Penso oramai come voi, Perelà, a quelle tre donne, io sono alla sommità di un camino e le sento parlare. Il loro bisbiglio attrae ogni mio senso, io sono incapace di vedere, e di muovere anche poco le mie membra. Esse parlano dell’umano dolore.
Quale delle tre parla? È Pena? È Rete? È Lama?
Una narra tutta la pena di un cuore; una spiega tutta la rete che lo allacciò, quel cuore; ed una tiene in mano la lama che lo trafiggerà.
— Dio.
— Sì! Le sento, le sento! E non so che mi spinge a distinguere una cosa di loro. Dite, signor Perelà, dite, quale cosa desideraste più vedere di quelle tre donne? Quale fu quella cosa che imaginaste di più, o che vi lusingaste di avere meglio imaginata?
— Gli occhi di Pena, le mani di Rete, il sorriso di Lama.
— Guardate, guardatemi negli occhi, guardate le mie mani, guardate il mio sorriso. Io mi sento in quest’istante di riassumere tutte quelle membra!
— Dio.
— Dite, voi credevi, dite, che la Regina avesse altri occhi? Altre mani? Altro sorriso? Le dame della società ieri certo v’intrattennero allegramente, ma io…. io sono la Regina….
— Dio.
— La Regina frugare non può nel suo passato, e s’ella scruta nell’avvenire, ahimè, voi la vedete raccogliere una spada pesante bagnata di sangue, e trascinarsi via con quella, via lontano, via…. scomparire.
Ma io vi posso insegnare un giuoco però, un giuoco da Regina, il giuoco che si chiama dello Stato.
— Dio.
— Prendete, ecco le carte, queste sono le dame, tenete, questi i cavalieri, li tengo io, qua le carte di spade. Mescolate le dame voi, io mescolo i cavalieri, mescolate le carte di denari, io le carte di spade.
Io alzo un cavaliere, alzate voi la dama, alzate ora una carta di denari; il cavaliere che s’incontra colla carta più alta di denari è il Re, la dama che gli corrisponde è la Regina.
Ecco, questo è il Re, questa la sua Regina, il denaro allo Stato. Mescolate il Re colle carte di spade, quando il Re si combina colla carta più alta di spade muore.
— E se non si combina?
— Finchè non si combina regna.
— E dopo?
— E dopo ve l’ho detto, muore….
— Dio.
— Ancora, ancora. Ha un regno molto lungo questo Re. Ecco trovata, il Re è morto, la sua Regina raccoglie quella spada e qua, nel fondo della tavola.
— E il denaro?
— Il denaro rimane dello stato.
Un nuovo Re, una nuova Regina, il denaro allo Stato, si rimescola il Re colle carte di spade finchè non si combina colla carta più alta che rimane, la Regina raccoglie quella spada e qua, nel fondo della tavola.
— Questo giuoco finisce?
— Questo giuoco non finisce mai.
— Dio.
— Si fanno nuovi Re, nuovi cuori da trapassare, nuove carte di spade, nuovo denaro, nuove regine a cui rimane una spada da trascinare.
— Dio.
— Maestà, per tante volte ho sentito qui dentro pronunziare una parola, mi volsi e non potei vedere….
— Una parola?
— Sì: Dio.
— Oh! Non ci badate, io ci ho fatto tanto l’abitudine che non me ne accorgo quasi più. Venite, guardate, è il mio pappagallo, è qui alla finestra nella stanza vicina, venite.
Vedete come è bello? Io non riuscii ad insegnargli una cosa soltanto, nulla volle imparare, ritenne solo questa parola che udì chi sa come…. e la ripete sempre. È strano non è vero? Egli dice una grande parola, e non può capirne il significato, che volete, povera bestiola, che sappia lui che è Dio!
— Voi lo sapete invece?
— E come? Certamente. Chi non lo sa? Dio! Ma Dio è…. Dio! Tutti bene lo sappiamo noi, ma lui…. Ora mi farete compagnia per la mia passeggiata quotidiana dentro il parco reale. A momenti è per calare il sole, la vettura già attende, è l’ora, venite.
— Maestà! Tutte quelle regine che voi ponevate in disparte colla carta di spade…. le regine dei re morti…. nel fondo della tavola….
— Eccole, sono in fondo del parco reale. Guardatele camminare, come pesantemente trascinano il loro manto di lutto! Guardatele come sono tutte velate, dall’involucro nero solo il pallore del volto ne risalta. Nella destra hanno la spada.
— E sempre si aggirano qui?
— Vivono in questo parco ombroso e umido, cimitero delle viventi, restano sempre fuori vaganti, dentro la cancellata che le chiude.
— E non si divorano esse l’una con l’altra?
— E perchè? Non sono tutte uguali là dentro? Non furono tutte Regine uguali? Non hanno tutte un manto uguale, un ugual velo? Me sola divorano cogli occhi, e cennano guardandomi l’entrata del cancello.
Domani quella porta si aprirà un’altra volta forse….
Ogni sera la Regina le viene a visitare sul tramonto del sole. Ve ne sono là dentro delle giovani e delle vecchie anche. Regina Cleofe c’è da cinquantanni, è la più vecchia.
— Odiano o amano?
— Odiano la Regina senza spada, amano la loro memoria, trascinano la spada che trafisse il cuore del loro Re.
Che cosa vi sembrarono signor Perelà?
— Mi sembrarono…. una enorme gabbia piena di grossi merli ai quali sieno state impeciate le ali.