(FANTASIA)
I.
Ora, nella bella isola, gemma dell’Oceano, un dì avvenne questo. Quanti, o nella città popolosa sorgente ad anfiteatro sul mare, o nei villaggi e nei casolari dispersi per la campagna, vegliavano accanto a un infermo, videro, miracolo nuovo, le piaghe richiudersi, la febbre svanire, le forze riprendere, e sulle guancie terree, da cui parevano fuggire il sangue e la vita, tornar via via i rosei colori della salute. In pochi giorni i malati più gravi lasciavano il loro letto di dolore; un’arcana virtù benefica della natura strappava alla morte coloro che la scienza s’era dichiarata impotente a salvare.
Nè fu una breve sosta nel corso ordinario delle leggi che governano il mondo; non solo gli ultimi guariti non ricadevano, ma nessun altro ammalava, nessun altro moriva. Era quindi ben giusto che, trascorse più settimane dal dì memorabile in cui s’era prima manifestato il prodigio, fossero rese alla Divinità solenni azioni di grazie.
Non l’angusto ricinto d’un tempio che non sarebbe bastato alla folla degli accorrenti, ma un’immensa spianata, che con leggero declivio ascendeva dal mare sino alle falde d’un colle, raccolse, al compier del terzo mese, l’intera popolazione esultante. Presiedevano i consoli: musici e poeti erano sacerdoti del nobilissimo rito in cui nè colò dagli altari sangue di vittime, nè salì dai turiboli fumo d’incenso; ma da liberi petti salivano i canti e da mani innocenti si spargevano i fiori.
Senonchè, la parte più toccante della cerimonia era la sfilata di quelli che tre mesi addietro si consideravano irremissibilmente perduti e che la sorte benigna aveva restituito all’umano consorzio. Aprivano la marcia i bambini che di lontano, da posti speciali ed eminenti, le madri covavano con occhi pieni di lacrime. Poverette! Ricordavano gli spasimi atroci durati per giorni che sembravano secoli; le veglie affannose presso le cune spiando ogni moto dei cari visi emaciati, invocando una parola, un sorriso dalle labbra immobili, esangui; ricordavano, oimè, il gesto sfiduciato del medico che aveva esaurito tutti gli espedienti dell’arte sua; ricordavano la pietà crudele degli amici, dei congiunti, favellanti di calma, di rassegnazione ai voleri di Dio. Vane ciancie di mentecatti! Può una madre rassegnarsi ai voleri d’un Dio che le strappi dal petto la sua creatura? Ora che hai stornato il colpo tremendo, ora le madri t’adorano, Dio di bontà e di clemenza! E voi, fanciulli, su cui la morte aveva steso le nere ali, e che oggi fissate gli occhi baldanzosi nel sole, sciogliete inni al Signore, offritegli il profumo delle vostre anime immacolate!
Così dicevano le madri, e i bambini vestiti di bianco cantavano sfogliando rose lungo la via.
Dopo di loro veniva il manipolo degli adulti, uomini e donne, atteggiati a una gioia più composta e severa. Come rami divelti che scendono il corso d’un fiume essi s’eran sentiti portare verso la foce ignota e paurosa, avevano letto la propria sentenza nelle faccie contraffatte dei loro cari, e adesso, in mezzo alla festa comune, fra i plausi e i sorrisi che li accompagnavano, la lugubre visione si riaffacciava di tratto in tratto ai loro occhi, faceva correre un brivido nelle loro vene. Pur le loro voci gravi si mescevano al coro delle voci infantili e si spandevano piene e sonore nell’aria.
Ma il canto dell’ultimo drappello, il drappello dei vecchi, era appena un murmure sommesso. Il miracolo li aveva, sì, arrestati sull’orlo della tomba, ma non aveva ridato loro l’energia della gioventù. Ben piccola parte dell’antico vigore era tornata nelle loro membra infiacchite; di poco s’erano drizzate le loro persone curve; di poco s’era avvantaggiata la tardità dei loro movimenti. Ed essi procedevano a passi cauti e misurati, tenendosi per mano, ora chinando le pupille al suolo, ora girandole attonite. Invero molti parevano riafferrarsi cupidi alla vita e goderne con soddisfazione puramente animale; ma sulla fronte di alcuni si leggevano altri pensieri. Forse già assuefatti all’idea della tomba si dolevano del riposo negato dopo tanti travagli; forse li vinceva il segreto terrore d’una vecchiezza lunga e fredda come le notti del polo; forse li assaliva il rimpianto delle persone dilette, trapassate anni addietro, quando l’isola non era sottratta alla legge universale della morte. Oh perchè non attendere, anime care? Se voi foste ancora del mondo, quanto più dolce sarebbe il mondo ai superstiti!
Tuttavia, le faccie più scure dovevano illuminarsi almeno un istante nel contagio dell’entusiasmo, del delirio che invadeva la folla. E il delirio, e l’entusiasmo si manifestavano con maggior veemenza al passaggio dei fanciulli e al passaggio dei vecchi, come se l’istinto del popolo volesse associare ne’ suoi trasporti d’affetto queste due debolezze.
Giunto al sommo della spianata ove s’ergeva, addossato alla collina verde e fiorita, il palco dei consoli, il coro delle voci cessò; il corteggio si dispose in semicerchio: i vecchi nel mezzo, proprio di fronte alla loggia, a destra gli adulti, a sinistra i bambini. L’immenso padiglione del cielo azzurro si spiegava sul capo delle moltitudini, il sole fra nuvole d’oro calava dietro le alture, una tepida brezza strappava atomi odorosi alle piante e increspava la superficie del mare stendentesi in giro a perdita d’occhio; dal folto dei boschetti uscivano concenti invisibili.
Anche i concenti tacquero a un tratto, e per qualche secondo non si udì che il fremito represso della folla aspettante, simile al fruscìo d’un campo di spighe agitate dal vento; poi l’anziano dei consoli pronunziò un breve saluto e invitò uno che gli sedeva a fianco a parlare. Era questi un uomo nella pienezza della virilità; bello come un Dio, portava il marchio del genio sull’ampia, nobile fronte e negli occhi glauchi e profondi di cui non si sarebbe potuto dire se più luce ricevevano dal di fuori o più ne spargevano intorno a sè. Il Poeta; non altrimenti lo chiamavano da anni; egli la voce, egli la coscienza dell’Isola, ne aveva eternato le mille bellezze, ne aveva cantato le albe di rosa e i tramonti di fuoco, aveva, piccolo Virgilio sconosciuto al mondo, nobilitato col ritmo armonioso i lavori del suolo e le fatiche del mare, aveva dato fiori alle cune e alle tombe.
Oggi egli sciolse un inno alla vita e alla salute. Alla vita ch’è luce, ch’è amore; alla salute ch’è forza, ch’è gioia e felice equilibrio del corpo e dello spirito. Evocò con parola fatidica le maraviglie dell’avvenire, paragonò la tarda e vana esperienza delle generazioni fuggitive con quella che si sarebbe d’ora innanzi accumulata sugli uomini, liberi dall’incubo della malattia e della morte. Pensate, egli disse, pensate quali prodigi potranno compiersi in un paese ove insieme coi nuovi savi, insieme coi nuovi genî rimarranno gli antichi, ove non sarà muta nessuna voce, non sarà spenta nessuna fiaccola del passato. E conchiuse che poichè i Numi favorivano così gli abitatori dell’isola, all’isola stessa si dovesse mutare il nome e chiamarla l’Isola fortunata.
Un’immensa acclamazione mostrò come il Poeta si fosse reso interprete del sentimento comune, e da migliaia e migliaia di petti irruppe un grido formidabile: — Sì, sì, l’Isola fortunata!
Allora, dalla schiera dei fanciulli appartenenti al cortèo, uscì, alta e diritta come uno stelo, una bambina, vaga angioletta dal dolce viso ridente, dai riccioli biondi che le cingevan le tempie d’una gloria di sole. Corse sulle labbra un nome: Risorta.
L’appellavano così da tre mesi, da quando la madre, credutala estinta, stava per tagliarle una ciocca di capelli, ed ella, piuttosto risuscitata che guarita, sollevò le palpebre e disse con accento ineffabile: — Mamma.
Non sconcertata dagli applausi, si avviava ella adesso, svelta e graziosa, al palco dei consoli, reggendo con le piccole mani una corona d’alloro che l’Isola destinava al Poeta. Egli scese a incontrarla, e piegata verso di lei la maestosa persona lasciò che le mani delicate gli posassero il serto sul capo. Solo in quel momento un leggero tremito agitò le membra gentili della fanciulla, e un vivo incarnato le si diffuse sulle guancie pallide, e gli occhi limpidi si chinarono quasi abbagliati dal fulgore di quegli altri occhi che li scrutavano. Anch’egli, il Poeta, era in preda a uno strano turbamento. Nella bambina d’oggi egli indovinava la donna di domani, e la donna gli sembrava più bella, più affascinante di tutte quelle ch’erano apparse fino allora sul suo cammino.
— Quanti anni hai? — egli chiese.
— Sette.
Egli la congedò con un bacio paterno.
Risorta si mosse per tornar dai compagni che l’attendevano; ma dopo pochi passi si voltò indietro e sorrise. Con la precocità femminile ella sapeva bene che il suo sguardo avrebbe trovato per via lo sguardo del Poeta.
— Ha trent’anni meno di me! — egli sospirava. Pur lo soccorse un altro pensiero: — Che cosa sono trent’anni per una vita che non ha limiti?… Mi raggiungerà.
Finita la cerimonia, la folla giuliva si disperse all’ombra discreta del crepuscolo, e chi si ritirò alle sue case, e chi errò tra i boschetti di mirti e d’aranci, e chi scese sul lido a raccoglier conchiglie, e chi salì al prossimo poggio del Belvedere, che nelle notti d’estate era il ritrovo preferito della popolazione. Intanto s’erano accesi fuochi su tutte le alture, e il navigante che passava lontano vedeva sorger da un punto del mare come un vapore luminoso che andava via via fondendosi con l’azzurro del firmamento.
II.
E, per un buon tratto di tempo, i dissidenti, se c’erano, non osarono alzare la voce. Si trattava d’eredi scornati, di mogli e mariti già ben disposti a una prossima vedovanza, di generi e nuore che avevano creduto imminente la dipartita della suocera da questa valle di lacrime, di emuli a cui aveva sorriso l’idea della scomparsa d’un antagonista pericoloso, di subalterni che s’erano tenuti sicuri di occupare in breve il posto d’un superiore infermo o decrepito. Era un po’ duro dover rassegnarsi adesso allo statu quo…. Ma era altrettanto difficile manifestare in modo troppo aperto i propri sentimenti.
Del resto, ad alcuni interessi offesi dal nuovo stato di cose s’era provveduto con lodevole sollecitudine. Lo stipendio ai custodi del cimitero era mantenuto nella sua integrità. Non dovevano accoglierne i visitatori, mostrare ai posteri remoti il monumento più eloquente del passato? Ai membri della rispettabile corporazione dei becchini si assegnò una pensione per un certo numero d’anni, e così pure si fece in favore di quanti altri traevano il loro sostentamento dagli uffici prestati ai defunti. Vi fu un principio d’agitazione tra i medici e i farmacisti, e non mancarono le proposte di concedere anche ad essi un’indennità; ma prevalse il savio consiglio di soprassedere. In fin dei conti, non era detto che non avesse ad esservi più bisogno di farmacisti e di medici; e, a ogni modo, l’istruzione ond’essi erano forniti doveva metterli in grado di rendersi utili in mille guise e di guadagnarsi da vivere. E in fatti a pochi di loro occorse mutar professione. Se pegli uomini (non pegli animali inferiori) era abolita la morte, se non si sviluppavano più malattie gravi, rimanevano tuttavia molte piccole indisposizioni, vere o sognate, per le quali si richiedevano consulti e ricette, giacchè non era vinta l’irrequietezza propria della natura umana, e, non essendovi motivi seri di angustia, i motivi lievi bastavano a tener agitati gli animi. Era soprattutto, in uomini e donne, una febbre, una smania di voler prolungare la giovinezza, uno sgomento di ogni sintomo che accennasse al declinar delle forze, all’ottundersi delle sensazioni, e il medico affilava le armi per frenar l’azione corroditrice del tempo, e lo speziale vegliava sulle sue storte per distillarne le essenze vitali. Non è a credersi la quantità degli elisir che con nomi diversi erano offerti all’avidità insaziata del pubblico. L’ultimo doveva esser sempre l’infallibile, conservatore miracoloso di tutte le facoltà del corpo e dello spirito. Ma c’era il guaio che, non temendosi più della morte, si usava e abusava dei veleni ai quali era tolta la virtù di uccidere, non quella di nuocere; onde i frequenti disturbi gastrici, e l’emicranie, e gli squilibri psichici, e le malinconie profonde, ostinate, e talora una strana impazienza di mutar soggiorno e abitudini. Però i medici esitavano a suggerir questo rimedio che poteva esser peggiore del male. Sulle prime, gli scienziati dell’Isola s’erano divisi in due campi circa alla soluzione di un grave problema. Gli uni, appartenenti alla scuola sperimentale, sostenevano che l’immunità contro la morte derivasse da virtù particolari del luogo e valesse soltanto per quelli che vi abitavano, e fin che vi abitavano; gli altri, capitanati dal presidente dell’Accademia di filosofia aprioristica, pur consentendo nell’attribuire alla terra ed all’aria meriti speciali, affermavano il privilegio dell’immortalità esser concesso a tutti i nati dell’Isola, dovunque pur esulassero. Corsero fiumi d’eloquenza in favore delle due tesi contraddittorie, e i dotti si scagliarono a vicenda le garbate contumelie che sono la salsa piccante delle loro polemiche. Comunque sia, il presidente dell’Accademia aprioristica mostrò nel modo più luminoso d’esser convinto delle sue idee, e, seguendo una volta tanto il metodo sperimentale, s’imbarcò sopra una nave diretta a un porto lontano del continente. Non appena arrivato, fu ripreso da un’antica malattia cardiaca, di cui, nella coscienza della propria invulnerabilità, non si curò più che tanto. E così, ripetendo non pereo, passò agli eterni riposi.
Allora non ci fu più dubbio quale delle due tesi fosse la giusta; restava solo a vedersi fin dove si estendesse quella che avrebbe potuto chiamarsi la zona di salute. E in breve l’esperienza dimostrò ch’essa non oltrepassava un raggio di circa sei miglia tutto intorno all’Isola; entro questi confini non solo non allignavano i germi mortiferi, e l’abituale placidezza del mare e la qualità della spiaggia nè irta di scogli nè sparsa d’insidie escludevano la possibilità di naufragi, ma gli stessi casi fortuiti si risolvevano in nulla. Se per lo sfasciarsi d’una barca, o per altro accidente, un uomo, pur non sapendo nuotare, cadeva in acqua, l’acqua medesima lo riportava illeso alla riva. Di là dalle sei miglia la natura riprendeva i suoi diritti. Onde l’allontanarsi troppo dall’Isola era singolare atto d’audacia, e chi a ciò s’induceva o per ragion di negozi, o per vaghezza di novità, o per la giovanile baldanza che fa correre incontro ai pericoli, era accompagnato alla partenza dai trepidi voti della madre, della sposa, dei figli, e salutato al ritorno come guerriero reduce dal campo di battaglia.
Intanto era corsa sui venti la fama dell’Isola fortunata, e vi affluivano i pellegrini da remote contrade. Venivano i sani per meglio goder della vita, venivano i malati per ricuperar la salute, quali col proposito di fermarvi addirittura la loro dimora, quali per tastare il terreno, per verificar da sè stessi l’incredibil prodigio.
Accolti festosamente in principio, destarono poi, di mano in mano che l’immigrazione cresceva, inquietudini e timori. I profeti di sventura ammonivano: “Badate! Quest’invasione forestiera finirà col soverchiarci, con lo sconvolgere le nostre abitudini, col corrompere i nostri costumi, coll’alterare la nostra lingua. Provvedete prima che sia troppo tardi„.
Perplessi, esitanti, i consoli riunirono gli anziani e i savi dell’Isola, e fra questi il Poeta, sposatosi da poco con la sedicenne Risorta. Disse il Poeta: “O che vorremmo chiuderci in un gretto egoismo? E se gli Dei hanno estirpato dal nostro suolo la pianta malefica della morte, rifiuteremmo agli stranieri di fruire d’una così grande benedizione? Sì certo; un’era nuova è cominciata per noi; dobbiamo mostrarcene degni, dobbiamo accettare i mutamenti inevitabili, e veder di trarne profitto. Apriamo le braccia ai fratelli che accorrono ai nostri lidi, offriamo un campo propizio alla loro operosità, scendiamo con essi in nobile gara per tutto ciò ch’è buono, alto e gentile. Sia veramente la nostra Isola un faro che illumina e attrae; irradii da sè uno splendore che sia conforto e promessa ai derelitti del mondo!„
Chi applaudì, chi mormorò, chi tentennò il capo dubbioso; ma a far prevalere l’opinione del Poeta potè, più della sua parola eloquente, l’osservazione semplice e bonaria d’un umile cittadino: “E con che mezzi li respingeremmo, gli stranieri?„
Quest’era la verità. I miti e patriarcali abitanti, alieni dalle risse e dal sangue, non sarebbero stati in grado, neppur volendo, di custodire l’integrità della loro Isola. Se parte degl’immigranti arrivavano alla spicciolata su leggieri navigli, altri vi giungevano in massa, col sorriso sul labbro ma con la spada al fianco, come offrenti a scelta la pace o la guerra.
E fu pace. I coloni giuravano ubbidienza alle leggi, rispetto alle donne, partecipazione ai tributi; avendone in cambio dono di terreni da coltivare o da fabbricarvi e libertà piena di esercitare le loro industrie e di adorare Iddio a loro modo. Senonchè, la pace ufficiale non impediva le contese private, che, un tempo sì rare nell’Isola, divenivano a mano a mano più frequenti ed acerbe. Ma quantunque un selvaggio furore armasse le destre (che gli stranieri avevano appreso l’uso dell’armi anche agl’indigeni) e le punte affilate cercassero i cuori, nessun colpo riusciva mortale. Il sangue si stagnava, le piaghe rimarginavano; gli avversari, stupiti di vivere, si separavano con occhi lampeggianti d’un odio infinito come l’eternità. Ogni tanto accadeva una cosa tragica. Con un tacito accordo, due nemici irreconciliabili staccavano in silenzio una barca dal lido, e a forza di remi e di vele si spingevano lontano nel mare, oltre la zona privilegiata…. Talora ritornava uno solo dei due; talora non ritornava nessuno; sballottata dai flutti la barca vuota veniva a investir sulla spiaggia.
III.
Mezzo secolo era trascorso dal giorno memorabile del solenne rendimento di grazie agli Dei, e l’Isola non pareva più quella. La città s’era estesa lungo il lido e sul dorso della collina, altri villaggi s’erano aggiunti agli antichi, e nelle valli appartate e sulle cime solitarie giungeva il fremito della vita. Benchè non vi fosse ormai angolo di terra, per quanto sterile e ingrata, che non sentisse l’aratro, e i pescatori, sfidando il pericolo, solcassero una larga tratta di mare, l’agricoltura e la pesca non erano più l’uniche fonti da cui la popolazione traesse il sostentamento. La necessità aveva aguzzato gli ingegni e fatto fiorire l’industrie e i commerci; la materia prima si trasformava in cento opifici; da cento cantieri uscivano navi superbe che alimentavan gli scambi; e, come se non bastasse il lavoro alla luce del sole, uomini, donne, fanciulli, armati di picconi, scendevano nelle misteriose profondità della terra per strapparne i tesori.
Pur l’Isola aveva perduto la sua poesia e la sua gentilezza; le native virtù della popolazione erano scomparse con lo sparir della morte; ogni vincolo era allentato; ogni affetto illanguidito; perfino l’amor materno, libero dall’ansie che lo fanno trepidar sulle cune, era diventato arido e freddo.
E leggi e costumi avevano subito un’alterazione profonda, poichè l’accumularsi delle generazioni non permetteva di lasciar sussistere gli antichi rapporti giuridici e modificava radicalmente tutti i criteri morali.
Così, non venendo la morte a sciogliere la dipendenza dei figli dai genitori, era, a una certa età, imposta l’abdicazione di questi in favore di quelli; cedevano la potestà, cedevano gli averi, restavano, ospiti tollerati, nella famiglia.
Pei matrimoni s’era ricorso a un altro espediente, e visto che la prospettiva di stare insieme sino alla fine del mondo metteva una grande inquietudine in corpo a mogli e a mariti, il patto nuziale aveva assunto carattere temporaneo; le unioni si contraevano per un quarto di secolo, salvo a rinnovarle di mutuo accordo, come le Società anonime. Purtroppo nemmen ciò bastava ad appagare le impazienze penetrate nel sangue, e là ove un giorno era sacro il rispetto del talamo succedevano scandali a scandali. Anche la più bella coppia dell’Isola s’era divisa dopo vent’anni; la splendida Risorta, nel pieno fulgore della sua giovinezza, aveva abbandonato il declinante Poeta. Ed egli, ferito nel suo amore, deluso ne’ suoi ideali, viveva ormai solo e sdegnoso sulla vetta erma d’un colle dicendo al cielo e al mare lontano i canti che gli uomini non intendevano più.
Ma grave sopra ogni problema incombeva sull’Isola il problema economico. Le ricchezze, frutto della raddoppiata attività, s’erano concentrate in mano di pochi e non davano la felicità nemmeno a quei pochi, travagliati perpetuamente dalla cura gelosa di conservarle e dalla cupidigia febbrile di accrescerle: gli altri, pur faticando l’intera giornata, campavano a stento. Indi furti, rapine e sommosse; indi piene di gente rissosa le strade, piene di prigionieri le carceri. E le angustie dell’oggi erano un nulla in paragone ai terrori del domani. Quest’Isola, ove non moriva nessuno e ov’erano continue le nascite, come sarebbe bastata a capire, a nutrire i suoi abitanti? Ecco il pensiero che occupava assiduo le menti, ecco la domanda che saliva senza tregua alle labbra. Nè il quesito era agitato con la calma di chi considera in modo obbiettivo un avvenire che non lo tocca; qui i casi dell’avvenire toccavano tutti; qui tutti dovevano chiedere a sè medesimi ciò che, in un tempo non molto lontano, sarebbe accaduto di loro. Nelle piazze, nei privati ritrovi, nei Consigli dei governanti si discutevano strane, stupefacenti proposte. D’impedire l’immigrazione non si parlava più; era cosa fatta. Il provvedimento da cui gl’indigeni avevano rifuggito era stato preso dagli stessi immigranti contro gl’immigranti nuovi; solo in via eccezionale ed assoggettandosi a gravissimi balzelli era ormai permesso di fissar la propria dimora nell’Isola; le invasioni si respingevano a mano armata e si respingevano con fortuna; perchè fra le molte trasformazioni dell’Isola era notevole questa: che vi si erano sviluppate le virtù militari e un piccolo esercito custodiva la costa e un piccolo naviglio vigilava gli approdi. Ma ben altro occorreva per arrestare l’addensarsi minaccioso della popolazione. E chi invocava leggi che frenassero i matrimoni, e chi pretendeva fissare il numero massimo dei figliuoli per ogni famiglia; e chi suggeriva la soppressione dei bimbi illegittimi gettandoli in mare là ove il mare veramente ingoiava la sua preda, e chi voleva, pei delinquenti, sostituito l’esilio al carcere, e chi l’esilio chiedeva per quanti o dall’età o dalle condizioni fisiche fossero resi inetti al lavoro. Triste a dirsi, il feroce proposito non era balenato prima alla mente di uomini sciolti da ogni legame domestico; anzi i primi a manifestarlo, i più caldi a sostenerlo erano quelli che, quand’esso fosse stato accolto, avrebbero visto disertata la casa da congiunti un tempo carissimi. “Perchè,„ dicevano aspramente costoro, “perchè devono i pochi faticar per i molti? Perchè il frutto de’ nostri sudori, già scarso a noi, alle mogli, alla prole, deve andar diviso coi bisavoli e coi trisavoli?„ E le donne, pur sì pietose, aizzavano i mariti, e i bimbi erano educati a guardar con occhio ostile le lunghe, squallide schiere dei vecchi gialli, magri, stecchiti, sfilanti silenziosamente per le vie, o immobili al sole, le mani scarne intrecciate sul pomo dei nodosi bastoni, le pupille fisse nello spazio in atto di muta interrogazione. Pareva dicessero: “Che giova vivere?„
Nondimeno, solo pochissimi osavan morire. Anticipando volontari l’esilio che pendeva sul capo di tutti, quei pochissimi sparivano nella notte, senza che neppur le famiglie si curassero di sapere ove erano andati. Ma i più si ribellavano contro il destino che li minacciava. Benchè la terra natale fosse loro divenuta nemica, si tenevano stretti alla terra natale; benchè la vita fosse sì dura, s’aggrappavano disperatamente alla vita.
E, appunto in quel cinquantesimo anno, quando l’Isola fortunata avrebbe dovuto celebrare il suo giubileo; ed era invece maggiore la eccitazione degli animi, maggiore il fermento contro i parassiti, alcuni tra gli anziani si volsero supplichevoli per aiuto al Poeta, come a colui che forse poteva stornar la procella. “Non questo„, egli rispose sconfidato. “Sono un superstite come voi, sopravvivo alla mia gloria, sopravvivo al mio genio. Una cosa posso e devo: dividere la vostra sorte„.
E seguì gli amici, ahi quanto diverso anch’egli da quello d’un tempo! Egli s’avvicinava al novantesimo anno; era entrato nel grigio crepuscolo che, ai limiti estremi di quella che noi chiamiamo vecchiezza, avvolgeva nell’Isola uomini e donne. La bella, ampia fronte, già eretta verso le stelle, si piegava oggi come sotto un peso invisibile; nei lunghi capelli inanellati, nella lunga barba fluente brillavano con nitore metallico numerosi fili d’argento, un’ombra di malinconia appannava gli occhi sfavillanti e profondi, e in tutta la persona era un’aria di stanchezza, un languore diffuso che contrastava con l’antica baldanza.
Tuttavia, per combattere l’ultima lotta, egli trovò ancora una volta gli accenti che scuotono e trascinano con una forza che nessun ragionamento non ha. A che ripetere le sue parole? Divise dal suono, dal gesto, dal ritmo, sarebbero come fiori avvizziti, pallida immagine di ciò che furono. I coetanei bevevano avidamente l’ineffabile armonia che li richiamava agli anni felici; i giovani, invano riluttanti, subivano il fascino d’un’arte primitiva ed ingenua. Molte ciglia che ignoravan le lacrime s’inumidirono, molti cuori induriti furono vinti da un impeto di tenerezza, e nella universale commozione la legge, ormai pronta, che decretava gli esigli fu lacerata.
Ma il Poeta sentiva che il suo trionfo era effimero. Gli risonavano nell’orecchio due frasi mormorate dietro di lui nella folla, senza passione, senz’astio, con una tristezza pacata che ne raddoppiava il significato: “Ciò che non si è fatto oggi dovrà farsi domani„. “Costui parla come quando sì moriva„.
Meditando le gravi parole, egli ritornava al suo eremo. “Rimani con noi„, gli avevan detto gli amici. Egli non aveva voluto. Non solo desiderava evitare ogni possibile incontro con la sua bella infedele; ma troppo gli stringeva il cuore il mutato aspetto della città ch’egli ricordava tranquilla e gioconda in riva al suo mare, impregnata di fragranze e circonfusa di luce. Ora le case, non bastevoli alla popolazione sempre crescente, salivano ad altezze vertiginose; il fumo delle officine velava i raggi del sole e l’azzurro del cielo; le strade immerse nell’ombra erano intronate dal frastuono dei carri, dallo scalpitìo delle bestie, dalle grida irose degli uomini; scomparsi i giardini che un tempo cingevano le abitazioni private; scomparsi i viali, i boschetti già brulicanti d’una folla gaia e felice; appena qua e là un esile arbusto protendeva i rami stecchiti dal muro di qualche buio cortile, in atto di naufrago che implori disperatamente soccorso.
All’aperto, all’aperto! Sulla cima aerea ove ancora battagliavano liberi i venti, e lo sguardo spaziava nell’orizzonte, e gli uccelli, improvvidi del domani e paghi di lor vita breve, passavano a stormi cantando.
Il Poeta era già fuori dell’abitato quando una donna velata gli sbarrò il cammino.
— O mio Poeta, — ella esclamò, sollevando il velo, — mi riconosci?
Egli fece un passo indietro. — Risorta!
— Sì, sono Risorta, la tua Risorta. Ero laggiù tra quelli che ti ascoltavano estatici, volevo uscir dalla folla, gettarmi a’ tuoi piedi, e non n’ebbi il coraggio…. Troppo t’offesi…. Potrai tu perdonarmi?
A un gesto affermativo di lui ella gli cinse il collo con le candide braccia, e gli sussurrò piano e soave:
— Ti amo ancora; vuoi riavermi a compagna?
Egli si svincolò dolcemente; avvolse d’uno sguardo pieno d’indulgenza e di tenerezza la donna non più giovine ma sempre bellissima, le sorprese negli occhi la fiamma divoratrice della voluttà, e rispose: — Non oggi, più tardi.
Risorta chinò il capo sospirando. — Ah, tu non mi ami.
Il Poeta posò sulla spalla di lei la mano diafana e bianca, e, con quella sua voce che scolpiva il pensiero, rispose: — Tutte le cose che amai nella mia giovinezza, io le amo, o Risorta; le amo d’un amore più alto, più raffinato, più puro….
— Anche la donna?
— Anche la donna.
— Anche quella che fu la tua sposa?
— Anche lei.
— E in tal caso, perchè non mi vuoi?
— Non oggi, — egli ripetè. — Più tardi.
— Quando?
— Non so…. Forse tra poco.
Egli riprese il suo cammino, ella non osò trattenerlo.
IV.
Egli riprese il suo cammino e cercò pace lontano dagli uomini. Ma anche nel suo romitaggio lo seguiva la tristezza delle cose vedute, lo tormentavano i foschi presagi dell’avvenire. Fino a quando sarebb’egli potuto rimanere lassù? Già le falde del colle erano coperte dai tuguri degli operai lavoranti in una vicina miniera; e simile a un mostro che spinge innanzi i suoi tentacoli, il villaggio saliva, saliva su per la china, abbattendo gli alberi per farne legna, usurpando il verde dei prati. Nei silenzi della notte il Poeta, tendendo l’orecchio, udiva un romore sordo e confuso, come di voci sommesse, come di passi striscianti; e, aguzzando gli occhi, mirava verso la valle una fila di piccoli punti luminosi moventisi con la gravità sinistra di un corteo funebre. Erano le squadre dei minatori che s’avviavano, con le loro lanterne accese, a dare il cambio ai compagni. Per dodici ore sarebbero scomparsi nella muta voragine; insaccati in luride vesti, si sarebbero trascinati carponi nelle gallerie basse, umide, anguste, avrebbero respirato vapori mefitici, avrebbero col martello e il piccone aperto nel seno della terra nuove insanabili ferite, ahi, ben diverse da quelle che v’apre alla superficie l’aratro, e che le rugiade aspergono e il sole rimargina.
Una infinita pietà vinceva il cuor del Poeta al pensiero dei miseri condannati a sì aspre torture; lo vinceva un vano desiderio di soccorrerli e consolarli. Ma i petti di quegli infelici erano chiusi alla simpatia; perfino i fanciulli parevano aver succhiato l’odio col latte. Chiamati non rispondevano, accarezzati fuggivano. Non c’era un lampo di tenerezza nei loro sguardi, non canti, non sorrisi sulle loro labbra.
E il Poeta rievocava i bambini de’ suoi tempi, dei tempi in cui si moriva. Li rivedeva con la fantasia, vispi e giocondi tra le farfalle ed i fiori; fiori viventi anch’essi e farfalle; sentiva le loro voci argentine, le loro risate squillanti, sentiva il tepore umido dei loro baci…. Se ne ricordava anche di morti, con la bionda testina sprofondata tra i pallidi giacinti che le madri avevan reciso per loro, con le bianche manine intrecciate, con un’espressione sì calma e serena da dar l’illusione del sonno. Beati, beati quei morti in confronto dei vivi, che, lividi spettri, gli si aggiravano intorno!
Allora egli comprendeva qual dono funesto avessero i Numi fatto all’Isola sua sottraendone gli abitanti alla legge universale della morte. Allora egli meditava sull’inanità del suo genio che non l’aveva reso più veggente dei suoi compaesani, che anzi gli aveva suggerita l’amara ironia di ribattezzar l’Isola col nome di fortunata.
Come le condizioni andassero sempre aggravandosene glielo dicevano gli amici venienti di tratto in tratto a lui per consiglio. Dopo la salutare resipiscenza dovuta alla sua parola eloquente si erano inaspriti di nuovo i livori, eran tornati a galla gli efferati propositi. Ispidi tribuni correvano le piazze rinfocolando l’ire appena sopite. — Stolti — essi urlavano — che vi siete lasciati abbindolare dalle frasi altosonanti d’un retore! Non vedete un pericolo in ogni giorno, in ogni ora che passa così? Non vedete crescere a mano a mano questa schiera di gente che poco o nulla produce e si fa nutrire da noi? Non capite che, se tardate a schiacciarla, essa vi schiaccierà col solo suo peso? Rompete gl’indugi, compite l’opera risanatrice prima che sia troppo tardi, nè badate a coloro i quali, per intimidirvi, vi pronosticano che subirete domani la condanna che oggi infliggete agli altri. Sfollando l’Isola, rendendovi tollerabile la vita, voi vi assicurate molti anni di tranquillità, permettete lo studio, agevolate forse la soluzione pacifica dei problemi affannosi che ci tormentano.
Questi discorsi riferivano gli amici al Poeta, e ne pigliavano argomento per sollecitare il suo appoggio ai segreti loro disegni. Non avevano essi, per confessione degli stessi avversari, la forza del numero? Le loro file non erano ingrossate tacitamente da tutti quelli che leggi inique spogliavano degli averi, dell’autorità, degli uffici, non per provata inettitudine, ma per dare il posto agli ultimi arrivati? Fine dunque alle paure codarde; nessuna provocazione per ora, nessun dispregio superbo di quel grande alleato ch’era il tempo; ma l’atteggiamento virile, ma la preparazione tenace di chi è risoluto a difendersi. Voleva il Poeta, nel dì della lotta, essere il duce de’ suoi?
— La lotta ch’io potevo combattere — egli rispose — la ho combattuta; la combatterei ancora se mi restasse la benchè minima speranza di vincere; ma non accadrà mai ch’io partecipi a una guerra civile. Come non sentite che il trionfo sarebbe assai più doloroso della disfatta? Sarà atto sacrilego lo strappare i vecchi dalla terra che li vide nascere; ma se noi riuscissimo a cacciar dall’Isola i giovani, pensate?… Un cimitero sarebbe men triste.
— Sicchè tu rifiuti?
— Rifiuto.
— E speri clemenza dagli avversari comuni?
— Nè la spero, nè l’accetterei…. Il vostro destino sarà il mio, ecco quello ch’io posso promettervi.
Pronunciate tali parole con l’accento di chi ha preso una decisione incrollabile, il Poeta licenziò i suoi belligeri amici che s’allontanarono commiserandolo. “È un ideologo impenitente. Lasciamolo sognare„.
Più solo, più abbandonato che mai egli rimase sulla sua rupe. Talvolta egli chiedeva a sè medesimo perchè si ostinasse a vivere, perchè non seguisse l’esempio di altri coetanei suoi ch’erano spariti in silenzio. O forse la sua anima vibrava sempre all’unissono con l’anima delle cose e non sapeva rinunciare alle visioni incantatrici del bello, e trovava in esse un compenso a tutti i disinganni, a tutti i dolori? O, memore dell’ultime parole scambiate con Risorta, sperava ch’ella tornasse a cercarlo?
Frattanto gli avvenimenti precipitavano, e un seguito di cattivi raccolti dava il tracollo alla bilancia. Stanchi di sofferenze che la morte non veniva a troncare, gli abitanti dell’Isola si sollevarono in preda a un cieco furore, a una cieca smania di distruzione. In ogni uomo si svegliava la belva. Nelle menti annebbiate, nei cuori induriti sornuotava un’unica idea: che si era in troppi, che, a qualunque costo, bisognava far largo intorno a sè. Era come in una folla minacciata d’asfissia quando ciascuno urta, spinge, calpesta, schiaccia, stritola senza misericordia il vicino. E come nella folla si smarrisce il lume della ragione e par si cerchi il modo di render la catastrofe più irreparabile, così succedeva a quei disgraziati isolani. Si devastavano i campi già scarsi di messi, si saccheggiavano i fondaci, si atterravano gli opifici. Non si lavorava, non si produceva. Al regime patriarcale d’un tempo era successa una selvaggia anarchia. Spezzati i vincoli della disciplina, infranti i legami del sangue, muta la voce dell’affetto, spenta la dolcezza delle memorie. Orde selvaggie si scagliavano l’une sull’altre; le più forti mettevano in catene le più deboli; le trascinavano a bordo di barche preparate a riceverle, le spedivano sotto buona custodia in qualche isola deserta, su qualche scoglio perduto nel mare. Dalla spiaggia, una turba briaca salutava con urli di gioia la partenza dei lugubri navigli; li seguiva cogli occhi nel loro cammino, li vedeva dileguarsi nell’orizzonte. Entro tre o quattro giorni i navigli tornavano sbarazzati del loro carico doloroso, riportando solo i feroci aguzzini, cinicamente narranti le proprie gesta. Più tragica di tutte, una storia correva di bocca in bocca, aveva la virtù di far fremere e rabbrividire chi l’ascoltava. In una notte buia, a poca distanza dal lido, entro la zona ove non allignava la morte, i prigionieri s’eran ribellati, avevano tentato soverchiare i guardiani. Ma, domata senza difficoltà la sommossa, i riottosi erano stati gettati spietatamente nel mare, e tratti al fondo dal peso della palla di piombo che si trascinavano dietro. Una strana agitazione del mare nel punto ov’essi erano sommersi, un continuo formarsi e sciogliersi di bolle nei momenti in cui l’acqua d’intorno era più quieta lasciava supporre che l’abisso li tenesse ancor vivi, vivi chi sa fino a quando, dannati chi sa a che atroce martirio…. Nessuna barca osava passare di là; quel punto si mostrava a dito di lontano come il punto maledetto.
Il Poeta ebbe piuttosto il presentimento che la notizia dei nuovi orrori che funestavano la sua Isola, e già lo rimordeva il pensiero di non esser co’ suoi fratelli in quei supremi frangenti. Ma una notte egli vide tal cosa che troncò le sue esitazioni. Gonfia come una tumida vela, una gran nuvola rossa copriva il cielo dalla parte ove sorgeva la città, e ora prendeva una tinta più viva, più intensa, quasi vi affluisse un’ondata di sangue, ora, scolorandosi a un tratto, si costellava di faville innumerevoli che s’intrecciavano e ricadevano a guisa dei mille getti d’un’enorme fontana luminosa. Non era un’aurora boreale; non era alcun altro fenomeno della natura; era la città che bruciava, forse per mano dei propri figli. A tanto strazio il destino serbava l’Isola fortunata!
Per l’ultima volta (egli sapeva bene ch’era per l’ultima volta) il Poeta disse addio alla capanna ch’era stata la muta confidente delle sue pene, e s’avviò a bassa fronte dove lo chiamava quella luce sinistra. Ma non aveva fatto cento passi che, alla svolta d’un sentiero, gli si levò incontro un’ombra tutta bianca.
— Arresta. Ove vai?
Egli trasalì.
— Ancora tu, Risorta?
— Io stessa…. Oggi non puoi, non devi respingermi.
— Ma che cosa desideri?
— Fuggire, fuggire insieme…. La città è in fiamme…. L’Isola è tutta quanta una bolgia infernale.
— Ebbene, Risorta, salvati tu…. Nasconditi nella mia capanna fin che il turbine infuria…. Io sono un uomo…. io non ho il diritto di abbandonare oggi quelli che mi furono cari, quelli che in altri tempi credettero in me…. Lascia ch’io mi mescoli a loro, ch’io tenti ridurli a più miti consigli.
— Fanciullo!… Ma tu non sai, tu non immagini!…
E con le pupille dilatate dal terrore, Risorta ]narrò al suo Poeta le scene ond’era stata testimone, gli dipinse l’abbrutimento della popolazione, gli tolse ogni speranza di farsi ascoltare, di farsi intendere da quella massa confusa che non aveva nulla di umano…. Vistolo turbato dalle sue parole, ella ripetè, fissandogli in volto i grandi occhi affascinatori:
— Fuggiamo, fuggiamo!
Egli atteggiò le labbra a un amaro sorriso.
— Tu vuoi vivere, tu vuoi amare, e cerchi me per compagno!
— Voglio morire! — ella proruppe con enfasi. — E per questo ti cerco!… Sono stanca, o mio Poeta, ho vuotato sino alla feccia il calice dell’amore, e una sola dolcezza me n’è rimasta, la memoria degli anni trascorsi al tuo fianco.
Si coperse il viso con le mani e borbottò fra i denti: — Dopo non ebbi che miserie e vergogne.
Una folata d’aria calda li involse, la nuvola rossa s’allargava sul loro capo.
— Fuggiamo, fuggiamo! — insistè affannosamente Risorta. E disse com’ell’avesse tutto approntato per questa fuga, come un leggero canotto li attendesse in un’insenatura della spiaggia, come in quel canotto sarebbero montati loro due soli, e sarebbero andati lontano lontano, di là dalla linea fatale.
— Vieni dunque…. vieni!… Di là c’è la liberazione, c’è la morte…. Di qua c’è l’inferno, c’è la follìa.
Egli non si oppose più; la seguì. Lasciarono da parte il villaggio, disertato da’ suoi abitanti; la miniera, muta come una tomba; scesero nella valle, salirono un altro monte che si calava quasi a piombo sul mare. Risorta disse:
— Laggiù in fondo è la nostra barca!
— E come arriveremo laggiù? — chiese il Poeta.
— Fidati di me. Ti reggerò nei passi difficili…. Avevi il piede così sicuro una volta.
— Oh, una volta! — egli sospirò.
— Triste privilegio ci han concesso gli Dei, — soggiunse Risorta. — Non la vita soltanto; la giovinezza bisognava rendere eterna.
— No, — egli rispose. — Nemmeno l’eternità della giovinezza ci avrebbe dato la forza di tollerare l’eternità della vita.
Ella tacque, studiando con l’occhio la via da tenere.
— Di qua, — ella disse finalmente. — Dammi la mano.
Senz’aprir bocca, illuminati dal bagliore purpureo del cielo, si avventurarono per la china precipitosa. Quando furono al basso spuntava già l’alba.
La barca era nascosta fra un gruppo d’arbusti che bagnavano i rami nell’acqua. Risorta vi entrò con un salto e aiutò il Poeta ad entrarvi.
— Siedi al timone. Io prenderò i remi.
Ella puntò uno dei remi sul fondo e si spinse al largo.
— Il mare si ritira. Non abbiamo che da seguir la corrente.
— Come sei agile sempre e robusta! — notò il Poeta con accento d’invidia. — Ti lagni che la giovinezza finisca; vedi che per te essa non è ancora finita.
— Oh, s’è finita! — ribattè energicamente Risorta.
Dalla spiaggia veniva un acre odore d’arsiccio, veniva, or più or meno intenso, un rumore confuso, simile al rombo di temporale lontano. Dietro il fumo che strisciava greve sull’acqua, i contorni dell’Isola si discernevano appena; nel biancheggiar dell’aurora che faceva impallidire le fiamme l’incendio aveva perduto la sua imponente grandiosità; tutto quanto assumeva il color della cenere.
— Voga, voga — supplicava il Poeta, anelante alla luce.
Seduta di fronte a lui ella vogava nè frettolosa troppo nè lenta, con vece alterna protendendo innanzi il busto e arrovesciandolo indietro nel ritmico abbassarsi ed alzarsi dei remi; libera nell’ampia, candidissima tunica, la bella persona s’atteggiava a suprema armonia; nella sana fatica i vivi occhi brinavano, le guancie si tingevano d’un roseo incarnato.
Ed ecco il sole disperder la nebbia ed il fumo; ecco apparir nitido il cielo e limpido il mare. E sul mare erravano altre barche, cariche d’altri fuggiaschi, dibattentisi, urlanti, gesticolanti a guisa di forsennati. Ma un’idea sembrava esser ben chiara, ben ferma nelle menti ottenebrate e sconvolte; quella di resistere alla corrente che li avrebbe portati più in là di dove volevano andare. Una unica barca non resisteva; svelta, rapida, diritta, essa guizzava sull’onde come uno strale che sa la sua meta.
Poichè quell’unica barca non ebbe intorno a sè e sopra di sè che il mare ed il cielo, e l’Isola non fu che una nuvola grigia sull’orizzonte, il Poeta disse:
— Fermati, Risorta. Sento che basta. Avvicinati. Ho freddo.
Ella ritirò dall’acqua i remi stillanti e si accostò a lui che l’aveva chiamata.
— Come sei gelato, come sei pallido! — ella esclamò prendendogli le mani.
— Le mie pupille si velano, il sole si offusca ai miei sguardi. Ma te vedo ancora, o Risorta…. Più presso, più presso.
Ora ella gli si era inginocchiata ai piedi, ed egli ravvolgeva le ceree dita sottili nei biondi capelli di lei.
— Sei pur bella. Risorta.
Ella scosse la testa, e i biondi capelli si sciolsero, ricaddero in massa giù per le spalle.
— Ricordi?
Tutto egli ricordava: gli anni dell’attesa, gli anni dell’amore, gli anni dell’abbandono; ricordava le grazie ineffabili della bambina, le seduzioni irresistibili della donna, le carezze inebbrianti, le parole soavi; e poi…. e poi l’addio secco e crudele…. Ma ell’era tornata, e questo pensiero toglieva ogni acerbità alla memoria dell’abbandono e del tradimento.
— Il primo giorno che ti ho vista, — sussurrò il Poeta come in un soffio, — era un giorno di gioia e ho cantato la vita; oggi vorrei cantare la morte, la morte buona e pietosa…. È dolce morire così.
Ancora una volta i suoi polmoni aspirarono l’aria salubre, ancora una volta i suoi occhi cercarono fermar le immagini fuggitive; indi la testa gli ripiombò inerte sul petto.
— Poeta mio! — gridò Risorta gettandoglisi addosso e avvincendolo delle sue braccia.
Nei movimenti incomposti il leggero canotto piegò tutto da un lato; i due corpi stretti insieme precipitarono nel mare e disparvero.