunque gli premeva più l’avvocato e il documento che il cappello del suo migliore amico! più il documento o l’avvocato, forse, che la moglie! Oh! non v’ha castigo che non meriti un affarista!

E Galardi, con un malessere invano respinto, che dal capo gli discendeva a tutto il corpo e pareva condensarsi al cuore, venne a casa sua per trar dall’armadio un cappello vecchio e uscire a desinare. A casa però si sentì stanco morto; di mala voglia; malconcio.

Sedè presso il tavolino, dove aveva deposto quel maledetto….

 

V.

Era, anche a prima vista, un cappello onesto. Esternamente patito solo nell’orlatura e nel nastro, al margine inferiore; ma per il colore resistente e per il denso feltro meritava lode alla manifattura nazionale.

Qua e là, è vero, nell’ala, al di sopra, e sulla cupola un critico esteta avrebbe potuto rintracciare indizi di gocce asciugate prima dalla polvere che dal sole; ma alla carezza di una mano o di una spazzola ogni ombra sarebbe tosto dileguata. Elegante non era: nè alto, nè basso; nè stretti, nè larghi i risvolti; nè pesante, nè lieve; d’una forma, di un’indole quasi, non troppo avversa e non troppo data alla moda; non perturbabile in vicende di stagioni e di gusti; non asservita a umani giudizi. L’età senza infingimenti appariva dall’interno; e forse per conoscerla, con un moto dispettoso, con l’amarezza e la bieca avidità con cui il colpevole indaga l’altrui coscienza, Giulio lo rovesciò, vi fissò lo sguardo. Ma non attese al marocchino che annoverava tre mesi di sudori anche invernali; nemmeno sorrise all’aquila, la marca di fabbrica esotica, che apriva l’ali sul nome del cappellaio italiano: ebbe, al contrario, istantaneo, uno sbigottimento; provò il turbamento e il ribrezzo di chi avventa una vertiginosa occhiata entro un cratere.

Quante idee là dentro, agitate e agitabonde, in una comprensione caotica! Quante prorompevan fuori; ricadevano nel vortice; superavano la cinta; s’arrestavano, o precipitavano concrete; vaporavan vane, o risplendevan fatue! Quante faccende, propositi e illusioni e disinganni; quanti conti, e missive e risposte di lettere, e trattative, e imbrogli da districare, e tranelli a cui sfuggire, e colpi di fortuna avversa o buona, e contrattempi, e questioni e contratti, e crediti e debiti! Tutte le commozioni e le vicende d’un uomo d’affari che si consuma la vita per lucro; tutti gli affanni di un uomo in balìa ora della propria testa ora della sorte, e involto nelle complicazioni del commercio e delle industrie; tutti i gaudi che generano l’operosità e la fede; tutto ciò, in tumulto, aggiravasi là dentro, turbinava agli occhi e alla fantasia di Giulio Galardi, quantunque non vi guardasse più.

E d’improvviso nel turbine imaginario la sua fantasia gettò un grido il quale disperse ogni cosa: — Tua moglie ti tradisce! — E successe, là dentro, un’immobilità di stupore, un abbattimento di disperazione, una quiete di morte.

«Tua moglie ti tradisce!»

E tutto era finito!

Perchè, per chi, tanti lavori? tanti triboli? tante angustie? tanti sforzi? Per la famiglia; per i figlioli.

Logoratasi l’esistenza, Alfonso sarebbe morto non vecchio, ma avrebbe lasciato in buona condizione i suoi cari: i figli sarebbero cresciuti onesti con poca fatica; i nipoti benedirebbero un giorno la memoria dell’avo che loro tramandava una cospicua eredità di quattrini e di virtù.

«Tua moglie ti tradisce col tuo miglior amico!»

Il disonore! il tradimento! la felicità distrutta; perduto ogni affetto, ogni bene! Una tempra d’acciaio spezzata d’un colpo; una vita rigogliosa, fulminata! Infamia! Infamia!… Ahi!

Giulio palpita; tace; si ascolta: gli pare che gli si sia rotta qualche cosa dentro: un rovescio: un disastro. E non è nulla; non è altro che il risveglio della coscienza.

E tornano i ricordi; e si rivede ragazzo compagno di Alfonso, quando Alfonso, generoso fin d’allora, a scuola, gli dava a copiare i compiti; e si rivede uomo quando Alfonso, fuori d’ogni sospetto, gli annuncia il suo matrimonio, gli presenta la moglie, l’invita a pranzo. Disgraziato! disgraziati entrambi: lui e Alfonso! disgraziati tutti e tre, anche Giovanna!

— Porta questo cappello al signor Varchi: se non c’è, aspetta; e prendi il mio! — Galardi comandò fieramente al servo accorso allo scampanellare spaventevole.

Ma pochi minuti dopo il servo rientrava, essendosi imbattuto nella cameriera che veniva proprio per il cambio.

Oh con che sollievo Giulio si mise il cappello suo!

Gli stava ancora bene. Pure, non lo tenne; lo depose: lo giudicò in un confronto spregiativo. Sì sì: era un cappello elegante, ma vanesio; la cui ala, in una linea esageratamente ondulata, accusava l’affettatura della moda; la cui sagoma significava volubilità e leggerezza; e quantunque l’abito non faccia il monaco, perchè il cappello non manifesterebbe qualche cosa del capo che lo porta?

Tornandogli perciò la nausea di prima e non volendo confessare agli amici che un cappello gli aveva fatto male, Giulio non andò a desinare quel giorno al solito luogo. Andò altrove; rincasò presto. E subito si mise a letto.

Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente a Giovanna; e costretto a ragionare, indarno cercava di sragionare. Impedire in qualche modo la caduta d’una donna era fortezza o viltà? Viltà forse per lei, la donna amata, e forse per tutte le donne, e certo, per tutti gli amici e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti i mariti, per le anime timorate, i moralisti. Oh i moralisti! Cos’è la morale se non il vantaggio dell’individuo in rapporto alla società? se non un egoismo collettivo? se non una menzogna della civiltà? Maledetti i pregiudizi che avvelenano il piacere!

Felice la barbarie! I barbari accordano la morale al loro vestire — per lo più van nudi —; hanno il capo libero o tutt’al più portano una semplice penna che non riscalda il microbio della calvizie, e hanno libero l’arbitrio. Invece l’uomo che ha inventato telegrafo e telefono, l’uomo dell’elettricità e del vapore, si copre il capo con un coso o una cosa convessa, che è focolare d’infezione; ignobile difesa di idee false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù e di assenso al patto sociale; simbolo, in certi casi, di virtù e di vizio; emblema dell’uomo operoso o dell’uomo vano, del sapiente o dello stolto, del buon amico o del cattivo amico!

Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò che verso l’alba. Nè dormiva da molte ore quando il servo venne a svegliarlo con una lettera urgentissima.

Egli la lesse, d’urgenza:

«…. Che cosa avete fatto! Appena siete uscito voi. Alfonso è corso da me col vostro cappello in mano.

«Era così triste! Mi ha domandato: — Come mai Giulio ha potuto confondere il mio col suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva dubitasse…. Ma io mi sono convinta che mio marito è fiducioso, è un modello di marito e di padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire col vostro cappello, che non gli stava in testa, per comprendere tutta la mia colpa. Sarebbe un’infamia!

«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi nè mai più. Però vi prometto che non mi confesserò a mio marito come quella vostra marchesa; perchè nella vostra storia, scusatemi, non ci ho creduto….»

*

Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici fedeli.

Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro i cappelli sodi e ne adottò uno floscio, quale Alfonso non avrebbe portato mai. Ma con questo gli pareva di star così male che, dubitando di poter più innamorare le donne degli altri, prese moglie anche lui.

Efficacia d’una giarrettiera.

L’ora pericolosa non è l’ora del confessionale, quando abitudine o gravezza o vigile coscienza delle divine funzioni assunte per rappresentanza mortifica ogni senso. Nemmeno è l’ora del riposo, quando in letto molle e caldo tornano alla memoria le dure veglie degli anacoreti e dei Padri e le dibattute vittorie con i demoni nel deserto: il pericolo è all’ora della siesta; quando mentre fermenta il cibo nello stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole, una dolcezza sale o scende, non si sa di dove, a cullare il pensiero che si quieta, e l’anima (fuori sia freddo o il sole si spenga nella rossa calura dell’agosto), l’anima risponde all’anima in cui avrebbe dovuto integrarsi e che, ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro petto che l’ascolti. Sembra l’anima o il cuore; e sono forse i fumi del vino. Ma allora basta — e grazie se si abbia! — il cuore d’un amico. Se no: — Chiamatemi il sagrestano per la partita (a carte o a bocce)! Presto! —

«Gli propongo una partita a briscola?» si chiese, quella sera, don Giuseppe guardando padre Ignazio e riprendendo la bottiglia.

— Padre Ignazio, un altro gocciolo?

— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale avanzò il bicchiere con la mano aperta; senza badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò meditabondo. A che pensasse, non diceva; certo, non a cose per distrarsi dalle quali fosse opportuna una partita a carte.

Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna. Ma un predicatore, ve’, di prima forza; da metter terrore dell’inferno nel più accanito liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per essere un buon prete, gaio, grasso tecchio, abbonito e domesticato da vent’anni di cura, non riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane, l’invitava a predicare lassù e a metter cervelli e coscienze a posto.

— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n’era bisogno! Perchè è proprio quel peccato il peccato in cui i miei fedeli pericolano di più.

— Non si assolvono. — Appena questo disse padre Ignazio, sempre con l’occhio alle sue idee e col mento alla palma sinistra, il gomito su la tavola.

Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui non era un amico meritevole di confidenza nè utile in ogni circostanza, e che gli sarebbe stato meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita lo spinse più a dentro in quei pensieri da cui altra volta avrebbe trovato scampo in una partita col sagrestano.

Proprio vero! Si può essere un po’ goloso, un po’ avaro o di non troppa carità, o invidiare il vescovo, invidiar magari un padre gesuita, o lasciarsi prendere dall’ira come padre Ignazio quando predica, e rimanere un prete quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal peccato, che pure non è il primo nè il secondo nell’ordine dei peccati capitali, e ti saluto! Cattivo prete! Addosso! Che se per questo il parroco non assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani s’arrogherebbero loro il diritto di lapidare il parroco!

…. Quand’ecco:

— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe.

Deo gratias! Era accaduto un prodigio! Perchè, vuotato il bicchiere, padre Ignazio aveva rivolto il viso all’ospite; e il viso non più bieco, ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato anch’esso dal raggio di sole che colpiva i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto; sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere il corso alle idee di prima, si rammentò dell’aneddoto che già gli era tornato in mente la mattina, alla predica, e che ora gli parve piacevole nel tempo stesso che giovevole per sè quanto un tresette.

— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che potrebbe servirvi di esempio, di prova a quel che dicevate stamattina così bene: che il Signore, nella sua divina misericordia, spesso ci soccorre nel fatto medesimo della colpa.

— Sentiamo.

— Un esempio però non da predica — sfuggì detto al buon prete —; il fine non giustifica il mezzo.

— Lo giustifica qualche volta, se non sempre, come affermano i machiavellici; e…. Ma sentiamo il racconto, prima.

Uso a procedere francamente, senz’ambagi, ne’ suoi racconti, il curato ebbe uno sguardo di preghiera all’amico che non interrompesse; e cominciò:

— Fu del ‘70 dopo il fatto….

L’altro scosse il capo, d’intesa.

— …. e io ero in aspettativa d’una cappellania; e abitavo in una cameretta a un terzo piano. Di contro a me ci stava una signora vedova….

— Vidua, periculosa — mormorò don Ignazio, riprendendo il mento nelle mani.

— …. giovane e belloccia.

Ma padre Ignazio chiese malignamente:

— Chi ve l’aveva detto ch’era belloccia?

Divenuto più rosso sui pomelli delle guance, don Giuseppe s’imbrogliò un poco.

— Già; lo dicevano…. Io no…; io ero in cerca d’una cappellania.

E parendogli che l’amico desse soverchia importanza all’aneddoto, che altrimenti egli avrebbe narrato in due parole, e già a disagio per quelle interruzioni inopportune, il buon curato procedè meno sicuro.

— Quella vedova era mia penitente.

— Uhm!…

Uhm! che cosa?… — Penitente sincera, fervida! Pareva. Mi chiedeva anche dei consigli….

— Di che genere?

— …. aveva una questione con i parenti del marito e voleva mettermi in mezzo per riconciliarsi.

— Al solito; un pretesto.

Spento il sole, la faccia che non riceveva più riverbero, rincupiva. Si pentiva don Giuseppe d’aver ceduto all’apparente indulgenza di un inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla fantasia e attenuare o accomodare il racconto; giacchè a un certo punto, al punto capitale del fatto, era inevitabile arrivarci.

— Un giorno dunque, tutt’allegra, la vedova mi chiamò in casa sua. Aveva proposte di conciliazione; ed era allegra.

— Lætitia, periculosa….

— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati…. Ma in quel mentre la punta d’un suo piede, di lei, faceva toc toc per terra.

Invece d’interrompere, questa volta padre Ignazio sorrise; rianimando così il povero amico.

Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita che sorrideva in quel modo, in quel certo modo, indugiare nelle particolarità da cui l’aneddoto acquistasse più sapore? Chi li capisce i gesuiti?…

— Era, si può dire, il primo piede che vedevo, d’una donna; e la scarpa non era una scarpa.

— Pantofola?

— Aperta come una pantofola, per lasciare scorgere la noce, il….

— Malleolo.

— Il malleolo. E la calza…. Oh malizia di femmine! La calza era nera; la prima che vedevo, in una donna. Avrei sempre creduto che anche le vedove portassero le calze d’altro colore!

Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre Ignazio.

— La calza non si vedeva solo sul collo del piede. Anche un po’ più su, si vedeva; e…. Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era nera.

— Non importa.

— Importa! importa! Una scarpa di colore, come dire?, caffè e latte. Che pelle è?

— Non so…; di capra.

— Dunque…. Il diavolo scoteva quel piede; toc toc; la gamba tremava tutta ogni volta, da mettermi il convulso, mentre discorrevamo della conciliazione…. Io (chi lo direbbe?) ho sempre patito un po’ di convulso. E voi, padre Ignazio?

— No; grazie a Dio.

Don Giuseppe sospirò. Poi riprese:

— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati e di cose legali, ma non sapevo più dove guardarla. In faccia? Gli occhi!… Che occhi! In terra? C’era il piede. Dove avreste guardato, voi?

— Al muro.

— Bravo! Ma io non potevo guardare al muro, per colpa di quel piede…. Non sapevo più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così (il narratore con la mano destra divise la sinistra), quel piede indiavolato, che non poteva star fermo, e la calza, e la scarpa, e il toc toc, mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè il diavolo se n’accorse, e smise di battere in terra.

Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque, lasciando perplesso il padre.

— È finita?

— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo mise una gamba a cavallo dell’altra, e quella di sopra cominciò a dondolare così, come se niente fosse! Voi che siete un sant’uomo, padre Ignazio, sareste scappato via….

— E voi?

— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello. Mi chino…: il polpaccio!

— Cosa?

— Vidi…. cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio. E…. Un altro gocciolo, padre Ignazio; un altro gocciolo….

— No, no; non ne voglio più. Avanti!

Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe; cercò, trovò l’idea di sostegno a proseguire con tono più dimesso, lentamente.

— Sentite. Quest’autunno, nell’orto, vidi un giorno una melagrana matura, tanto piena che era crepata e per la crepa facevan gola una fila di grane rosse: la colsi; non potei stare! L’altro dì, quando mi portarono i quattrini dell’uva, li contai due volte; prima mi sembrarono abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan pochi. A udirvi predicare, padre Ignazio, vorrei che predicaste in eterno; ma quasi quasi vi invidio….

— Oh che vi confondete adesso in una confessione generale? — esclamò padre Ignazio, con un gesto d’impazienza.

— Fo per mostrarvi che non credo di essere un perfetto prete. Allora però io stavo per diventare un prete del tutto cattivo, e solo perchè quella gamba mi tentava più che una melagrana, o una sommetta di quattrini, o le vostre prediche, padre Ignazio.

Che discorsi!… Il gesuita ebbe un gesto più duro dicendo:

— Dunque…. la gamba?

— La gamba? Non ho detto bene. La calza, fu. Perchè io sono certo, certissimo che quella gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio e la coscienza se noi sacerdoti invece di nere portassimo le calze bianche o di un’altra tinta, dopo che le donne le hanno messe su nere. Quel nero….

L’amico affrettava:

— Concludiamo.

— Quel nero che, come dire?, per noi è il colore della mortificazione, là faceva pensare a tutt’altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma con l’aiuto di Dio, la stessa causa del male giovò poi al buon effetto.

— Quale effetto?

— Voglio dire — proruppe d’un fiato don Giuseppe togliendosi il peso d’addosso —; voglio dire che se per la tentazione della calza arrivai a…. vedere il legaccio, per quel nero il legaccio mi fece più colpo: mi tirai indietro, tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo, padre Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io ero salvo! — E pareva uscito allora allora dal pericolo.

Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò che non intendeva, il gesuita dimandò:

— Come? il legaccio? che cosa?

— Sì. Non v’ho detto ch’eravamo del ‘70, dopo il settembre?

— Del ‘70…. Il legaccio?… Non capisco! Il legaccio della calza?

— Sì! La gerr….

— La giarrettiera! Ebbene?

— …. bianca, rossa e verde!