I.
Nel salottino che una lumiera a gaz rischiarava dall’alto e che una sola stanza divideva dalla camera del malato erano raccolte dieci o dodici persone, quali sedute, quali in piedi, quali appoggiate al davanzale d’una finestra aperta per respirare un po’ d’aria libera. Sulla tavola, in mezzo ad alcuni album di fotografie e strenne e gingilli, un gran vassoio con parecchi bicchieri d’acqua, un altro più piccolo con una dozzina di bicchierini da liquori e una bottiglia smerigliata di Cognac fine Champagne; infine una vaschetta piena di pezzi di ghiaccio e con un cucchiaio di cristallo.
Di tratto in tratto qualcheduno infilava in silenzio l’uscio a sinistra, stava fuori del salotto un paio di minuti e poi vi rientrava con aria contrita.
— Nulla di nuovo? — si chiedeva da più parti.
— Nulla…. sempre nel medesimo stato…. Piuttosto inquieto.
Di quelle dieci o dodici persone sei erano li da poche ore, accorse alla chiamata telegrafica. Erano i parenti più vicini, i probabili eredi del cavaliere Achille, nessuno dei quali abitava in Venezia. L’unica sorella superstite, la baronessa Rudeni, stava ordinariamente a Firenze, ma il dispaccio l’aveva raggiunta a Livorno ov’ella faceva i bagni di mare, ed ella, in compagnia del marito barone James e della cagnetta Darling, aveva preso il primo treno per l’Alta Italia; i Minucci, venivano da Torino, i Quaglia da Milano. 1 Minucci, padre e figlio, erano cognato e nipote del cavaliere; così pure i Quaglia.
Tutti, come si vede, avevano risposto all’appello con meravigliosa sollecitudine. E in vero il tenore del dispaccio spedito dal cugino Raimondi per consiglio del medico non ammetteva indugi.
Nostro Achille colpito apoplessia. Condizione allarmante. Desiderabile vostra presenza.
Era stato un fulmine a ciel sereno. Chi poteva immaginarsi che il cavaliere Achille morisse d’apoplessia a quarant’anni?
Tra il cavaliere e i parenti di lui non c’era mai stata una grande intimità. Passavano dei mesi, passava un anno intiero senza che si vedessero, perchè egli non andava a cercarli e preferiva di far i suoi viaggetti all’estero ed essi capitavano di rado a Venezia. Una volta, dopo alcune perdite fatte alla Borsa dal barone James, la baronessa moglie aveva scritto al fratello manifestandogli l’idea di tornare a stabilirsi in patria, presso di lui, che così non sarebbe rimasto tanto solo. Il cavaliere l’aveva dissuasa dal suo proposito. Se ne ricordasse; ella diceva sempre che lo scirocco di Venezia le faceva male. Di lui non si prendesse pensiero; la solitudine non lo sgomentava. Coi Minucci e coi Quaglia le relazioni erano ancora più fredde. A ogni modo i nipoti non mancavano di scrivere allo zio una toccante lettera pel capo d’anno, a cui egli, che aveva mediocri disposizioni per lo stile epistolare, rispondeva con poche righe che principiavano invariabilmente così: — Caro nipote — Gratissimo fummi tuo foglio, ecc., ecc.
II.
È facile immaginare che questi amorosi parenti, appena giunti, avevano tempestato di domande il cugino Raimondi. E anche adesso, ogni momento, egli doveva ripetere per la centesima volta l’identica storia. — Stava bene, stava benissimo. Avevamo passeggiato insieme l’altra sera sotto le Procuratie per mezz’ora. E ieri mattina aveva fatto colazione con eccellente appetito.
— Voi, però, non c’eravate mica? — chiese Annibale Minucci, il cognato del cavaliere.
— Io no…. Fu un puro caso che mi trovassi qui vicino quando Battista, il servitore, correva in traccia del medico.
— E siete venuto subito subito?
— Sfido io…. Quelle povere donne non sapevano dove dare il capo.
— Quali donne? — domandò severamente la baronessa Rudeni agitandosi sulla poltrona.
— Le due donne di casa, la cuoca e la cameriera.
— E vi ha riconosciuto? — seguitò Minucci.
— Senza dubbio…. Riconosce anche adesso…. La coscienza non l’ha perduta…. ma non può parlare…. non può muovere che il braccio destro.
— Ma! — sospirò la baronessa. E a questa esclamazione patetica ne succedette una iraconda accompagnata dal suono secco d’uno schiaffo: — Maledette bestie!
Darling, ch’era accovacciata sotto il tavolino, credendo che qualcheduno avesse percosso la sua padrona, le si avvicinò guaiolando. Ma la baronessa aveva schiaffeggiato sè medesima per accoppare una zanzara.
— Cara Eleonora, — disse con accento flebile Ippolito Meroni, un vecchio galante sulla sessantina, tinto e impomatato, — se vi darete uno schiaffo a ogni zanzara che vi ronza attorno starete fresca.
Meroni assumeva volontieri un tuono confidenziale con le donne alle quali aveva in illo tempore fatto la corte. E si diceva che la baronessa Rudeni fosse stata una delle sue fiamme.
— Ad abitar lontana da Venezia m’ero disavvezzata da questa piaga, — rispose la baronessa. — Quieta, Darling.
— Non c’erano zanzare adesso a Livorno?
— Che!
Ippolito Meroni colse il destro per evocare il ricordo del passato. E abbassando la voce: — Ve ne rammentate della stagione del 1860 all’Ardenza?
La baronessa aggrottò le ciglia. — Ma che 1860?… Io non c’ero….
— Sarà stato nel 1865.
— Io non fui all’Ardenza prima del 1870, — replicò dispettosamente la baronessa Eleonora, e alzandosi in piedi lasciò in asso il suo vetusto adoratore.
Che età avesse la baronessa Rudeni non si poteva sapere con precisione; certo superava di una decina d’anni il fratello Achille ch’era il più giovine della famiglia. Non era stata brutta…. nè inesorabile, — dicevano le male lingue; ma dacchè gli uomini la trascuravano era divenuta d’una virtù arcigna.
— Ti piace la zia? — susurrò Minucci juniore nell’orecchio del cugino.
— Non vorrei vederla senza busto, — rispose il contino Quaglia.
L’altro si mise a ridere. — Che sconquasso dev’essere!
Ippolito Meroni, piantato dalla baronessa, si accostò al barone il quale leggeva la Gazzetta.
— Quel Battemberg, che ve ne pare?
— Io però o non sarei tornato a Sofia o vi sarei rimasto coûte que coûte.
— Eh son cose presto dette…. Ma contro la Russia….
— Chi non risica non rosica.
— Quel dispaccio dello Czar è d’una prepotenza!
— Non me ne parlate, caro Meroni, non me ne parlate. E l’Europa che tollera! E noi che tolleriamo!… Siamo liberali o non siamo liberali?
Un’occhiata della moglie avvertì il barone che quello non era il luogo di approfondire un tale argomento.
La baronessa s’era riunita al crocchio numeroso che stava accanto alla finestra: Annibale Minucci, il conte Ercole Quaglia, l’avvocato Rizzoli e qualche altro amico di famiglia. Così, in via accademica, si calcolava a quanto potesse ascendere la fortuna del cavaliere Achille.
— Intanto il padre gli ha lasciato tutta la disponibile, — notò Quaglia.
— Sicuro. Poi ebbe un legato da quello zio che viveva a Londra, — soggiunse Minucci.
— E le azioni del Canale di Suez che aveva comperate a 350 franchi e che rivendette a tremila!
Quest’enumerazione fu interrotta dall’arrivo del dottore.
III.
Il dottor Gelsi, un uomo maturo, un po’ curvo, giallo di carnagione, calvo, miope, salutò a destra, salutò a sinistra, — buona sera, buona sera, — chiese di volo che novità ci fossero dopo la sua ultima visita e si diresse verso la camera del cavaliere Achille, preceduto da Raimondi. La baronessa Eleonora gli tenne dietro, non senza aver ordinato al marito di custodire la cagnetta Darling, perchè bisognava assolutamente evitare la ripetizione delle scene spiacevoli avvenute fra lei e Bibì, la cagnetta di casa. In fatti, quando Darling aveva voluto accompagnare la baronessa nella stanza del fratello, Bibì, gelosissima de’ suoi diritti, era uscita digrignando i denti dal suo nascondiglio sotto il letto del padrone e le si sarebbe slanciata contro se la pronta intromissione dei presenti non glielo avesse impedito.
Con la testa immobile sprofondata nei guanciali, con una vescica di ghiaccio sulla fronte, il cavaliere Achille giaceva pressocchè inerte sul suo letto conservando un resto di vita soltanto nel braccio destro che si ostinava a uscir fuori dalle coperte, e negli occhi che giravano lentamente nell’orbita. Vigilavano assidui al suo capezzale la cameriera, un infermiere dell’ospedale e una terza persona, una donna giovine, bella, decorosamente vestita, il cui sguardo ansioso, sollecito, non si staccava mai un istante dall’ammalato.
Il dottore interrogò l’infermiere, interrogò la cameriera, ed essi, nel rispondergli, si rivolgevano a quella terza persona: — Non è vero, signora Giuseppina? — Allora Gelsi, non badando agli occhiacci della baronessa, preferì di far senz’altro le sue domande alla signora Giuseppina. Ed ella gli rispondeva con una voce dolce, una di quelle voci che si raccomandano, rispondeva chiara, precisa; non una parola di più, non una parola di meno del necessario. — Capisco, capisco, — diceva il medico. Poi si chinò sull’infermo: — Signor Achille, come va, come si sente? — Il cavaliere mosse faticosamente il capo. — Ah, — ripigliò Gelsi come discorrendo fra sè — si è scosso, ha mostrato d’intendere. — Oh, — sospirò la Giuseppina — intende benissimo…. Se potesse esprimersi!
La baronessa Eleonora s’accostò al letto, dalla parte opposta a quella ove si trovava la Giuseppina. — Achille, Achille?… M’hai riconosciuto?… Sono Eleonora…. Eleonora…. Vuoi che resti a farti un po’ di compagnia io? — E quell’io sottolineato tradiva l’intimo pensiero della baronessa. Ella si offriva di vegliar qualche ora, nella certezza che insieme con lei l’altra non avrebbe osato rimanere, o ch’ella in ogni modo avrebbe saputo mandarla via. Ma il malato ritorcendo il viso dalla sorella, fissò gli occhi sulla Giuseppina che tremava come una foglia e spinse verso di lei il braccio non colpito dalla paralisi. La giovine gli afferrò la mano e la strinse nella sua. Gelsi intervenne. — Signora baronessa, vedremo domani…. Per questa notte è meglio che in camera non ci sia gente nuova.
— Ma io….
— Ha ragione…. Ho sbagliato a dir gente nuova. Intendo dire gente che il signor Achille non abbia visto da un pezzo…. Gli altri, se credono, possono vegliar nella stanza vicina…. alternativamente…. Lei, signora baronessa, farebbe bene a riposare…. Dev’esser stanca dal viaggio…. Già, in caso di bisogno la chiamano…. E qui, com’è disposto il servizio per la notte?
Quest’ultima interrogazione fu rivolta alla Linda, la cameriera.
— Alle undici e mezzo, — rispose questa, — Battista e la cuoca verranno a dare il cambio all’infermiere ed a me.
— Io non mi muovo, — soggiunse semplicemente la Giuseppina.
Dopo alcune altre ordinazioni e istruzioni, il dottore uscì. — Non c’è peggioramento, — egli disse ai parenti ed amici. — Siamo stazionari…. Ma pur troppo la condizione è sempre grave, gravissima…. Basta, tornerò domattina alle sei. Buona sera, buona sera.
La baronessa lo accompagnò fuori del salotto. — Converrà meco, dottore, che la presenza di quella donna è uno scandalo…. Se avessi potuto immaginarmi una cosa simile le dò la mia parola che non sarei venuta…. Per ricever quell’accoglienza!… Poichè mio fratello, al punto a cui è ridotto, trova il modo di farmi capire che lo secco….
— Non creda…. non creda, — interruppe il medico. — Io mi spiego lo stato d’animo del cavaliere Achille. I malati, anche i più gravi, e forse per l’indebolimento stesso delle loro facoltà, non si fermano sull’idea della morte finchè un incidente qualunque non produca sopra di loro l’effetto d’una rivelazione improvvisa…. Il cavaliere si è reso conto del pericolo quando ha visto intorno a sè i parenti che non ha l’abitudine di vedere, quando ha visto lei che non veniva a Venezia da un pezzo…. E il pensiero d’esser vicini al gran passo turba perfino gli eroi….
La dotta disquisizione del dottor Gelsi persuase poco la baronessa. — No, no, — ella disse — gli è che, tra la sua sorella e la sua ganza, Achille preferisce la ganza.
Gelsi aveva fretta. — Cara baronessa, — egli concluse, — nella vita conviene armarsi di pazienza…. E coi vecchi, coi bambini, coi malati non si può ragionare…. Del resto, quella donna è un’infermiera preziosa…. Vorrei averne molte all’ospitale.
IV.
I Rudeni, i Quaglia, i Minucci erano, bene o male, alloggiati in casa. Gli altri, alle undici, si congedarono. Ma la baronessa Eleonora pregò il cugino Raimondi e l’avvocato Rizzoli di trattenersi ancora un poco. Indi licenziò il marito, al quale non parve vero di ritirarsi in camera con la Gazzetta, e consigliò i nipoti Quaglia e Minucci di andarsene a letto per alcune ore. Se tutti restavano alzati contemporaneamente sarebbe poi giunto il momento in cui nessuno avrebbe più avuto la forza di reggersi in piedi. Per ultimo ella disse ai due cognati: — Voi due mi usate la cortesia di rimanere. Dobbiamo parlare.
Fu fatto come ella voleva. E allora ella cominciò a sfogarsi con Raimondi…. Raimondi era stato d’una leggerezza! Egli abitava a Venezia, egli era in buoni termini con Achille…. Doveva sapere, doveva avvertire.
Raimondi s’infastidiva. — Sapere che cosa? Avvertire di che cosa?
— Oh bella! Sapere questa tresca…. Avvertirne noi, i parenti.
— Ma scusi, Eleonora. Che ghiribizzi le saltano in testa? Gran che seppur sapevo che Achille aveva una relazione amorosa!… Un uomo scapolo, ricco, libero come lui?… O che dovevo mandar una circolare?
— Ah era dunque conveniente di lasciarci, senza preavviso, trovar occupato da un’estranea il posto che spetterebbe a noi soli, a noi di famiglia?… Per me, l’ho detto già al dottor Gelsi, se mi fossi immaginata che v’era una padrona di casa, nonostante tutto l’affetto che ho per mio fratello, sarei rimasta a Livorno.
— Non esageriamo — interpose il conte Quaglia ch’era un uomo calmo.
— Ma che padrona di casa? — replicò vivamente Raimondi. — Se la Giuseppina non era mai stata in casa?… È venuta ieri…. e chi poteva impedirglielo?… Era sicuro che Achille, se fosse stato in condizione di parlare o di scrivere, l’avrebbe mandata a chiamare…. e non saprei dargli torto quando vedo le cure che quella ragazza ha per lui…. Da ieri in poi, nè di giorno nè di notte, non s’è allontanata un minuto da quel letto…. Io non capisco come faccia…. Non mangia, non dorme….
La baronessa sogghignò. — Credete ai miracoli, voi. Tant’è che crediate anche al disinteresse della vostra Giuseppina.
— Certo che in caso d’una disgrazia ella perde tutto, — osservò Minucci.
— Che ingenuità! — esclamò la baronessa Eleonora. — Quelle non son femmine da lasciarsi cogliere alla sprovveduta…. Per esse l’amore è un mercato…. Tanto si guadagna, tanto si rischia…. E dei rischi voglion esser coperte…. Veda, avvocato Rizzoli, se l’ho pregato di rimanere….
In fatti Rizzoli non sapeva ancora perch’egli fosse lì ad assistere a questa disputa.
— Se l’ho pregato di rimanere, — proseguì la baronessa, — gli è perchè, oltre ad essere un amico di famiglia, ella è un valente legale e può consigliarci.
— Benedette donne! — pensò Rizzoli. — Non sanno ancora che i consulti agli avvocati si vengono a domandare nello studio. — A ogni modo, egli si limitò a chinare il capo in silenzio.
— Io metterei la mano nel fuoco che qui sotto c’è un grande imbroglio, — ripigliò in tuono misterioso la baronessa Eleonora. — Quando un uomo cade nei lacci d’un intrigante, egli non vede che per i suoi occhi, è pronto a dimenticare per lei fratelli, sorelle, nipoti, e, se ne avesse, persino i genitori e i figliuoli…. Alle corte, per me non c’è dubbio che la signora Giuseppina ha carpito ad Achille un testamento a suo favore….
Quaglia e Minucci, che fino allora non avevano dato segno di commuoversi molto alle filippiche della cognata, esclamarono in coro: — Possibile?
Il cugino Raimondi protestò. — Nemmen per sogno…. La Giuseppina è una buona diavola, incapace di sotterfugi…. E Achille era le mille miglia lontano dall’idea di poter morire a quarant’anni….
— Voi, Raimondi, siete un uomo antidiluviano, — interruppe la baronessa. E continuò con aria contrita: — Mi ripugna, lo sa Iddio se mi ripugna il toccar questo tasto…. e volesse pure il cielo che mio fratello campasse ancora cent’anni…. io abborro le questioni d’interesse…. e infine per me…. non ho figliuoli…. e sarete persuasi che se parlo, parlo piuttosto per voi altri, — questa dichiarazione era fatta ai due cognati. — …. Ma le ingiustizie mi offendono, e pur troppo d’ingiustizie nella nostra famiglia ne furono commesse…. il povero babbo ha favorito Achille in un modo!… Basta, era l’unico maschio…. Insomma quello che volevo chiedere a lei, Rizzoli, è questo. Non sarà, ma supposto che la nuova ingiustizia sia realmente avvenuta, che i parenti più stretti siano stati sacrificati per una poco di buono…. la legge non provvede, non dà i mezzi di difendersi?
— Ecco, signora baronessa, — rispose l’avvocato, — il cavaliere Achille, non lasciando nè ascendenti nè discendenti, nè moglie, era in piena facoltà di disporre come meglio gli piacesse di tutta la sua sostanza.
— Di tutto?
— Eh sì; il Codice è chiaro…. Diritti intangibili non ne hanno appunto che gli ascendenti, i discendenti e il coniuge superstite…. Certo che un testamento di cui si potesse provare che fu carpito con la frode o con la violenza diverrebbe nullo…. Ma qui entriamo in un ginepraio; non sono cose delle quali si possa discorrere vagamente, a priori…. Bisogna vedere al caso pratico…. Del resto, — soggiunse Rizzoli guardando l’orologio ch’era posto sulla mensola e che segnava le undici e tre quarti, — sono anch’io d’opinione, come Raimondi, che il cavaliere Achille non abbia preso alcuna disposizione…. Un testamento per atto di notaio, a quanto mi consta, non c’è…. Potrebb’esserci in qualche cassetto un testamento olografo, ma non lo credo….
Dopo di ciò, l’avvocato chiese licenza. Aveva da discutere una causa la mattina e voleva esaminare certi documenti. Raimondi uscì con lui. — Parola d’onore, — egli disse appena giù delle scale, — a momenti finivo collo schiaffeggiare mia cugina, la baronessa…. Che cinismo!… Suo fratello non è ancora morto ed ella si è già prese le chiavi dei cassetti…. l’ho vista io a prendersele…. ed è tutta trepidante per la sua parte d’eredità…. E quegli scrupoli da santocchia…. lei!… Col suo passato!… E quella stramba pretesa ch’io la informassi degli amori d’Achille?… O per chi mi prende?… Son forse il suo salariato?… È vero, ho sempre avuto il torto di esser troppo servizievole con questi miei signori parenti…. Ma se si sognano d’abusarne!… Con quel sugo poi…. Anche in questa faccenda dell’eredità che c’entro io?… Che ci sia o che non ci sia testamento io non m’aspetto un centesimo…. Dunque perchè mi seccano? Sono pentito d’aver mandato io i telegrammi che misero in movimento questo sciame di corvi.
— Eh, caro mio, — notò Rizzoli con un risolino sardonico, — quando c’è di mezzo l’interesse, gli uomini, su per giù, sono tutti d’uno stampo…. Tu pure….
— Ti prego….
— Oh vorresti darmi ad intendere, per quanto bene tu voglia a tuo cugino Achille, che s’egli ti avesse legato centomila lire, non ti consoleresti più presto della sua perdita?
— Scettico incorreggibile! — borbottò Raimondi.
V.
Erano le cinque del mattino. Le due fiamme della lumiera a gaz del salotto erano abbassate. Nella stanza fra il salotto e la camera del malato ardeva una candela. Alle quattro la baronessa Eleonora, il conte Quaglia e Annibale Minucci erano andati a coricarsi; da un’ora vegliavano Minucci e Quaglia juniori. Vegliavano così per dire, giacchè s’erano addormentati tutti e due, il primo sopra una poltrona del salotto, il secondo sul canapè della stanza attigua. Destatisi contemporaneamente allo scoccar delle cinque, i due cugini si vennero incontro sbadigliando, col piglio annoiato di persone che adempiono mal volentieri a un ufficio antipatico.
— Se la zia Eleonora sapesse che abbiamo dormito, ci metterebbe sotto consiglio di guerra, — disse il contino Quaglia.
Minucci si strinse nelle spalle. — Per quello che c’è da fare!… La zia Eleonora è una visionaria…. A badare a lei, qui dovrebbe essere un continuo scassinare armadi, trafugar carte, e che so io ancora… Quasi quasi si correrebbe il pericolo di essere assaliti per le stanze.
— Sciocchezze! A proposito, l’hai vista la terribile Giuseppina?
— Come l’hai vista tu. Da lontano, dalla soglia, poichè confesso che l’entrar nella camera non mi seduce…. Ci fui ieri appena arrivato, e sarà stata un’idea mia, ma mi parve che lo zio Achille mi facesse certi occhiacci.
— Neppur io ci vado volentieri nella camera, — soggiunse Quaglia. — Ma la donna è bella, sai.
— È parso anche a me…. Briccone d’uno zio!… Ma adesso, poveretto, anche per lui è finita…. Potrebbe, tutt’al più, durar così qualche mese.
— Non è probabile…. E non è neanche da augurarglielo.
In quel punto, Battista, il servo che aveva vegliato fino allora presso il padrone, passò pel salotto ove si trovavano i due giovani.
— E come va? — essi gli chiesero.
Battista tentennò la testa. — Male…. Da mezzanotte in poi è stato d’un’inquietudine!… E non si può capir che cosa voglia…. È una pena….
Era giorno fatto e Battista aperse le imposte e spense i lumi. Poi disse officiosamente: — Di qui a cinque minuti porterò loro il caffè.
E uscì dissimulando con fine arte diplomatica la noia che gli dava in un momento simile la presenza di sei ospiti in casa.
1 due giovani s’affacciarono alla finestra. Non s’erano più visti dopo il Carnovalone di Milano, che Minucci aveva passato presso i suoi parenti Quaglia, e adesso, trovandosi insieme così inopinatamente, evocavano i ricordi di quei giorni di baldoria.
— Ti rammenti dell’ultimo veglione alla Scala?
— E delle cene in buona compagnia al Rebecchino?
— A proposito, con la Vittoria ti trovi spesso?
— Non è più a Milano…. Ha seguito Angioletti che è di guarnigione a Napoli.
Battista ricomparve col caffè.
VI.
Era vero. Dalla mezzanotte, anzi da prima di mezzanotte, una strana inquietudine s’era impadronita del cavaliere Achille. Moveva continuamente le labbra senza poter mettere che suoni inarticolati, moveva il braccio smaniando, fissava gli occhi sulla Giuseppina con un certo sguardo supplichevole come a dirle: — Indovinami.
Povera Giuseppina! Che non avrebbe fatto per indovinarlo? Gli raccomodava i guanciali sotto la testa, gli porgeva da bere, e alle sue mute richieste rispondeva con altre interrogazioni: — Vuol questo? Vuol quello? — No, non c’era verso di coglier nel segno. A volte ella dimenticava i rispetti umani, non si curava della cuoca e di Battista ch’erano lì davanti, e gli dava del tu e non lo chiamava più signor Achille, ma lo chiamava Achille com’egli voleva esser chiamato da lei. — Achille, dimmi che cosa vuoi, dillo alla tua Giuseppina.
Nel vederlo ridotto così, le salivano le lacrime agli occhi, ma le ratteneva, ma si sforzava di sorridergli, di mostrargli una fisonomia ilare, confidente, piena di speranza.
Era sua da tre anni; però non aveva cominciato ad amarlo davvero che dopo qualche tempo. Sulle prime aveva ceduto a lui come una ragazza povera, cresciuta in un ambiente poco scrupoloso, cede a un uomo ricco che le assicura la pace, l’agiatezza, il modo di giovare alla famiglia. L’aveva amato più tardi quando s’era accorta che egli non la trattava con l’aria sprezzante con cui gli uomini trattano le donne di cui fanno lo strumento dei loro piaceri. L’aveva amato senza sognarsi nemmeno ch’egli potesse sposarla, godendo del presente come d’un bene superiore ai suoi meriti, mettendo il suo orgoglio, la sua dignità nel prevenire ogni desiderio di lui, nel rallegrargli col suo sorriso la vita. E anch’egli le si era affezionato a grado a grado. In principio era stata per esso uno svago e nulla più, poi aveva compreso ch’ella era molto dissimile da tante altre; aveva sentito, egli scapolo impenitente, che questa donna piena di abnegazione e di tenerezza riempiva un vuoto nella sua esistenza, che senza imporgli i legami, a suo modo di vedere, intollerabili del matrimonio, ella lo salvava dalla prosa delle tresche volgari. Le aveva ammobigliato un quartierino di poche stanze e veniva a passar qualche ora ogni giorno in quel nido tranquillo ov’ella, pure uscita dal popolo, spargeva un profumo d’eleganza e di distinzione nativa.
Misantropo per indole, disgustato de’ suoi parenti, e, quantunque nè sciocco nè ignorante, privo di ambizioni letterarie, scientifiche, politiche, il cavaliere Achille non istava volentieri che con la Giuseppina e con pochi amici. Ma nemmeno coi pochi amici egli usava discorrere de’ suoi amori, e poichè la Giuseppina aveva un uguale riserbo, si può dire che questa relazione rimaneva avvolta in un’ombra discreta.
Quella che la sapeva più lunga sull’argomento era la cagnetta Bibì, ordinaria compagna del padrone nelle sue passeggiate, ma Bibì si limitava a far le sue confidenze ad altri individui della razza canina.
Comunque sia, in quell’istante supremo una cosa era certa. La persona, che al cavaliere Achille pesava di più di lasciar sulla terra, era la Giuseppina; e la Giuseppina era quella che sentiva più acerbo lo strazio della sua morte.
VII.
— Buon giorno, buon giorno — disse il dottor Gelsi entrando in camera col suo solito dondolamento di testa. — Si fece far dalla Giuseppina un rapporto particolareggiato della notte, ordinò che si aprissero meglio le imposte per aver più luce e poi si accinse a un esame minuzioso dell’infermo, di cui lo colpì la singolare eccitazione nervosa. — Sarà un affare serio dopo — egli pensò in cuor suo.
— Ah, se potesse indovinar lei ciò ch’egli vuole! — sospirò la Giuseppina, affranta da tanti tentativi inutili.
Dopo essercisi provato e riprovato senz’alcun frutto, il dottore allargò le braccia col gesto di chi si dà per vinto. — Scriverò la ricetta per un calmante.
E s’avviò verso il tavolino.
Ma la Giuseppina lo trattenne chiamandolo con voce soffocata: — Dottore, dottore.
— Che c’è?
— Guardi.
Gli occhi del malato s’erano dilatati nell’orbita, il suo braccio si moveva rapido da destra a sinistra, da sinistra a destra.
Il medico fece un gesto interrogativo.
La Giuseppina soggiunse: — Lo sguardo ha assunto quell’espressione, il movimento del braccio si è fatto così insistente quand’ella disse che avrebbe scritto una ricetta.
Gelsi si picchiò la fronte. — Scrivere!… Che sia questo ciò ch’egli vuole?… Non gli si era domandato?
— No, no.
— Presto allora… Non perdiamoci in chiacchiere…. Pur che sia in grado di scrivere!… Col lapis forse sarà meno difficile.
Si trovò sul tavolino un quinterno di carta da lettere; il lapis lo diede il dottore.
Il cavaliere Achille seguiva con impazienza angosciosa questi preparativi. La fissità della pupilla, la tensione dei muscoli tradivano in lui lo sforzo della mente e della volontà. Quando il lapis fu posto tra le sue dita, quando il quinterno di carta fu dalla Giuseppina collocato in modo ch’egli potesse scriverci, egli vi tracciò faticosamente alcuni segni, poi lasciò ricader la mano spossata sulle coperte.
— Dunque? — chiese il dottore allorchè la giovine, obbedendo a un cenno dell’infermo, ebbe preso il foglio.
Sulle prime quei geroglifici riuscirono incomprensibili alla Giuseppina, ma, avvicinatasi alla finestra, le linee confuse, aggrovigliate si riordinarono come per incanto sotto i suoi occhi e le permisero di leggere due parole. Quali parole fossero ella non disse; piegò il foglio e lo nascose in seno, si precipitò sul letto del moribondo, ne afferrò la mano e la coperse di baci e di lacrime. Bibì, sentendola piangere, venne a fregarsele attorno mugolando sommessamente.
In quel punto s’affacciò sul limitare dell’uscio la baronessa Eleonora la quale aveva ordinato che la chiamassero al giungere del medico. Era in vestaglia, molto impreparata, in quelle condizioni nelle quali i nipoti non avrebbero voluto vederla.
Gelsi le si fece incontro e le parlò piano. La Giuseppina s’era ricomposta, senza però allontanarsi dal letto; un istinto sicuro l’avvertiva che quello era il solo asilo inviolabile per lei, e che nonostante la protezione di Raimondi, l’indulgenza del medico, la simpatia della servitù, se si moveva dal suo posto non avrebbe più potuto tornarvi.
S’intese la voce della baronessa. — Come? Ha scritto e non è lecito saper che cosa ha scritto?
— Oh — rispose il medico — per quello che può aver scritto!… Ha fatto pochi segni confusi…. Del resto diede egli stesso la carta a…. quella giovine….
— Quella giovine ne capì il senso…. Doveva comunicarlo….
— Perdoni…. Secondo i casi…. In ogni modo….
E l’onesto dottore, animato da uno spirito conciliativo, si accostò alla Giuseppina.
Ma ella, che aveva côlto una parte della conversazione era già sulle difese.
— Quella carta?… No, dottore…. non la dò a nessuno…. Le giuro per quanto ho di più caro che non c’è nulla che possa interessar nessuno…. altri che me….
E cedendo all’affanno che la soverchiava, continuò: — Dio mio, Dio mio…. Mi lascino stare…. che male faccio?… Per che ragione credono ch’io sia qui?… Ho delle colpe, ho dei peccati tanti…. ma questi sospetti non li merito…. Oh se quel poveretto potesse parlare!… Mi difenda lei, dottore, lei ch’è buono….
Gelsi le fece segno di quietarsi, di tacere, e si accinse a calmar gli spiriti belligeri della baronessa. Vedeva bene che non era lecito insistere…. non c’era stata frode, non c’era stato artifizio, non c’era stata violenza…. egli n’era buon testimonio, e il foglio si trovava in possesso della signora…. di quella giovine, per manifesto desiderio del cavaliere Achille…. S’era un segreto ch’ella voleva custodire nessuno aveva il diritto di strapparglielo…. Egli l’intendeva perfettamente, certe cose urtavano la suscettività della baronessa;…. ma come si fa?… A questo mondo bisogna tante volte sacrificarsi per evitar guai maggiori…. e in un momento simile….
La savia perorazione fu troncata da un gesto dell’infermiere.
Le condizioni del malato peggioravano di minuto in minuto. Al grande eccitamento di prima succedeva una grande prostrazione di forze, e i polsi declinavano rapidamente. Ciò era stato previsto fino a un certo punto dal dottore Gelsi; tuttavia egli supponeva la reazione meno subitanea, meno precipitosa. Così pure non illudendosi sull’esito finale, egli non aveva creduto a una catastrofe imminente. Adesso invece si presentavano sintomi tali da giustificare i più gravi pronostici, e il medico, dopo aver fatto tutto ciò che la sua arte gli suggeriva, stimò suo dovere di metter sull’avviso la baronessa Eleonora e gli altri parenti ch’erano alzati.
La Giuseppina non aveva bisogno d’essere avvertita da alcuno. Ella vedeva, ella sentiva spegnersi a oncia a oncia quella cara vita per la quale avrebbe dato con entusiasmo la vita propria.
VIII.
E di nuovo quella sera, come la sera addietro, l’intera famiglia era raccolta in salotto. D’estranei non c’era nessuno; oltre ai Rudeni, ai Quaglia, ai Minucci non c’era che il cugino Raimondi. Il dottor Gelsi, dopo una visita fatta alle sette, aveva promesso di tornare fra le dieci e le undici quantunque, pur troppo, l’opera sua fosse inutile; il cavaliere Achille non avrebbe passata la notte.
Un attacco di nervi avuto nella mattina aveva prostrato le forze della baronessa Eleonora. Ella aveva rinunziato alla lotta, e distesa su una poltrona e con una boccetta di sali sotto il naso, si contentava di gemere sul proprio destino e di querelarsi dell’immoralità di certe relazioni che turbano persino la santità dei lari domestici. Nondimeno, anche nella sua anima frivola ed egoista, vibrava di tratto in tratto qualche nota sincera di dolore. Pensava alla sua vecchia casa di cui fra poche ore non sarebbe sopravvissuta che lei. Morti i genitori, morte le sorelle, moribondo questo fratello nel pieno vigore degli anni. E lui, se lo ricordava fanciullo, biondo, ricciuto, accarezzato da tutti, alquanto selvatico forse ma ragionevole e buono. Perchè s’erano amati così tepidamente, perchè negli ultimi tempi s’eran visti così poco? Di chi era la colpa? Eppure, ella non poteva negarlo, in due o tre occasioni quando s’era ricorso a lui per uscir dagl’impicci nei quali il maledetto vizio del giuoco di Borsa aveva messo il barone James, egli aveva aperto il suo scrigno senza farsi troppo pregare. È vero che, dando il danaro, protestava di non voler immischiarsi in nient’altro. Non voleva ricever confidenze, non voleva che gli domandassero consigli, schivava gl’incontri e non incoraggiava le visite…. Ma già teneva l’identico sistema con tutti i parenti…. Possibile a ogni modo che avesse lasciato un testamento per spogliare la sorella, i nipoti, il suo sangue insomma?
Mentre la baronessa Eleonora piagnucolava sommessamente, gli uomini tacevano. Darling movendosi sotto la tavola faceva ogni tanto tintinnare i sonaglini del suo collare d’ottone.
L’incidente della mattina era stato, durante la giornata, esaminato sotto tutti gli aspetti. Non c’era più nulla da dire e non c’era nessuna disposizione da prendere. Quali pur fossero le due o tre parole scritte dal cavaliere e da lui consegnate a Giuseppina, era chiaro ch’esse non potevano avere un valore legale. Potevano contenere un’indicazione, un nome; chi sa? S’era cosa importante la Giuseppina avrebbe cercato di servirsene, e allora si sarebbe visto quel che si doveva fare.
Fin dalle prime ore del pomeriggio il malato aveva perduto ogni conoscenza. Non apriva gli occhi che a lunghi intervalli, e quegli occhi erano vitrei, immobili; solo la Giuseppina s’illudeva ch’egli la ravvisasse ancora. Ormai anche il braccio destro giaceva inerte, la mano umida d’un freddo sudore non rispondeva più alle strette della gentile mano di donna che tentava scaldarla.
Dinanzi a quel corpo che s’irrigidiva a poco a poco nella sinistra fissità della morte la Giuseppina sembrava una statua. Non vedeva che lui, non sentiva che lui. S’accorgeva appena delle persone che entravano ed uscivano dalla stanza; le era apparsa come in un sogno una nera tonaca di prete, come in un sogno l’era giunto all’orecchio un mormorìo di preghiere ch’ella, macchinalmente, aveva accompagnato con parole salite al labbro dal fondo della memoria. Poi l’apparizione era svanita; era venuto di nuovo il medico per andarsene via senza ordinar nulla. Adesso (da quanto tempo? la Giuseppina non lo sapeva) il silenzio della camera non era rotto che da un rantolo affannoso…. Ah, finchè quel rantolo durava, il posto della Giuseppina era lì, sempre lì.
Al tocco dopo mezzanotte il rantolo cessò. La testa del moribondo si scosse per ricader sul guanciale.
— È finito, — disse l’infermiere.
Finito?… Ma allora?… Allora era finito anche per lei…. Ella non poteva più rimanere.
Raccolse le sue forze, represse i suoi gemiti, si alzò in piedi, baciò la fronte del morto, baciò gli occhi, baciò la bocca, ahi tante volte baciata, e prima che altri la cacciasse dalla camera e dalla casa, si dileguò inavvertita per l’uscio dello spogliatoio da cui era entrata circa quarantott’ore innanzi, appena saputa la malattia improvvisa del cavaliere Achille.
IX.
Due giorni dopo, i Quaglia, i Minucci e il barone James Rudeni, pacatamente e decorosamente afflitti, accompagnarono fino al cimitero la salma del loro amato congiunto, nè occorreva essere profondi psicologhi per legger loro in viso sotto il lutto ufficiale dei parenti la soddisfazione intima degli eredi. Il cugino Raimondi, l’ottimo cugino Raimondi, s’era apposto al vero. Il cavaliere Achille non aveva lasciato testamento; nei suoi cassetti frugati con la massima diligenza non s’era trovata neanche una riga che accennasse a disposizioni prese pel caso di morte. D’altra parte nessuno s’era fatto innanzi a vantar diritti, e per conseguenza la sostanza del defunto stimata quasi un milione andava divisa in tre parti tra la baronessa Rudeni, come sorella, e i due giovani Minucci e Quaglia, come figli di sorelle premorte. Era proprio il meglio che potesse succedere. Perchè dato un testamento, anche a favore della sorella e dei nipoti, ci sarebbero state certo delle prelevazioni da fare per legati, per beneficenze, ecc. Così invece non c’era nulla di obbligatorio e dell’elargizioni che si fossero fatte avrebbero avuto lode soltanto gli eredi. Ed eran preparati a farne in congrua misura e la sera stessa sarebbe comparsa ne’ fogli cittadini una bella lista d’offerte. Ma sicuro, bisognava onorar la memoria del caro estinto, bisognava mostrarsi generosi coi poveri. La maggior compiacenza che dà la ricchezza è quella di giovare ai diseredati dalla fortuna. Quei signori erano pieni di nobili sentimenti. Il barone James, prendendo il braccio dell’ottimo cugino Raimondi, gli aveva detto, in nome proprio e dell’Eleonora rimasta a casa indisposta, che si sarebbe domandato consiglio a lui su quel che si doveva fare per la servitù. Gente così affezionata al padrone! Gente che lo aveva assistito in quel modo! Non c’è dubbio che il povero Achille, se avesse avuto tempo da far testamento, se ne sarebbe ricordato. Ma! Come si muore! Oggi si è sani come pesci, domani…. patatrac.
E i giovani Minucci e Quaglia avevano anch’essi tirato in disparte il cugino Raimondi per sentire da lui in quali condizioni restava quella ragazza…. quella Giuseppina…. In quanto a loro…. seppur la zia non voleva saperne…. non sarebbero stati alieni…. per una volta tanto…. dal fare un sacrificio di qualche migliaio di lire…. s’intende che ciò non doveva costituire un precedente…. la ragazza non aveva diritti da accampare, s’intende…. era così per un impulso spontaneo…. In somma Raimondi aveva capito le loro idee; si regolasse da quell’uomo cauto e savio ch’egli era.
Raimondi aveva lasciato dire per creanza, ma poi aveva dichiarato che la Giuseppina sarebbe morta di fame prima d’accettare un centesimo, che la proposta l’avrebbe offesa, ch’egli non avrebbe certo osato di fargliela.
E i due cugini s’erano guardati dall’insistere, contentandosi di esternare la loro ammirazione pel disinteresse che si riscontra talvolta dove meno si supporrebbe. A ogni modo si sarebbe potuto discorrerne di nuovo dopo la cerimonia.
All’ultimo momento l’avvocato Rizzoli pronunziò brevi ed acconcie parole in nome dei congiunti troppo turbati da compiere essi quest’ufficio pietoso; un altro signore aggiunse un saluto per parte degli amici, e la bara fu calata nella fossa. Allora, sul triste margine, risuonò un ululato di cane. Era Bibì. O come mai era capitata in cimitero? In che barca s’era nascosta? L’allontanarono a forza, volevano prenderla, ma essa sguisciò via fra le tombe. Sul tumulo si deposero parecchie corone, fra cui tre splendidissime delle famiglie Quaglia, Minucci e Rudeni. Poi altre strette di mano, altri sospiri e condoglianze e ringraziamenti, e il corteggio si sciolse.
— Caro Raimondi, — disse il barone James, quando fu presso alla riva del cimitero, — se avete moneta spicciola date un soldo a quel povero vecchio che tiene la gondola….. Io non ho più rame in tasca.
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La Giuseppina era venuta prima di tutti e aveva aspettato pazientemente in un’altra parte dell’ampio recinto. Se si fosse unita all’accompagnamento funebre l’avrebbero frustata come Bibì; ma già ella stessa non voleva unirsi a nessuno, voleva esser sola a pregare ed a piangere. S’inginocchiò sulla terra appena smossa, tolse di sotto alla mantiglia una semplice ghirlanda di semprevivi e la collocò fra quelle ghirlande sfarzose dai lunghi nastri di seta nera con ricami d’argento…. E pianse, e pianse, e pianse. E pregò pace a lui ch’era stato così buono, a lui che poche ore innanzi di morire aveva con la mano tremante scritto quelle due parole adorabili: Giuseppina mia. Perchè il misterioso foglio che aveva tanto sgomentato i parenti non conteneva di più.
Ed era questa l’eredità di Giuseppina.
Non l’unica però.
Ella credeva di esser sola e non era. Accanto a lei Bibì raspava la terra e guaiva. — O Bibì, povera Bibì! — esclamò la Giuseppina. — Tu gli volevi bene.
Se la prese in grembo e la portò via seco.